di Franco Pezzini

Flor Canosa, Polpa, trad. di Giovanni Barone, pp. 112, € 16, Neo edizioni, Castel di Sangro (AQ) 2025

… fare l’amore è sentire il proprio corpo che si chiude su se stesso, è esistere finalmente al di fuori di ogni utopia, con tutta la propria densità, tra le mani dell’altro. Sotto le dita dell’altro che ti percorrono, tutte le parti invisibili del tuo corpo trovano vita, sulle labbra dell’altro le tue diventano sensibili, davanti ai suoi occhi socchiusi il tuo viso acquisisce una certezza: c’è finalmente uno sguardo che vede le tue palpebre chiuse. Anche l’amore, come lo specchio e come la morte, placa l’utopia del tuo corpo, la fa tacere, la calma, la rinchiude come in una scatola, la rende inaccessibile e la sigilla. Per questo, l’amore è un parente stretto dell’illusione dello specchio e della minaccia della morte. E se, nonostante la presenza di queste due figure pericolose che lo circondano, piace tanto fare l’amore è perché, nell’amore, il corpo è qui.

Tale il bellissimo incipit della prima parte, da Foucault, Il corpo, luogo di utopia. Ma Polpa può definirsi una storia d’amore? Sicuramente, in qualche modo febbrile e assai poco convenzionale: quello tra Irma, obbligata fin dall’infanzia a non provare emozioni – e che dunque vive giovanissima il dolore di alcune spine nel dito come un’eccitante scoperta, preludio a una deriva che solo per approssimazione e impoverimento potremmo definire masochistica – e Lunes, un quarantenne ricco totalmente in balia di pulsioni sempre più eccessive, stimolate dalle censuratissime fonti a disposizione al suo orizzonte culturale e da esperienze ai confini ultimi della “civiltà” in cui vive. E che a un certo punto prende a praticare (senza freni e con una spendita totale del corpo, dei corpi) con Irma. O, per meglio dire, su Irma.
Certo una storia di passione immorale che rotolando come un sasso da una montagna si fa valanga e innesco di esplosione d’una società-stato che vieta le emozioni e si rivela interiormente, materialmente morta. E il finale non è tranquillizzante… Attenzione, seguiranno spoiler.
In Italia, l’argentina Flor Canosa – 1979, sceneggiatrice, montatrice cinematografica e docente all’Università di Buenos Aires, all’attivo sei romanzi – è nota per La seconda lingua madre (Future Fiction, 2024) e Tette (Tempesta, 2025). Arriva ora questo Polpa (ed. orig. Pulpa, 2016) che richiede al lettore, diciamolo, uno stomaco forte e probabilmente non è per tutti.
Sorretto da un controllo stilistico insieme saldo e tremendo – dati i temi, a tratti siamo quasi all’intollerabilità – il romanzo apre a una pluralità di suggestioni e riflessioni. In scena è il futuro angosciante di un singolo paese che potrebbe essere un’Argentina del futuro (in altri, ci viene rivelato, le cose vanno diversamente): corpo fisico e corpo sociale vi intrecciano un minuetto a tratti atroce, che provoca sui temi del rapporto tra umano e bestiale, della censura e dell’obbedienza coatta o ribelle al potere, dell’uso e abuso del corpo nostro e altrui e dei relativi sentimenti, del nesso tra controllo, autocontrollo e piacere, dei pericoli della tecnologia gestita dal potere… Ma l’autrice non è interessata a fornire soluzioni, o una morale: evoca caveat, prefigura tentazioni personali e collettive, mette in scena dialetticamente modelli opposti, la negazione ufficiale e censoria e l’abbandono pulsionale assoluto. Le scene sono a volte sopra le righe, ma non si tratta di vuota corsa all’effettaccio: Polpa è una provocazione tagliente, intelligente e ben strutturata, misuratissima. Sul piano poi dell’edizione, il breve romanzo vede a incipit di ogni capitoletto l’immagine di un antico strumento di tortura, per tutti i gusti.
Le definizioni di genere non risultano inutili: si tratta di un romanzo distopico dalle forti implicazioni erotiche, ambientato in una società-stato apparentemente ipercontrollata. Nella logica che “Non provare grandi emozioni, se non per la curiosità e l’istinto di sopravvivenza, è meraviglioso”, il dolore vi è stato prima privatizzato e poi progressivamente estromesso con sentimenti e autenticità dall’esperienza quotidiana lecita:

Una volta messe sotto controllo alcune questioni pratiche come natalità e mortalità, regolamentato l’universo degli alimenti sintetici, convertite le industrie farmaceutiche in laboratori alimentari volti a contenere le perdite e, in realtà, a quadruplicare i guadagni, la medicina decise che qualsiasi manifestazione di dolore doveva essere trattata come un episodio autoinflitto, perché il dolore non aveva motivo di esistere in un ambito (il corpo) totalmente manipolato nei processi biologici dal governo. Il corpo appartiene allo Stato; la sovranità sulla mente, invece, resta a ognuno di noi. Con i dovuti limiti, chiaro. E allora, se il dolore era uscito dai normali processi dell’organismo umano ed era una sensazione provocata artificialmente – una droga sintetica, uno stato di illuminazione –, non poteva essere permesso. In teoria, oggi lo Stato non ha il dominio sul dolore emozionale, quel sentimento di profonda pena o tristezza che aveva cercato di spiegarmi Lunes senza risultato, ma in qualche modo, fin da piccoli, siamo stati resi immuni a tutte quelle sensazioni. Se affiorano – come inevitabilmente è successo a tutti – sappiamo come controllarci. Ci sono droghe (specifiche e limitate, prodotte da un grande laboratorio che ha il monopolio dell’industria farmaceutica) per ogni cosa: per il dolore, per il piacere, per la depressione, per l’odio e l’amore, per la nostalgia, la noia, per la sovraeccitazione, per l’insonnia e la sonnolenza, e così per ogni piccola manifestazione delle emozioni più grandi. Una pasticca di diverso colore.

Mentre, come più tardi sintetizzato, “La malattia è, per definizione, una devianza dello stato fisiologico del corpo. È l’alterazione strutturale di qualche parte o organo. Qualcosa è fuori norma (salute). Anormale”.
Esiste un’unica inquietudine istituzionalmente accettata, che inverte nel segno del non-mostrato e non-detto gli antichi usi sanzionatori delle esecuzioni pubbliche: infatti

Esiste […] qualcosa chiamata la pena che nessuno conosce, ed è quella la prigione perfetta. Nemmeno Foucault avrebbe potuto immaginarla meglio. Non abbiamo più bisogno della tortura né del carcere: abbiamo la paura. Una paura viscerale, sicuramente impiantata in laboratorio.

Protagonista della prima parte del trittico in scena, Irma è però figlia e nipote di donne nel complesso poco ligie ai dettami governativi che pongono precisi e spersonalizzanti veti a emozioni e sofferenza – in caso di malattia ci si dovrebbe autoricoverare subito, lasciarsi trattare con oppiacei e ridurre in stato di incoscienza perché il dolore è un crimine e si paga, e nella situazioni estreme si finisce polverizzati. La giovanissima vede aprirsi un mondo allo scoprire ferite di spine (della pianta nota come Santa Rita, forse l’Euphorbia milii) nella carne della nonna morta e allo sperimentare quel pungersi: il tutto in quel luogo d’infezione sovversiva – una casa in generale decadenza, acqua sporca dai tubi, infezioni incombenti… – dove non è un caso che abbia la prima mestruazione. Quando assaggia il proprio sangue ferendosi con un vetro, avrà un orgasmo… Il fatto è che il

dolore proibito era un concetto mitizzato, una leggenda metropolitana. Il dolore non esiste, il dolore è tabù, il dolore può ucciderti, come se la sua assenza non fosse uno degli aspetti della morte, la morte per mancanza di sensazioni. Io avevo dodici anni e una curiosità innata. Dodici anni e il bisogno di saziare una sete che mi divorava le viscere come gli avvoltoi di Prometeo, ma senza volto né becco né ali.
La cosa peggiore di essere vivi è non sapere cos’è che ti sta uccidendo. Se qualcosa non ti uccide con la sua presenza, probabilmente lo sta facendo attraverso la sua assenza.

Mentre per Irma il dolore tabù diventa feticcio e marchio del piacere, matrice identitaria: e crescendo, abbandonata una vita sessuale insoddisfacente, si consegna per sempre a Lunes. Via via, mette a fuoco che la sovversione è possibile:

Ciò che conta è che ho incontrato un gruppo di persone, poche, che aveva trovato il modo di disobbedire. Conducevano un’esistenza apparentemente rispettosa delle leggi, ma in realtà il loro mondo interiore li spingeva a tramare contro l’armonia sociale. Nonna e i suoi segni impossibili sui polsi; madre e la sua agonia lunga due mesi, mentre il cancro la distruggeva da dentro; Lunes e le sue piccole morti, cercate, contro ogni legge, oscene, ossessive, ostinate.

Nel complesso, più facilmente condivisibile per il lettore è la forma di ribellione condotta ai margini del paese da chi vive secondo usi antichi, i cosiddetti uomini-bestia:

Io non sapevo che nelle zone dove gli uomini-bestia cacciano gli animali e li divorano ci sono anche saggi che trasmettono conoscenze antiche a chi vuole ascoltare. Ne sono rimasti pochi, ma per fortuna i progressi biologici hanno costruito uomini e donne dotati di memoria e curiosità prodigiose. Creature costrette a tacere per il 95% della vita che utilizzano il restante 5% del tempo a disposizione per tramandare.

Mentre nel paese “civile”

L’unica forma di resistenza, dove la memoria ancora persiste, è nell’istinto che ci spinge ad aggregarci per tornare a raccontare come facevano i primi narratori orali. Sebbene manteniamo la stessa lingua, la cultura, la scrittura e la complessità insita nel concetto di modernità, la verità è stata compromessa. Abbiamo superato da tempo l’epoca della post-verità, in cui si sosteneva che le reti e la democratizzazione dell’informazione avessero distrutto i presupposti che garantivano l’esistenza di un’unica verità in mano a pochi attori. Quei presupposti tremano lì dove le fonti si moltiplicano e diventano anonime, dove tutti hanno voce e ciascuno può farsi sentire, dove non esiste una verità assoluta ma molteplici punti di vista. Però questo è già passato. Lo Stato ha fatto in modo che quella post-verità divenisse innocua ed è tornato a regnare il pensiero unico, l’ha diviso in due o tre parti facilmente assimilabili e ripartito equamente tra i migliori offerenti del regime. Vale a dire che si è tornati alla situazione di sempre. La natura e il corpo seguono dei cicli; i governi anche.
Lunes mi ha insegnato anche che il corpo fin dalle origini è stato una preoccupazione della filosofia.

Anche se ormai il passato, come viene trasmesso ai cittadini, è estremamente vago. All’archiviazione nel paese del caotico, labirintico web (ancora presente all’estero), è subentrata la rack sua versione filtrata, balbettio di informazioni di regime annacquate fino all’insussistenza. Borges (ricordiamo che l’autrice è argentina) “nessuno sa se sia davvero esistito o sia una leggenda”; di “un filosofo francese chiamato Michel Foucault, [si arriva a sapere] che affrontò la questione del dolore inflitto come meccanismo di controllo” (in antico il sovrano infliggeva la tortura per restituire la sovranità oltraggiata, ma “il potere disciplinare sviluppatosi a partire dal XIX secolo considerava che il corpo dovesse essere riformato, corretto” e normalizzato). Tuttavia “Per la rack, Foucault non è mai esistito e Platone è solo l’autore di alcune frasi new age”; Nietzsche, Kierkegaard, Heidegger, Sartre, sono visti confusamente come guru della musica dai messaggi sovversivi; si cita a brandelli Fromm, si cita Crowley… mentre curiosamente – ma forse non troppo perché sgomiterebbe troppo nel contesto – non si trova menzione di Sade, idealmente presente a ogni pagina.
Partner e mentore, Lunes offre così a Irma una sorta di consapevolezza teorica, politica e filosofica che però lei resetta costantemente – pur riassumendo via via a noi le rivelazioni ricevute. Va detto che Irma non può ricordare le affabulazioni politiche di Lunes: lui soffre di una sindrome d’incontinenza orale e ipermnesia, lei al contrario ha solo una memoria sensoriale e tende a rimuovere il resto, per cui almeno nella sua sezione è legittimo porsi qualche dubbio sulla parte speculativa riportata. Ma senza sentimenti ed emozioni forti, l’atrofia mentale è garantita, l’esperienza e il dissenso sterilizzati, la personalità negata; e il desiderio coartato devia verso logiche di controllo, dipendenza e violenza solo apparentemente opposte a quelle di repressione.
Se Irma incarna il Dolore, la seconda parte è dedicata a Lunes, il Piacere. Quarantenne, appartiene alla classe privilegiata, il che gli permette trasgressioni in grande, fughe presso gli uomini-bestia, pratiche sessuali imbevute di cinismo che lo vedono infettato dalla sifilide e curato da un medico-schiavo. La sottomissione fisica di Irma – sottomissione raccapricciante, estrema – apre un nuovo capitolo della sua vita. I ricchi hanno solo il guinzaglio più lungo: la moglie di Lunes – terrorizzata, sa che lui finirà con l’ucciderla – è fuggita, finendo sostituita da una bambola iperrealista con le sue fattezze…
Però archiviate la moglie e la bambola, superate le esperienze con malati terminali e cadaveri, la fase delle malattie veneree, quelle delle orge al buio e delle battute di caccia con gli uomini-bestia, Lunes è passato a dedicarsi totalmente a Irma. O meglio a se stesso, perché il corpo di cui apprezza non solo il sangue ma il siero e (il lettore non me ne voglia) il pus, visto che le infezioni li eccitano, non è un’interlocutrice ma piuttosto un oggetto sotto shock, pronta a permettergli tutto: “ciò che di diverso aveva il sesso con Irma era la possibilità di controllare ogni minima parte del piacere di entrambi. La sua passività era attiva perché la trasformava in oggetto e soggetto della mia malattia”. Ci sentiamo dire: “Fromm non crede che l’amore e il masochismo possano coesistere. Pensa che siano antitetici. / Erich Fromm sbaglia”. Per cui si parli pure di amore (“Tutto ciò che ami ti uccide; a volte, semplicemente, bisogna scegliere il boia migliore”), ma collocandolo in luce particolare, sadiana:

Il mio viso non si avvicina mai lentamente al suo per baciarla. Non si ferma, non è contemplativo. Non è mai stato così, nemmeno la prima volta. I miei baci le mangiano la faccia, la divorano dentro, la lingua come un’entità extraterrestre che le penetra la testa. I miei baci sono la voglia di possedere l’impossibile.

Nessun dubbio sul fatto che in un sistema che non lascia sanguinare o dolere, gli abusi su Irma risultino una forma di ribellione; nessun dubbio neppure che siano narrati “bene”, cioè privi di compiacimento equivoco, giustamente disturbanti e fastidiosissimi – e Lunes resta un personaggio odioso. Ovviamente verranno scoperti e impacchettati, con l’aiuto di subdoli dipendenti di lui.
Comunque la terza parte smonterà le posture da illuminato del Grand’Uomo. Dolore e Piacere non possono che avere un contrappunto ideale, il Potere, incarnato nel fratello di Lunes, Enero. Apprendiamo infatti per bocca di lui –prezioso dipendente della rack di regime, voyeur spregiudicato che si muove dietro le quinte – le post-verità di cui Lunes è convinto d’aver bisogno: dal suo panopticon (ancora Foucault, fortemente presente nel romanzo) Enero gli lascia credere tutto quel che vuole, manipola le convinzioni del fratello in funzione d’un progetto personalissimo, perché ne riconosce un losco carisma di manipolatore.

Così si costruisce un leader, lasciandogli credere di essersi fatto da solo. Dandogli il coraggio di considerarsi onnipotente, invece che un burattino. Però è lui che ha l’ambizione e il carisma necessari. È lui che può conquistare e detenere il potere. Io mi limito a realizzare eccellenti analisi, spostare dati, programmare percorsi, aggirare gli antivirus, bucare le password, cose da hacker.

Volevamo vivere insieme e imparare dagli uomini-bestia. Violavamo i codici di sicurezza per ficcare il naso nelle informazioni non manipolate. Lui esplorava in cerca di stranezze che lo eccitavano; io cercavo di infrangere il sistema. Due anarchici totalmente diversi. E la differenza stava nel fatto che io era già tanto se avevo il dono della parola, mentre lui poteva facilmente convincere una pietra a trasformarsi in sabbia.

Lunes è

del tutto incapace di vivere fuori dal sistema come di perdurare all’interno di esso […] non potrebbe vivere in un mondo dove le relazioni sono volontarie e la punizione inflitta risponde alla gravità del crimine. Passerebbe la vita in prigione, perché non sa gestire la libertà personale, non sa che esistono i limiti della buona coscienza, del desiderio del prossimo, del bene comune. Lunes è al di là delle regole, perciò non è in grado di sopravvivere in un mondo dove le regole sono stabilite da altri e vanno rispettate, un mondo in cui chi le viola va incontro a castighi misteriosi e inquietanti. La società degli uomini-bestia si basa su principi morali estremamente forti, radicati nella buona coscienza, coscienza della quale Lunes è del tutto privo. Per questo dev’essere il re di una società infame, per amministrare il suo desiderio e seminare la sua coscienza malata. L’unico modo per sconfiggere il sistema è infettarlo con un germe nocivo.

In effetti Lunes “dimostra che è nato per essere un leader, per conquistare il popolo, per costringerlo a fare quello che vuole”. E il fratello decide di usarlo.
Enero è attratto da Irma, non perché sia particolarmente affascinante, “ma perché il suo sguardo bramoso era più intenso di qualunque altro sguardo avessi visto in tutta la mia vita”. Ma è troppo realista per offrire aperture a questa attrazione, e comunque ha famiglia.
Non solo, ha contatti con altri stati dove il web esiste ancora e medita di filarsela dal paese: ma prima intende utilizzare le doti del fratello, inoculandolo nei gangli del potere e al vertice del medesimo. L’apparizione di Irma è stata preziosa per spingerlo al limite delle esperienze, e nessuno avrebbe potuto immaginare che si sarebbe innamorato (lo scopriamo da Enero, interessante). Preso atto di tutto ciò, il burocrate spegne il sistema permettendo il crollo dell’organizzazione di regime, la liberazione dei due amanti e insieme del dolore – che torna a dilagare nelle strutture sanitarie dove tutto cessa di funzionare.

È ora di concludere il lavoro, di collegare il master server alla mente e all’organismo di Lunes, alla figura e alla comprensione di Irma. Così mi hanno chiesto e così si dovrà fare.
Tutto il potere per l’uno.
Tutto il dolore per l’altra.

E mentre i due amanti si rivolgono lo sguardo estatico della prima volta, riconoscendosi “uguali, complici e condannati”, Enero preme nuovamente il pulsante. Connettendoli al sistema, carne & macchina assieme, “in un orgasmo che illumina la città intera e torna a elettrificare le mura che separano le bestie-uomini di dentro dagli uomini-bestia di fuori”: tripudio estremo per chi ha osato ribellarsi, pena spietata per imbelli e collusi col regime.

Lunes sarà la macchina pensante, il computer alimentato dal desiderio, l’onnipotente dio delle macchine e della gente. Modellerà la società secondo la sua volontà. Una volontà malata, omicida, sadica. Esattamente ciò che merita chi ha scelto di dare fiducia ai governanti che poi li hanno abbandonati, quei politici che hanno promesso un benessere e un progresso che non sono riusciti a garantire. Ecco cosa meritano. Coloro che sono rimasti consapevolmente in questa regione morta avranno il loro premio. La mancanza di volontà e di talento per prosperare come società non può restare impunita. Lì fuori, oltre il nemico, prosperano le vere società del futuro, quelle che affidano la propria crescita ai saperi del popolo, e gli restituiscono tutto. Questa regione ignorante e superficiale è ormai al capolinea. Il futuro dei suoi abitanti è ora connesso a una mente crudele che li farà vivere in una sorta di loop perverso. Tutto per voi. Avete creato il dio a vostra immagine e somiglianza, dio di fango, dio di merda, così l’avete chiesto in silenzio per decenni. Lo avete reclamato, senza sapere, con il sangue dei governanti che vi hanno lasciato orfani e con la delega a un’intelligenza artificiale senza obiettivi. Eccolo, un obiettivo. L’obiettivo è che sarete burattini delle pulsioni sadiche di mio fratello, e il vostro dolore si canalizzerà attraverso il corpo della sua amante. Irma riceverà i vostri download, le vostre grida, le vostre piaghe. Ospedali e cure palliative non torneranno a esistere. Tutto ciò è programmato per estinguersi. Programmato da me.

Sarà Lunes la pena che nessuno conosce: “Benvenuti nel governo del dolore”.
Può essere di scarso momento discettare se la terza parte rappresenti uno sviluppo concreto, ancorché fantasiosamente simbolico in quell’innesto dei due amanti al sistema, o una mera fantasia evocata per contrasto – per cui Lunes e Irma scomparirebbero nelle prigioni/ricoveri del regime e noi percepiamo solo un sogno.
Non esattamente però un lieto fine: di certo la presa d’atto in termini di costrutti sociali ipotizzabili, di una dialettica tra il regime della censura asettica e quello del piacere/dolore che sgomita, ma anche (e direi soprattutto) tra repressione e sovversione legata al desiderio e al corpo fin dalla sua carne viva. Non ci sono “buoni” da imitare, modelli da proporre e neppure consigli di buone prassi sociali. Al limite, forse, avvertenze: è fatale che un certo tipo di ipocrisia reazionaria che tenta di erodere la cultura nel giubilo di ottuse platee, per non disturbare il manovratore e garantire servilmente assenso al più forte, finisca spento da una rivoluzione che parte dal profondo – il corpo stesso, la carne viva – di chi non teme la demonizzazione, la propria fragilità e nuovi modi di sognare la realtà. Che questo avvenga in forme diverse da quanto vagheggiato nelle fantasie di corpi & desiderio di fine anni Settanta è probabile; che il numero di risposte al termine della lettura sia inferiore a quello delle domande aperte è inevitabile.