di Luca Baiada
Luz, Due ragazze nude, Coconino Press – Fandango, Roma 2025, pp. 176, euro 22,80.
Nel 1919 Otto Mueller, pittore del gruppo espressionista Brücke, dipinge Zwei Mädchenakte, un doppio nudo femminile, ora al Museo Ludwig di Colonia. Nel 1935 il quadro è sequestrato dai nazisti; nel 1937 viene inserito nella mostra itinerante sull’arte degenerata, Entartete Kunst. Adesso Luz – dire un disegnatore sarebbe riduttivo – crea una narrazione figurativa poliedrica, un doppio corpo espressivo carico di senso. È un’opera d’arte ed è un saggio; si può chiamarla fumetto solo per comodità.
Ci sono ottime scelte. Per esempio. Le persecuzioni naziste sono determinanti nella storia del dipinto, eppure non prendono il sopravvento. Non è sempre rigida la cesura fra chi è nazista e chi no: nella dittatura non ci sono solo gerarchi, gregari, aguzzini per mestiere. La violenza contro la cultura è fatta anche di posizioni sfumate, ambiguità: funzionari prudenti, pubblico perbenista, mercanti d’arte spregiudicati (da rivedere, Monsieur Klein, regia di Joseph Losey, 1976). E di tornaconto: la vicenda delle opere sequestrate passa anche dalla Svizzera; approfittando della neutralità i nazisti le vendono per far cassa. È estrema offesa: l’arte condannata è sequestrata e in parte distrutta; quella superstite viene prima mostrata per ludibrio, come una bestia cattiva, poi venduta. Il ricavato serve a continuare le persecuzioni, la guerra, le stragi. Viene da pensare agli internati nei lager costretti a fabbricare armi per il nazismo. Come loro, quando la Germania sta perdendo la guerra l’arte è offesa ancora, eliminando o portando via (da rivedere, Il treno, regia di John Frankenheimer, 1964).
La maestria stilistica è notevole. Qui, di Due ragazze nude, segnaliamo le inquadrature originali, le tonalità calde e spesso smorzate – forse un rimando al supporto del quadro di Mueller, tela di iuta – , la rarità studiata dei rossi intensi, un verde enigmatico. Soprattutto è il punto di vista, che incanta. Come ripresa cinematografica si direbbe soggettiva. Il quadro è l’occhio che guarda ogni cosa: chi legge il fumetto diventa il quadro. Ecco spiegate le angolature insolite, i ritagli del campo visivo, l’improvviso inclinarsi o abbuiarsi dell’immagine. Così, chi legge si mette a nudo e si sdoppia.
Lo sdoppiamento, su più livelli, è già nel quadro di Mueller. La modella è una sola, sua moglie Maschka, che nelle foto dell’epoca rivela l’interesse del pittore per le forme curve e allo stesso tempo nervose. Si possono vedere insieme, Otto e Maschka, con Ernst Ludwig Kirchner e con Erna Schilling, in una fotografia scattata nell’Atelier di Mueller a Berlino.
Un altro sdoppiamento è nel gioco erotico-artistico fra Otto e Maschka, quando è lei a proporgli di togliersi la camicia e di prestargliela, per posare con indosso solo quella, arrangiando un negligé personalissimo e invitandolo: «In questo modo il pittore sarà un po’ nel quadro. Mi è mancato il tuo odore». Con questa arguzia, Luz schiude una vertiginosa mise en abyme.
Perché Maschka è la Musa, lei è ovunque, lei è sulle dita di lui, dove gentile depone un bacio. Spogliarsi, travestirsi, moltiplicarsi: e chi legge resta ammaliato. Gli osservatori, dal quadro non vorrebbero staccarsi più, come noi da questo libro commovente.
Attenzione agli sfondi, Luz è sottile. Approfittando dei passaggi del quadro attraverso collezioni, depositi, musei, Due ragazze nude mostra capolavori di Grosz, Kirchner, Kokoschka, van Gogh e altri, che diventano cammei, citazioni, assaggi squisiti. In tanta abbondanza di bellezza, e se chi legge ha sempre il punto di vista di Zwei Mädchenakte, allora dove si vede l’opera di Mueller, nell’opera di Luz? Non sciupiamo il piacere di scoprirlo. Di certo, quando il quadro compare è diventato anche il ritratto di chi legge, proprio perché suo è lo sguardo in tutto il volume.
E quindi siamo in pericolo. Chi legge Due ragazze nude può diventare un entarteter Mensch e assumere su di sé la numinosa colpa dell’arte. La parola entartet, degenerato, smontandola si può tradurre come privo di Art, cioè di tipo, di specie, oppure di modo, di maniera, e quindi smodato, smanierato. Questo ci segnala che il sospetto di oscure colpe tradisce altro: il timore della mancanza di misura, della non corrispondenza a una categoria, oppure il fastidio per l’inosservanza degli usi, per la contraddizione dell’ovvietà, per l’inottemperanza a un paradigma, a un ordine del discorso. E si sa che il veleno insito nella paura della libertà e nella voglia di padrone può prendere forme imprevedibili.
Al veleno c’è un antidoto, e anche quello si sdoppia. Quando il paffuto Lothar è piccolo vede il dipinto, non bada più al giocattolo con le svastiche che ha in mano, e invece scruta, riflette senza far caso ai commenti degli adulti. Poi sorride felice, anzi più che felice; golosetto, voglioso sino a toccare la tela con la manina, mentre qualcuno lo strattona, lo tira via e lo sgrida: «Lothar, cosa ci fai piantato davanti a questo orrore? Non toccare, è sporco».
Quando Lothar è anziano guarda, ammicca alle due ragazze, perché adesso la sa lunga. Lothar è saggio da piccolo e da anziano, si direbbe: prima, alla mostra Entartete Kunst di Monaco del 1937, ha la spensieratezza del marmocchio; poi, quando rivede il quadro al Museo di Colonia nel 2001, ha la gioia consapevole degli anni vissuti. L’arte offre qualcosa che neanche una dittatura riesce a sopprimere del tutto, se in una mostra nazista come in un museo contemporaneo può fiorire uno sguardo raggiante. Là, in fondo al tunnel, c’è luce.
Già, ma è lo sguardo di chi? La risposta di Luz è spiazzante e passa proprio attraverso il pubblico della mostra Entartete Kunst. A Salisburgo, nella tappa del 1938, una visitatrice mormora: «A furia di guardarlo, il quadro mi ha sorriso». In un’intervista Luz spiega che quest’idea ha un’origine strettamente personale: anni fa, in un’esposizione, ha guardato lungamente un Rothko e a un certo momento si è accorto che il quadro gli sorrideva. Qui, proprio qui, si affaccia una realtà che sconcerta: l’opera vede, osserva, è ammiccante anche lei. Allora il turbamento del censore, di chi teme l’immagine e il suo scandalo, non è dovuto solo all’orrore di guardare, ma anche alla paura di essere guardato, sedotto. Forse è questo il senso ultimo delle grinte dei nazisti, quando sfilano davanti a Zwei Mädchenakte sospettosi, cioè curiosi (da rivedere, La notte dei generali, regia di Anatole Litvak, 1967, con un alto ufficiale tedesco sconvolto di fronte a un van Gogh).
È possibile un lieto fine, nella storia di un quadro scampato a una persecuzione, a un crimine di Stato che si chiama nazismo e fascismo? È possibile, adesso che tornano a tendersi su di noi le unghie nere? La salvezza come dono dell’arte, più che un riscatto, è una proposta. Non è un risarcimento, è una sfida al bene.



