di Giovanni Iozzoli

Da qualche tempo a sinistra si sta maneggiando con una certa disinvoltura il tema “maranza” che, dietro all’evocazione giovanilista e spregiudicata, rimanda ad una questione epocale: il destino sociale delle cosiddette seconde generazioni, che influirà sempre più nel dibattito pubblico e nell’agenda dei governi.

Il bilancio di questa discussione è abbastanza deludente: una cosa sono le riflessioni articolate che stanno dentro buoni libri – vedi i lavori di Bouteldja o di Anna Curcio –, nei quali si ragiona sui processi di razzializzazione intrinsechi al sistema capitalistico; una cosa sono le fascinazioni e le suggestioni spacciate frettolosamente per analisi o proclami politici. Fino a poco tempo fa si diceva: meno male che non abbiamo le banlieue; dopo la tragedia di Rami si scopre che ci sono le banlieue e adesso tutti a correre alla ricerca del mitico maranza da trascinare sul terreno della rivoluzione 4.0. L’ennesima riproposizione della caccia al nuovissimo “soggetto rivoluzionario” in cui ci dilettiamo da alcuni decenni.

Quindi il tema è: l’immaginario collettivo maranza – come i ragazzi si auto-percepiscono e come vengono percepiti dagli altri – apre delle prospettive di emancipazione, per quei mondi e per la società nel suo insieme? Il “maranzismo”, inteso come forma di aggregazione e autoidentificazione, è utile a chi si riconosce in questa rappresentazione?

E’ bene partire da un dato: la presunta “identità maranza” non ha niente a che vedere né con Franz Fanon né con i ragazzi delle magliette a strisce di piazza Statuto; i maranza non sono le nuove Pantere nere magicamente germogliate nelle nostre città. Maranza è un insulto razzista: lo vogliamo far diventare una categoria rivoluzionaria? In base a quali argomenti o aspettative? Non è che lo stigma – solo perché agitato dai benpensanti – automaticamente cambia senso e verso di marcia.

In realtà il dispositivo politico e comunicativo che sta dietro certe aspettative ingenue, si rifà ad alcuni elementi reali della storia del 900. Snodi politici e culturali in cui si assunse un’identità socialmente negativa o addirittura criminalizzata – quasi sempre uno stereotipo identitario etnico – e anziché negarla, si cercò di costruire su di essa una leva, un piano di appoggio, che producesse un moto di orgoglio e coscienza emancipatrice nei soggetti che la subivano. L’esempio classico è quello del movimento nero americano negli anni 60: lo stereotipo del negro ghettizzato e criminale, si rovescia nel nero è bello e nel black power. Assumere, quindi, lo stigma come punto di forza, rovesciarlo di senso e trasformarlo in un dispositivo di contro-produzione di soggettività.  Anche la narrazione dell’operaio massa meridionale dei nostri anni 60/70, rispondeva a questo meccanismo: il terrone stigmatizzato per la sua ignoranza politica e la sua disaffezione sindacale, trasformava questo suo presunto ritardo in un più radicale rifiuto della disciplina di fabbrica e in ultima analisi del lavoro. Quindi i neri non dovevano rinunciare alla loro negritudine e i terroni non dovevano settentrionalizzarsi: la loro differenza socio-etnica non era più ghetto o zavorra, ma diventava arma da rovesciare contro l’ordine capitalistico e le linee del colore che lo strutturavano.

I tempi però sono un po’ cambiati. Gli anni 60 del 900 sono lontani come la Belle Epoque. Niente permane delle categorie sociopolitiche di quell’era. E il cambio radicale di contesto, ridefinisce i meccanismi di formazione delle coscienze e delle identità metropolitane. La dialettica stigma-rivolta non funziona più. La cosiddetta identità maranza, lungi dall’essere potenziale elemento di riscatto e ribellione, dentro la rappresentazione permanente della società dello spettacolo, sta diventando la più classica delle narrazioni tossiche. Una trappola simbolica e politica, un ghetto mentale in cui migliaia di ragazzi potrebbero autocompiacersi di restare: se parlano tutti di me, girano serie tv patinate su quelli come me e a 14 anni attiro gli sguardi timorosi del resto del mondo, perché dovrei rovesciare “in altro” il mio essere maranza? E’ l’effetto Gomorra, il racconto estetizzante e venefico delle periferie napoletane, che è stato oggetto di critiche durissime da parte di tutti quelli che praticano attivismo sociale, civico o politico dentro i quartieri popolari. Il “maranzismo” mette in scena la rappresentazione di una Gomorra etnica, quindi anche più pericolosa, in cui decine di migliaia di ragazzini subiscono i loro processi di soggettivazione e di crescita, dentro una spirale di consumismo esasperato e prona assuefazione al modello cucito loro addosso.

I nostri slogan di qualche decennio fa, cominciavano con “USCIRE DAL GHETTO ROMPERE LA GABBIA…” che era una bella dichiarazione programmatica: le nostre rivendicazioni, i nostri minuscoli bastioni metropolitani, non potevano diventare il comodo rifugio identitario con cui separarci dal resto della società. C’era l’idea che l’identità (che era comunque fortemente ideologica e universalistica) potesse diventare un trampolino di lancio per andare oltre e proiettarsi sul mondo. Perché oggi qualcuno pensa di inchiodare questi ragazzi nella loro mattonella identitaria e invitarli a “rimanere nel ghetto” – sperando che il ghetto produca controcultura, contropotere o Dio sa cosa? Ritiriamo fuori la retorica sulle “classi pericolose” e sul loro potenziale sovversivo? Ancora – nel 2026! – come se fossimo negli anni del Quartetto Cetra e non in quelli dell’omologazione più totalizzante della storia umana, in cui etiche, linguaggi ed estetiche sono livellate e profilate dalla macchina comunicativa – per cui “si è maranza” anche se non lo si sceglie.

Cerchiamo di evitare paralleli insensati con i nostri anni 60 o 70. Lo so che la tentazione neo-romantica è tanta (oh, che belle le batterie di rapinatori nei quartieri ai tempi nostri…), ma quella stagione, in cui anche l’illegalità sottoproletaria ebbe un ruolo e un respiro, non c’entra nulla con il mondo di oggi e con la “suggestione maranza”.  Quella che i media stanno costruendo è una identità dell’esclusione: ma è una esclusione iper-spettacolarizzata, totalmente funzionale all’agenda politica delle zone rosse – un trappolone in cui migliaia di adolescenti rischiano di rimanere impigliati per sempre. E’ la rappresentazione di una visibilità numericamente irrisoria, ma enfatizzata e trasformata in emergenza sociale proprio grazie alla continua rielaborazione del modello e del messaggio. Dobbiamo dirlo che i bordi sfrangiati della metropoli, oggi, non stanno generando potenzialità rivoluzionarie o solidali ma disvalori tribali, che stanno attirando su questi ragazzi l’odio del 95% della società: ed è preoccupante che – al netto dell’opinione dei benpensanti – sono oggi i normali coetanei di questi giovani che cominciano ad attribuire certi comportamenti ad una “vocazione predatoria” di segno etnico, con l’addensarsi di un diffuso razzismo popolare e il rischio di reazioni altrettanto tribali che stanno incubando nei quartieri. Che identità stiamo appiccicando addosso a questi ragazzini? Una identità da ladri di collanine, outfit costosi come un mese di stipendio e bullismo insensato? Perché lo stereotipo maranza è quello. E’ così che il sistema li sta disegnando. E più lo accreditiamo, questo stereotipo, più lo consolidiamo e gli diamo corpo, più divora la vita dei ragazzi come un eggregore maligno. Ci interessa tenerlo in piedi? Sperando che sbocci in una qualche contronarrazione rivoluzionaria?

Chiaro che ogni epoca ha avuto i suoi maranza. La società adulta – in rapido invecchiamento – in generale guarda sempre ai giovani con diffidenza, timore, ostilità. E’un fatto generazionale che si ripete ciclicamente e che va accettato come naturale. Ma qui è l’identificazione tra “gioventù pericolosa” e appartenenza etnica, a rendere la miscela esplosiva. Persino negli anni del boom della tossicodipendenza da eroina – quando migliaia di ragazzi si svegliavano la mattina con l’unica priorità di procurarsi i soldi per una dose – non c’era l’intolleranza e il fastidio di massa che si avverte oggi. Era diffusa l’idea che i giovani tossici non erano mostri ma “figli nostri”, si sentiva in qualche modo il peso delle responsabilità collettive, sistemiche. Adesso no. Le persone normali, anche grazie a campagne mediatiche di enorme impatto e investimento, sono state indotte a pensare di essere al centro di un’invasione aliena, rifiutando di misurarsi con “l’italianità” di soggetti che vengono visti come stranieri, pur essendo nati e cresciuti dietro l’angolo.

Il “maranzismo” è un’offesa verso due generazioni: quella operaia dei padri, venuto qui venti o trent’anni fa, lavorando duramente, nella speranza di un futuro migliore per i figli; e quella dei figli, che sbattono il muso contro le aporie e le ipocrisie della cosiddetta integrazione. Entrambi, padri e figli, stanno facendo i conti con una disillusione epocale. I padri hanno pensato che bastasse assicurare ai figli un po’ di benessere, ospedali migliori e centri commerciali ingioiellati; i figli hanno creduto – più o meno fino alle scuole medie – di potersi considerare italiani come gli altri, salvo poi scoprirsi destinati ad una scolarizzazione più povera e ad un mercato del lavoro più dequalificato. Ed entrambi – padri e figli – hanno esercitato i loro rispettivi ruoli nello sradicamento più desolante, senza le reti parentali o di quartiere su cui avrebbero potuto contare nei paesi di origine. Hanno imparato ad essere genitori – e figli – nel vuoto delle periferie più tristi della Padania industriale.

Crogiolarsi nel proprio essere maranza, magari anche con una spruzzatina di tafferugli da corteo – giusto un paio di volte all’anno – significa arrendersi allo stato di cose presenti. Significa adattarsi alla prigione simbolica che è stata costruita intorno a quelle vite. Significa suonare stancamente lo spartito che è stato già scritto. Ma è davvero questa la storia che si sta imbastendo per queste seconde generazioni? E noi, cosa abbiamo da dire a questa gioventù metropolitana? Speriamo che la Palestina o la rabbia dei 17 anni li faccia pendere dalla nostra parte? Per fare cosa?

Tra l’altro il dibattito sull’ “islamo-gauchisme”, la saldatura tra istanze della sinistra radicale e le periferie islamizzate – che si sta gonfiando anche in Italia, su spinta dei giornali di destra –, esprime e misura la preoccupazione dei poteri metropolitani su alcuni fenomeni epocali di ricomposizione e unità; ma le inquietudini dei governi non sono mica in relazione all’”identità maranza”: quella è ampiamente sotto controllo, gestita e utilizzata alla bisogna, derubricata al capitolo “ordine pubblico e contrasto alla microcriminalità”. Anzi, più si diffondono comportamenti, pratiche e modelli aggregativi riferibili a quell’identità, più lontani e travagliati si fanno i passaggi di maturazione e intersezionalità politica.

Io spero che presto ci sia un candidato sindaco “maranza”, un leader sindacale “maranza”, un’avanguardia di classe diretta dai “maranza”. Ma questo presuppone proprio lo smontaggio dell’identità maranza, a partire dalla necessità di spingere questi ragazzi a uscire dai branchi, a incontrare i loro coetanei – di tutti i colori della metropoli – e a sottrarsi alle narrazioni tossiche che li vogliono spauracchio dell’ordine pubblico, ladruncoli da immortalare o mettere al centro delle campagne elettorali.

In questo sforzo può aiutare l’intelligenza politica (pochissima) che è rimasta a sinistra, i pochi avamposti sociali ancora attivi. Ma possono aiutare anche le moschee e l’identità religiosa: a Malcom X i maranza non sarebbero piaciuti, posso assicurarlo. Questi ragazzi sono vittima di uno sradicamento valoriale terribile e l’Islam può essere l’ancoraggio che li sottrae al nichilismo metropolitano, che fa loro riscoprire la dimensione comunitaria al posto di quella micro tribale – una identità orgogliosa, che ti fa attraversare il tempo e la società in cui vivi a fronte alta, anziché con la testa incappucciata infilata tra le spalle. Provate a confrontarvi con ragazzi religiosamente consapevoli, che hanno scelto di abbracciare la loro storia, le proprie radici, affrontando un viaggio a ritroso che ricuce le ferite dello sradicamento: è lì che si può incontrare una ricchezza di valori che, nei contesti giusti (vedi il movimento pro-pal) ha prodotto alchimie positive, protagonismi, arricchimenti, rifiuto delle luci artificiali del consumismo becero che imprigiona e motiva tanti coetanei che hanno la medesima biografia ma restano bloccati nel nulla, nel vuoto rabbioso, nell’incapacità di dare un nome alla sensazione di esclusione e incompiutezza in cui stanno crescendo.

Lo so, sono parole da vecchio barbagianni. Molti continueranno ad essere attratti dal mito dei maranza, rinverdendo vecchi sogni abortiti. Adesso l’urgenza è fermare l’onda xenofoba che sta sommergendo questi ragazzi, ingannati dalle luci artificiali dei media e dell’immaginario ingombrante che gli si sta cucendo addosso. Smontiamo “i maranza” – cioè la rappresentazione balorda di queste giovani vite – e ragioniamo con Mohamed, Mustafà, Medhi, Ibrahim, Ali e Omar… Rispettiamo le loro storie complicate, il dolore della solitudine e della mancanza di radici, l’assenza dei padri, la durezza oggettiva delle periferie. Non proviamo a usarli. Hanno davvero un mondo da conquistare, se escono dalla partitura che è stata scritta per loro.

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