di Alessandra Arezzo
Raffaele Cataldi, Malesangue. Storia di un operaio dell’Ilva di Taranto, Alegre, 2025, pp. 144, € 13.00 stampa, € 6,99 ebook.
È una «Guerra che posso raccontare in prima persona perché sono stato ventun anni in prima linea, dal 1997 al 2018, tanto che la mia salute e la mia integrità fisica sono state minate da diversi infortuni, più o meno gravi, e da patologie correlate alle diverse mansioni e ai vari reparti cui sono stato assegnato nel corso degli anni.» A scrivere non è un soldato del reparto speciale di qualche esercito in missione, ma Raffaele Cataldi, operaio Ilva, autore del libro Malesangue pubblicato per Alegre, nella collana Working Class diretta da Alberto Prunetti.
È una testimonianza preziosissima di un uomo ancorato alle sue radici tarantine da un legame viscerale, rafforzato dalla passione per il calcio che non segue solo negli stadi, ma anche in campo come portiere.
Cataldi ripercorre la sua esperienza nell’acciaieria dal 1997 al 2018, dalla sua assunzione fino al momento in cui è stato messo in cassa integrazione.
Con una prosa semplice e diretta l’autore racconta che cosa significhi veramente entrare in fabbrica senza sapere se poi effettivamente se ne possa uscire vivi, trovandosi durante ogni turno di fronte a una vera e propria roulette russa. Fin dall’inizio si scontra con i capireparto, si batte in prima linea per la sicurezza sul lavoro e con altri colleghi si iscrive alla Fiom fino a sentirsi tradito dallo stesso sindacato. Con Massimo Battista, a cui il libro è dedicato, e altri colleghi, intraprende una serie di battaglie che culmineranno nella formazione del Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, promotore successivamente dell’Uno Maggio, manifestazione musicale di grade impatto che si svolge ogni anno in concomitanza con il “concertone” di Roma organizzato dai sindacati confederali.
Nel luglio 2012 la procura di Taranto, con i primi arresti, dispone il sequestro senza facoltà d’uso dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico.
Il 2 agosto successivo Cataldi e compagni decidono di partecipare a una manifestazione dei sindacati confederali che, nascondendosi dietro intenti come la coniugazione dell’occupazione con l’ambiente, hanno il reale obiettivo di opporsi alla decisione della magistratura di chiudere gli impianti. Nonostante i sindacati neghino loro la possibilità di intervenire, la determinazione degli operai ha la meglio: con un Apecar scassato e un microfono collegato a una cassa entrano in Piazza della Vittoria e dopo il netto ed esplicito rifiuto di dare loro la parola, Cataldi e compagni se la prendono. Mentre parla Landini, allora segretario nazionale della Fiom, qualcuno stacca la spina al microfono, seguono grida di esultanza e mentre Camusso, Bonanni e Angeletti se ne vanno scortati dalla polizia, i due operai Massimo Battista e Aldo Ranieri riescono finalmente a dire la loro: intervengono dall’Apecar, rifiutano di cedere al ricatto occupazionale e accusano lo Stato di essere contro il lavoro e contro la salute.
Da allora l’Apecar diventa il simbolo delle lotte del Comitato che ha sempre avuto l’obiettivo di porre fine a questa vera e propria strage di Stato arrivando a redigere il Piano Taranto. Si tratta di un progetto elaborato dal basso contenente le linee guida per la riconversione economica e sociale del territorio in ottica di chiusura e alternativa radicale alle industrie portatrici di inquinamento e di morte, oltre che di depressione economica ed etica.
Dal 2012 al 2020 nella fabbrica sono morti nove lavoratori e Cataldi nel libro li ricorda tutti. Oggi sappiamo che il 12 gennaio 2026 è morto Claudio Salamida, operaio di 47 anni di Acciaierie d’Italia, durante un intervento di manutenzione e la rabbia è tanta perché questa morte, come le altre, poteva essere evitata.
In questo libro emerge tutta la passione e l’amore per Taranto, ma anche l’amarezza per l’immobilismo e la rassegnazione di molti tarantini.
Nel capitolo «I miei compagni d’avventura» Raffaele intervista vari compagni e compagne del Comitato, tra i quali Simona, la presidente, che afferma: «Sono fiera e orgogliosa di far parte di un collettivo che, in una città difficile come Taranto, non accetta compromessi al ribasso; che nonostante le ritorsioni non si tira indietro; che denuncia a viso scoperto perché ha un obiettivo troppo importante: proteggere la propria terra, seminare il seme della resistenza e della rinascita, insegnare ai nostri figli che sopravvivere non è un compromesso accettabile e che la resa non ci appartiene».
Mentre leggo queste testimonianze penso alle due manifestazioni alle quali partecipai a Taranto: una nel 1995 contro il sindaco Cito, ex picchiatore fascista vicino alla Sacra Corona Unita e proprietario di una emittente televisiva locale; l’altra nel 2009 per la sicurezza nei luoghi di lavoro e contro i danni ambientali, in cui i lavoratori dell’Ilva erano in prima fila nel chiedere tutele e diritti.
La città di Taranto non è solo malavita e inquinamento, è anche l’orgoglio e la caparbietà di Raffaele Cataldi e di tutti cittadini e le cittadine che non delegano, che si battono in prima linea pretendendo la parola. E se gli non viene concessa se la prendono con un megafono a bordo di un Apecar.



