di Sandro Moiso
William Sloane, La porta dell’alba, traduzione di Gianni Pannofino, Adelphi Edizioni, Milano 2026, pp. 295, 20 euro
Pensò alle antiche leggende del Caos Primigenio, al cui centro brancica goffamente, cieco e idiota, il dio Azathoth, Signore di Tutte le Cose, circondato dalla sua inetta schiera di danzatori ottusi e amorfi e cullato dal sottile, monotono lamento d’un flauto demoniaco stretto da mani mostruose. (H.P. Lovecraft – L’abitatore del buio, 1935)
La mia paura non aveva un oggetto su cui proiettarsi: colorava ogni mio pensiero, ma non aveva contorni precisi. (W. Sloane – La porta dell’alba, 1939)
Azathoth è un dio appartenente al Ciclo di Cthulhu ideato dallo scrittore Howard Phillips Lovecraft. Conosciuto anche come il Caos Primigenio o il Demone Sultano, Azathoth è il più antico e potente degli Grandi Antichi descritti nei lavori dell’autore americano. Pur definito come il più potente degli Dei Esterni, viene descritto mentre «bestemmia e farfuglia al centro dell’Universo».
Mentre Azathoth veglia in questo stato di semi-incoscienza, gli altri antichi dei ballano ininterrottamente intorno a lui, perché se si il dormiente si risvegliasse del tutto potrebbe ordinare la distruzione dell’universo, compito che spetterebbe a Nyarlathotep. Oppure rivelare che l’universo è solo un sogno di Azathoth che, con il suo risveglio, cesserebbe semplicemente di esistere.
E’ da qui che occorre partire per comprendere come il vero orrore descritto e immaginato da Howard Phillips Lovecraft non sia tanto quello rappresentato dalle divinità mostruose del summenzionato Ciclo o dalle aberranti trasformazioni fisiche e mentali di esseri umani casualmente entrati in contatto con entità che di divino per la nostra specie non hanno assolutamente nulla, quanto piuttosto da un universo caotico in cui la vita, almeno così come l’uomo si immagina di conoscere proiettandola anche in un inesistente “aldilà”, più ancora che il frutto della casualità ricombinatoria degli elementi che l’hanno resa possibile, costituisce nient’altro che un errore.
Un cosmo freddo, buio e inconoscibile in cui ogni umano tentativo di esplorazione, comprensione o controllo non può essere destinato ad altro che al fallimento e alla scoperta di orrori prima inimmaginabili. Ed è questa visione del mistero che circonda l’uomo sbattuto nell’universo che fa sì che sia possibile avvicinare il romanzo di William Sloane pubblicato da Adelphi ai racconti e ai romanzi del solitario di Providence.
Sono passati quattro anni da quando Richard Sayles, psicologo e professore, ha perso le tracce di Julian Blair. Prima suo insegnante, poi fraterno amico, Blair è stato un geniale elettrofisico, almeno finché la morte improvvisa della moglie Helen non ne ha ottenebrato la mente. Ed eccolo ora rifarsi vivo, con un messaggio con cui invita Richard a raggiungerlo a Barsham Harbor, nel Maine, dove si è ritirato per poter continuare le sue ricerche lontano dagli occhi indiscreti della comunità scientifica. Sayles si rende subito conto che la salute mentale di Julian non è affatto migliorata, il che non gli ha impedito di dedicarsi a esperimenti sempre più temerari, fino alla soglia di quello che definisce «il progresso più grandioso mai immaginato». Prende così avvio una vicenda che nel volgere di poco più di settantadue ore vedrà i suoi protagonisti giungere pericolosamente ai margini estremi della conoscenza umana, senza trarne alcun profitto e ricavandone invece soltanto orrore, morte e odio.
La figura di Julian Blair e la sua richiesta di aiuto e consiglio rinviano non soltanto a numerosi altri scienziati descritti dalla letteratura fantascientifica o dell’orrore, ma in particolare a quella folle e disperata dell’invisibile protagonista del racconto Colui che sussurrava nel buio (1931) di Lovecraft in cui, ancora una volta, compare Azathot, ovvero il dio che incarna la casualità e il caos che governano un universo in cui soltanto gli esseri umani possono credere di individuare leggi precise e forze comprensibili e controllabili.
In cinque anni una persona può cambiare notevolmente, e Anne mi aveva avvertito che avrei trovato Julian molto diverso da come lo ricordavo. Eppure, quando entrai in soggiorno, fu un colpo vedere com’era ridotto. Dava le spalle alle finestre e alla luce, seduto su una poltrona sfondata, ma già a prima vista notai quant’era invecchiato. La sua faccia, stretta e spigolosa, non aveva mai avuto un colorito granché vivace, ma ora la pelle era sottile come pergamena, tesa sugli zigomi, e le labbra erano di un grigio sbiadito, quasi come se in lui non fosse rimasta una stilla di sangue.
[…] Quell’uomo trasandato, nello squallido soggiorno della vecchia casa, era un’altra persona, una sorta di decrepita controfigura. I vestiti erano sporchi, oltre che sgualciti. [Ma] Da vicino, la sua faccia non era così spenta come mi era parsa a prima vista. Gli occhi erano vivaci, ardenti dello stesso entusiasmo dei vecchi tempi […] Quel giorno, però, notai qualcos’altro, un’intensità che non era solo semplice entusiasmo. Nelle sue pupille c’era una luce che mi parve fuori dal normale e mi costrinse, dopo un attimo, a distogliere lo sguardo1.
La vecchia casa, quella “dei Talcott” come è conosciuta in paese, sembra essere, nel suo isolamento, sospesa su un abisso di orrori, inimmaginabili e inspiegabili, esattamente come quella Casa sull’abisso che dava il titolo all’omonimo romanzo (1908) di William Hope Hodgson che H.P. Lovecraft annoverava, insieme al Re in giallo (1895) di Robert Chambers, tra le sue maggiori influenze.
Una casa, quella immaginata da Hope Hodgson, nelle cui vicinanze è nascosto un passaggio che scende nell’oscurità e conduce ad eoni di distanza, in un mondo che travalica spazio e tempo e che viene dominato da altre e sconosciute comete, stelle e soli alieni. Un universo da cui possono sorgere e librarsi dall’abisso sottostante creature mostruose con cui hanno dovuto fare i conti i precedenti proprietari, il Vecchio recluso e sua sorella. Una casa in rovina, ottocentesca e in prossimità di un fiume, esattamente come quella descritta nel romanzo di Sloane.
Come in Attraverso la notte (1937), Sloane gioca con i generi letterari e ne ricombina gli elementi – una grande casa isolata, un complicato macchinario da romanzo di fantascienza, una fugace ma terrificante sbirciata nell’orrore cosmico, un rompicapo degno di un mystery d’antan, perfino un po’ di storia d’amore e l’intuizione dei buchi neri la cui esistenza era stata teorizzata dal fisico Karl Schwarzschild nel 1916, un anno dopo la pubblicazione della Teoria della relatività generale, nella quale il campo gravitazionale viene descritto come deformazione dello spazio-tempo – per ricavarne qualcosa di inclassificabile e perturbante che resta a lungo nella mente del lettore, come l’eco di un segnale proveniente da qualche pianeta sconosciuto. Segnale che, nel romanzo, il professor Blair e la sua ambigua assistente, la medium Esther Walters, scambiano per la possibilità di comunicare effettivamente con il mondo dei morti
Un gioco di rimandi che giunge fino al maestro dell’orrore cosmico se si considera che Robert M. Price, un importante studioso di Lovecraft, abbia suggerito come anche quest’ultimo si sia ispirato, per la creazione Azathoth, all’opera di Lord Dunsany intitolata The Gods of Pegana, poiché in quella compariva Mana-Yood-Sushai, il dio supremo creatore dell’universo e di tutti gli altri dei, che, secondo Dunsany, è eternamente addormentato, cullato dalla musica delle altre divinità, poiché se si dovesse risvegliare distruggerebbe tutto ciò che ha creato. Motivo per cui non c’è da stupirsi che William Sloane abbia tratto ispirazione da così tante fonti e generi letterari.
Anche se una certa sua passione per il realismo lo allontana da Lovecraft e dagli altri autori citati, soprattutto quando ironizza sulle tattiche del Partito comunista americano all’epoca dei fatti narrati oppure delinea con grande maestria la netta separazione tra città e campagna e l’enorme differenza tra la mentalità razionale della borghesia e quella irrazionale delle classi meno abbienti che ancora oggi, soprattutto nell’America di Donald Trump, può essere motivo di divisione e odio fuori controllo.
Una razionalità positivista che, però, quasi sempre non mantiene le sue promesse e le illusioni che diffonde con troppo entusiasmo, finendo così troppo spesso, proprio come capita nella buia casa circondata da una campagna ridente e vicina a un fiume impetuoso, col fomentare le paure, non sempre del tutto irrazionali, di chi per censo e cultura ne è escluso. Proprio come avviene nel duro confronto tra i frequentatori della magione e gli abitanti del vicino villaggio di Barsham Harbor.
Da La porta dell’alba (The Edge of Running Water -1939) fu tratto, nel 1941, il film The Devil Commands diretto da Edward Dmytryk con Boris Karloff, uno dei tanti film in cui, tra il 1930 e i primi anni Quaranta, l’attore avrebbe interpretato la figura di uno scienziato pazzo, prima che nello stesso anno la Universal producesse il film che lo avrebbe reso definitivamente celebre: The Wolf Man (L’uomo lupo), diretto da George Waggner e scritto da Curt Siodmak.
William Sloane, La porta dell’alba, Adelphi Edizioni, Milano 2026, pp. 67-68. ↩



