di Marc Tibaldi
Mimesis, Milano 2025 pp 238 € 22
“Non domandatemi chi sono e non chiedetemi di rimanere lo stesso: è una morale da stato civile; regna sulle nostre carte d’identità”, Michel Foucault in L’archeologia del sapere.
Che l’identità – in ogni sua articolazione sociale e individuale – sia un campo minato in cui ci si può trovare in pericolo, per scelta o per sbaglio, distraendosi un attimo dal punto di vista che tiene assieme critica di tutte le forme di dominio e di sfruttamento, dovrebbe essere ormai evidente per chi si riconosce nelle aspirazioni di un’altra società, una società e un’umanità egualitaria.
Molto utile per riflettere sul groviglio identitario è allora la recente traduzione di questo libro di Élisabeth Roudinesco. Le argomentazioni sostenute a volte sono – anche per la scivolosità dei temi toccati – non condivisibili, ma arricchiscono di prospettive la riflessione. È sotto gli occhi di tutti come negli ultimi anni l’identità sia divenuta uno dei problemi centrali all’interno del dibattito politico, filosofico e sociale. Che sia declinata in chiave postcolonialista oppure rispetto al tema dell’intersezionalità, l’identità si presenta oggi come un campo di battaglia dove si scontrano visioni del mondo e teorie dell’essere umano e della società.
L’autrice, storica, psicoanalista e direttrice di ricerca all’Université Paris VII, autrice di numerosi testi sulla storia della psicoanalisi, sulla filosofia e sull’ebraismo (delle sue opere uscite in Italia ricordiamo la biografia di Jacques Lacan, edita da Raffaello Cortina editore, e la conversazione con Jacques Derrida Quale domani, Bollati Boringhieri), afferma che il significato profondo di questa sua opera risiede interamente nelle parole di Claude Lévi-Strauss: “Né troppo vicino, né troppo lontano”, affermando che la standardizzazione del mondo porta alla sua estinzione tanto quanto la frammentazione delle culture, e sostiene che ciò che accomuna queste posizioni è l’ipostatizzazione rigida e gerarchica della nozione di identità e, di conseguenza, della soggettività. Analizzando la genesi e lo sviluppo del dibattito contemporaneo sull’identità, attraverso una ricognizione di alcuni dei suoi maggiori nodi concettuali, Élisabeth Roudinesco propone una riflessione dettagliata per sfuggire ai pericoli e agli eccessi delle “derive identitarie”. È una lettura avvincente che passa attraverso il pensiero di molti teorici da Simone de Beauvoir a Jean-Paul Sartre, da Edward Said a Edouard Glissant, da Franz Fanon a Carlo Ginzburg, da Michel Foucault a Judith Butler.
Nel primo capitolo, L’assegnazione identitaria, l’autrice discute alcune forme moderne di attribuzione identitaria, il cui obiettivo è “porre fine all’alterità”, esponendo fin da subito le proprie convinzioni, che potrebbero essere definite “progressiste” (Roudinesco si definisce socialdemocratica con un passato da comunista): “Solo la diversità e la mescolanza sono, a mio avviso, fonti di progresso. […] Solo la laicità può garantire la libertà di coscienza”. L’autrice sfuma però immediatamente queste affermazioni: “È difficile affermare che [il modello di laicità] sia superiore a tutti gli altri e quindi esportabile. Voler imporre questo modello a tutti i popoli del mondo sarebbe suicida”, e mette in guardia dal pericolo dell’omogeneizzazione dei modi di vivere e di pensare che, man mano che si intensifica, provoca reazioni identitarie assolutamente violente, accompagnate dalla ricerca delle “presunte radici”: “la globalizzazione è accompagnata da una recrudescenza delle angosce identitarie più reazionarie”.
Nel secondo capitolo, La galassia di genere, analizza le variazioni che hanno caratterizzato la nozione di “genere”. Inizia con la famosa frase di Simone de Beauvoir: “Non si nasce donna, lo si diventa”, ricordando che Il secondo sesso (1949) ha aperto la strada a un gran numero di studi letterari, sociologici e psicoanalitici degli anni ’70 che miravano a distinguere il sesso, o corpo sessuato, dal genere (gender) come costruzione identitaria. Qui però l’autrice cerca di delegittimare il pensiero di Judith Butler (basato sul desiderio di sovvertire la norma, contrastando l’ordine familiare, patrocentrico, eteronormato) definendolo “militante e non razionale”, e totalmente estraneo al pensiero di Foucault al quale Butler fa rifermento, mentre a noi leggiamo il pensiero della filosofa americana come attualizzazione di quello della de Beauvoir.
Il capitolo Decostruire la razza discute le diverse metamorfosi dell’idea di “razza”, attraverso la questione dei cosiddetti studi “postcoloniali” e “decoloniali”. Roudinesco sostiene, che attraverso Razza e storia (1959), Claude Lévi-Strauss intraprese la lotta contro il pregiudizio razziale denunciando le mostruosità commesse dalle nazioni europee attraverso l’affermazione di una presunta disuguaglianza tra le razze, ma anche il colonialismo che aveva eretto a dogma l’idea dell’inferiorità dei popoli non occidentali. Secondo Lévi-Strauss, qualsiasi forma di occidentalizzazione integrale del mondo, sotto l’effetto del vertiginoso progresso della scienza, non potrebbe che portare a un disastro per l’umanità intera. “Egli rifiuta quindi, a ragione, l’uniformazione del mondo a favore del rispetto di ogni cultura […]. Le società non devono quindi né dissolversi in un modello unico (la globalizzazione) né chiudersi in confini carcerari (il nazionalismo)”.
Nel capitolo Postcolonialità, viene sottolineato il paradosso secondo cui sono stati proprio gli intellettuali che vivevano nel cuore dell’Occidente a produrre le critiche più aspre nei suoi confronti. Tradotto in quaranta lingue, Orientalismo (1978) di Edward Said diventò in pochi anni la bibbia degli studi postcoloniali, “essendo letto, molto spesso, in senso contrario a ciò che affermava”. Said affermava che l’Oriente, nel senso generico del termine piuttosto che in quello geografico, era una sorta di costruzione fittizia attraverso la quale il discorso occidentale cercava di definire un’alterità che gli sfuggiva. In queste pagine ci sembra che Roudinesco dimentichi le fondamenta marxiane e di classe con cui Said sostanzia la sua critica.
Il labirinto dell’intersezionalità è il capitolo più complicato e sfuggente. L’autrice affronta la cosiddetta “cancel culture”: “Questa ‘cultura’ consiste nel puntare il dito, per ostracizzare o eliminare, una persona, un’associazione o un’istituzione le cui parole, costumi, azioni o abitudini sarebbero giudicati ‘offensivi’ nei confronti di questa o quella minoranza”. Questa cultura della denuncia pubblica, “sempre pericolosa per la democrazia, va di pari passo con altre forme di spedizioni punitive, come quelle che mirano alla ‘appropriazione culturale’, per esempio: “I sostenitori di questo approccio ‘intersezionale’ rifiutano qualsiasi idea di universalizzazione dell’espressione artistica: solo i neri avrebbero il diritto di pensare alla ‘negritudine’, gli ebrei alla ‘ebraicità’, i bianchi alla ‘bianchezza’…”. Secondo Elisabeth Roudinesco, i sostenitori della cancel culture “si sforzano meno di lottare per una vera emancipazione, sulla scia di Martin Luther King, piuttosto che sostituire la storia odiata con agiografie fantasiose e binarie”.
Come in altri punti nevralgici del libro, l’autrice dimentica di situare le rivendicazioni dei movimenti di sinistra, non tiene conto che spesso è dalle azioni e dagli sbagli che si possono ricalibrare le proprie posizioni: un’altra delle differenze sostanziali con i movimenti di destra che rivendicano valori astorici e immutabili nel tempo. Manca in questo capitolo uno sguardo antiessenzialista che possa aprire alla prospettiva intersezionale, ossia guardare all’interazione e al conflitto tra le diverse dimensioni dell’identità, di razza, di genere e di classe, andando oltre la semplice sommatoria di questi diversi aspetti, e analizzando piuttosto la produzione di ricombinazioni inedite, sia progressiste e liberatorie, sia stigmatizzanti e oppressive. L’intersezionalità, in questo senso, può collocare e trasformare le identità, e, contemporaneamente, le destabilizza e le contesta.
Nell’ultimo capitolo del libro, Grandi sostituzioni, l’autrice si interroga sulla nozione di “identità nazionale” tornata con veemenza negli ultimi decenni, ispirata dal terrore della “grande sostituzione”, sostiene che gli identitari, i sovranisti “hanno in comune la volontà di una controrivoluzione mondiale fondata sul rifiuto delle élite, dell’università, del ‘sistema’ e della democrazia in quanto non consentirebbe di rappresentare il vero popolo”, mentre i rivoluzionari, “indipendentemente dalle loro dispute dottrinali, si concentravano su un obiettivo comune: un futuro più giusto. I reazionari, così disgustati dal presente da avere difficoltà a immaginare il futuro, fanno invece riferimento a un passato idealizzato. Il reazionario non è uno studioso di storia, è un idolatra del passato. Per vivere, ha bisogno di una narrazione che spieghi come l’insopportabile presente sia il risultato necessario di una catastrofe storica imputabile a forze oscure ben precise. Ciò che temono i nazionalisti identitari è la ‘mescolanza’, “come se fosse possibile preservare i popoli e i territori da ogni contatto, come se ciascuno dovesse proteggersi dagli eccessi della globalizzazione, non attraverso la regolamentazione, la legge o la protezione delle frontiere, ma con muri e filo spinato. Si sentono naufraghi, poveri, ‘sostituiti’, esclusi, e pensano di essere gli ultimi custodi di una civiltà minacciata dalla modernità […] affermano di essere costretti al pentimento, all’abbassamento dei propri valori. Spesso sviluppano una sindrome di identità infelice di fronte a quella che definiscono la ‘grande deculturazione’ del loro Paese, legata a una ‘immigrazione sostitutiva’. […] Gridano la loro indignazione, vogliono sradicare dai loro territori le presunte ‘branchi’ straniere che minaccerebbero di soppiantare i buoni cittadini ‘autoctoni’”. Ma gli autoctoni si trovano solo nelle loro fantasie…
Identità e differenze. Per chiudere ci vengono in aiuto le parole di Paolo Virno, filosofo post-operaista recentemente scomparso.
“Differenza è stata una delle parole chiave dell’ideologia postmoderna (non del postmoderno come momento storico e sociologico), cioè l’ideologia dei vincitori che si è imposta all’inizio degli anni Ottanta, dopo aver spezzato la schiena al movimento rivoluzionario degli anni Settanta. Tutti siamo per la differenza, ma dobbiamo tener presente che differenza non è una parola innocente ma un campo di battaglia. Lo sfruttamento contemporaneo è un sistema basato sulla proliferazione delle differenze. Ma qual è l’elemento comune da cui partono le differenze? E’ un imbecille chi ama la differenza e non si pone il problema di quale ‘uno’ rende possibile la dinamica delle differenze…”.
Virno, già nel 1992 (in presa diretta, proprio nel periodo dello scatenarsi dei localismi identitari (controllo dei corpi), ovvero l’altra faccia della medaglia del capitalismo mondiale integrato (controllo delle merci), scriveva in un articolo su Luogo comune: “Chi cerca identità, prima o poi si commuoverà al dialetto di una SS, un genere di commozione cui sempre inclina chi, nella metropoli contemporanea, coltivi il sogno di una piccola patria immaginaria, da rieditare a viva forza. […] Nonostante tutto, è futile (e alla lunga pericoloso) sbarazzarsi con un’alzata di spalle dell’esigenza di un luogo abituale. […] Ma cos’è, in ultimo, questa abitualità non originaria, non presupposta, di secondo grado? Grossomodo e pressappoco, all’incirca e più o meno, la sua possibilità fa tutt’uno con l’attualità sempre differita di ciò che, da duecento anni, è stato designato con il nome di comunismo”. Un comunismo a venire, non certo un’identità originaria.



