di Gioacchino Toni
Manuela Ceretta, Alessandro Dividus, Federico Trocini, a cura di, Immaginari distopici contemporanei, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2025, pp. 296, € 28,00
La massiccia presenza della distopia nella cultura contemporanea, sostengono Manuela Ceretta, Alessandro Dividus e Federico Trocini, curatori del volume Immaginari distopici contemporanei (2025), è da ricondurre alla difficoltà dell’essere umano di proiettarsi con fiducia nel futuro ed allo spaesamento che questo prova di fronte a un mondo in rapida trasformazione che fatica a comprendere. Gli autori e le autrici del volume muovono dalla convinzione che guardare agli immaginari distopici attuali in maniera acritica significherebbe rafforzare il senso di fatalismo con cui ci si rapporta, arrendevolmente, al deteriorarsi della realtà in cui si vive e in cui si vivrà, comprimendo ogni volontà collettiva di lotta in vista di alternative migliori. Insomma, nel privarsi di una visione costruttiva la distopia finisce per trasformarsi in un esercizio inutile, quando non addirittura controproducente.
Secondo Francisco José Martínez Mesa il pessimismo che alimenta gran parte delle distopie contemporanee deriva soprattutto dalla percezione di vivere in un mondo all’insegna dell’ingiustizia e privo di futuro. Secondo lo studioso, a spaventare non sarebbe un motivo specifico ma l’assenza di furto in sé e l’attrattività delle narrazioni distopiche risiede in buona parte nella loro capacità di proiettare il soggetto in situazioni altre e semplificate rispetto a quelle che vive nella quotidianità, dandogli la sensazione di riottenere il senso di controllo e di leggibilità. Pur adeguandosi, di volta in volta, alle differenti necessità degli individui che le fruiscono, le narrazioni distopiche contemporanee, secondo Mesa, assolvono principalmente ad alcune funzioni: critica, consolante, mitica e compensativa. Evidente nelle distopie novecentesche, in epoca recente la funzione critica tende invece frequentemente a fare da contesto all’agire dei protagonisti che si pongono come individui-imprenditori intenti a valorizzare i valori di libertà personale, leadership e autonomia piuttosto che farsi carico della necessità di mettere in discussione la realtà sociale in cui vivono e le sue premesse. Circa le funzioni consolante e mitica, sostiene Mesa, le recenti narrazioni distopiche, pur delineando scenari futuri cupi e negativi, non intendono tanto mettere in discussione lo stato di cose presente, quanto piuttosto mitigare le ansie e i timori individuali mostrandoli come parte di una sofferenza diffusa e inevitabile. La funzione compensativa, infine, muove da un pessimismo conservatore fondato sull’idea di ineluttabilità: ogni tentativo di modificare le cose rischia di peggiorare una situazione già di per sé decisamente critica.
Lo spirito critico con cui gli autori e le autrici del volume indagano l’immaginario distopico contemporaneo permette di individuare e comprendere meglio quali sono le angosce oggi più profonde e ciò è indispensabile per tentare di riformulare le speranze e i desideri in esse contenuti. Il volume suddivide la sua analisi in quattro blocchi: Distopie e società digitale; Corpi, immagini ed emozioni; Economia, lavoro e ambiente; Potere, conflitti e violenza. Nel primo Stefano De Luca e Riccardo Cavallo guardano, in particolare, ai romanzi di Dave Eggers The Circle (2013) e The Every (2021). De Luca apre il suo intervento evidenziando come l’attuale dilagare delle distopie coincida con la scomparsa delle grandi narrazioni ideologiche e con esse delle utopie. Se le distopie classiche novecentesche tendevano a mettere in guardia dai disastri che sarebbero potuti derivare da specifiche utopie politiche, funzionando per certi versi come anti-utopie, le distopie contemporanee si concentrano, invece, su inquietudini che hanno a che fare con le catastrofi ambientali e pandemiche derivate in buona parte dall’azione umana, con nuove forme di diseguaglianza e disumanizzazione, oltre che con il suadente dominio della macchine, legato soprattutto al mondo digitale e all’Intelligenza Artificiale. In particolare, l’aspetto distopico nelle opere di Eggers si configura come un’inquietante saldatura tra un elemento classico come le utopiche buone intenzioni e un elemento nuovo come le Big Tech che si propongono come piattafrome-comunità utopiche in cui si realizzano i sogni e i desideri degli esseri umani.
Cavallo affronta invece l’universo distopico di Eggers confrontandolo con quello novecentesco orwelliano: se Nineteen Eighty-Four (1949) è incentrato su un’idea di sorveglianza di Stato gerarchica derivata dagli esempi dei regimi dittatoriali del secolo scorso, The Circle e The Every prospettano, invece, un tipo di sorveglianza basata sull’orizzontalità del controllo e sull’imperativo della trasparenza che richiede di rinunciare volontariamente all’individualità e alla libertà personale. Non così distante dall’attuale società digitalizzata, la società distopica descritta da Eggers si presenta paradossalmente come utopia per il suo risultare desiderabile.
All’universo distopico della serie televisiva Black Mirror (dal 2011) ideata e prodotta da Charlie Brooker guardano invece Vincenzo Susca e Damiano Palano. Il primo evidenzia come la distopia messa in scena dalla serie mostri una realtà sottomessa al bio-tecnocapitalismo, una realtà seducente e punitiva al contempo, in cui si è vittime e carnefici al tempo stesso, che già si palesa nel nostro quotidiano. Palano si sofferma, invece, sull’episodio della serie Hated in the Nation (s. 3, ep. 6, 2016) incentrato sul potere delle reti comunicative di aggregare e indirizzare il risentimento verso esplosioni di odio.
La distopia proposta da Black Mirror si concentra sugli effetti antropologici piuttosto che sulla società e mette in scena la servitù volontaria nei confronti delle tecnologie digitali piuttosto che la classica lotta dell’umanità per emanciparsi dalla macchina. Palano evidenzia come in Hated in the Nation siano presenti elementi che hanno contrassegnato l’ondata populistica degli anni Dieci del nuovo millennio, a partire dalla capacità di aggregazione e canalizzazione dell’odio attraverso i social. Piuttosto che insistere sul rischio che la tecnologia possa sfuggire di mano, l’episodio mostra come dietro ad essa esistano manovratori che agiscono nell’ombra esercitando potere sull’intera società. Nel rendere visibile il potere, scrive Palano, «le narrazioni distopiche offrono al discorso politico strumenti con cui rappresentare le divisioni sociali, i privilegi, la distanza fra il popolo e l’establishment, fornendo così anche un alimento alla logica populista» (p. 56).
A chiudere il primo blocco del volume è l’esplorazione del tema della resistenza individuale e collettiva nei videogame distopici immersivi single-player proposta da Sofia Orosz-Reti che guarda in particolare a Black: The Fall (dal 2014), Watch Dogs: Legion (dal 2020) e Road ’96 (dal 2021), videogiochi in cui «l’azione individuale tende progressivamente ad assumere carattere sempre più collettivo, permettendo così lo sviluppo di una critica significativa alla nozione di agency, sia negli studi sui giochi sia nella coscienza politica» (p. 72).
Ad aprire il blocco Corpi, immagini ed emozioni è uno scritto di Gaia Giuliani che evidenzia come alla messa in discussione del mito del capitalismo senza limiti, a cui hanno provveduto, ad esempio, le letture apocalittiche della catastrofe ambientale, non sia corrisposta una altrettanto chiara e netta denuncia delle sue logiche e delle sue ontologie coloniali e intersezionali che strutturano il capitalismo razziale. A partire dall’analisi del film Bacurau (2019) di Kleber Mendonça Filho e Juliano Dornelles, la studiosa evidenzia come l’immaginario apocalittico occidentale tenda a riverberarsi anche sulle modalità con cui il sud globale guarda a sé stesso.
Passando in rassegna opere come The Blazing World (1666) di Margaret Cavendish e Woman on the Edge of Time (1796) di Marge Piercy, Carlotta Cossutta evidenzia «come, attraverso le lenti del femminismo, la scienza e la biologia in particolare – possano essere interpretate come un terreno di conflitto politico ed epistemico» (p. 99). Narrazioni di finzione di autrici come queste invitano a immaginare forme sovversive di relazione tra donne e scienza e «di guardare al rapporto tra distopia e femminismo non soltanto come a una relazione che consente di analizzare criticamente il presente e immaginare forme di vita differenti, ma anche servire come prisma per sviluppare una rifrazione del femminismo stesso» (p. 102).
Claudia Attimonelli nota come le narrazioni distopiche televisive e cinematografiche degli anni Venti del nuovo millennio siano segnate dallo smarrimento che si prova nell’essere immersi in scenari ipertecnologici e da un senso di nostalgia verso immaginari e forme di umanità appartenenti al secolo scorso. In particolar la studiosa si sofferma sul «paradosso secondo cui, mentre sempre più si abbracciano le occasioni offerte dalle tecnologie volte a dematerializzare la carne, è specifico delle tecnologie stesse accogliere, trattenere, archiviare, salvare, come se fosse l’ultima trincea dell’umano, il corpo e di esso soprattutto il volto, rappresentato e presentato alla comunità della rete secondo formati, filtri e modalità in continua evoluzione» (p. 105).
Manuela Ceretta e Corinne Doria indagano le modalità con cui gli immaginari distopici contemporanei guardano al corpo umano con riferimento alla vecchiaia e alla disabilità. Nel primo caso le autrici tratteggiano lo sguardo sulla vecchiaia presente in grandi classici come Gulliver’s Travels (1726) di Jonathan Swift e Brave New World (1932) di Aldous Huxley ed al filone delle “demo-distopie” (relative alle problematiche demografiche) sviluppatosi a partire da secondo dopoguerra. Per quanto riguarda la disabilità, Ceretta e Doria passano in rassegna le cosiddette “dis-topie”: narrazioni di stampo utopico che proiettano nel futuro una realtà alternativa in cui le persone disabili conducono un’esistenza diversa e spesso migliore di quella che vivono nel mondo reale contemporaneo.
Al potenziale distopico racchiuso nella promozione dell’empatia presente in diverse opere fantascientifiche contemporanee guarda invece il saggio di Michele Bertolini che mette in evidenza come queste abbandonino l’idea della fantascienza novecentesca solita a individuare nella mancanza di empatia ciò che differenzia l’entità aliena o tecnologica dall’essere umano. Se già film come Blade Runner (1982) di Ridley Scott avevano messo in discussione tale paradigma novecentesco, la relazione empatica tra essere umano e una forma di intelligenza artificiale viene ripresa e sviluppata in epoca più recente da film come Ex Machina (2015) di Alex Garland. Bertolini sottolinea anche come la questione dell’empatia non si dia soltanto come soggetto attorno a cui ruota un testo filmico, ma anche «come oggetto di riflessione in relazione all’esperienza vissuta dallo spettatore cinematografico durante al visione del film» (p. 141).
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Un successivo scritto sarà dedicato agli altri due blocchi di saggi che compongono il volume: Economia, lavoro e ambiente (Maria Pia Paternò, Valentina Romanzi, Alessandro Dividus e Augusto Petter) e Potere, conflitti e violenza (Angelo Arciero, Federico Trocini, Lara Righi, Dontaella Possamai e Gabriele Catania).



