L’inquisizione degli ayatollah di Persia contro le donne e gli intellettuali

di Francisco Soriano

All’inizio di questa estate le forze di sicurezza iraniane hanno arrestato Firouzeh Khosrovani e Mina Keshavarz. Questa azione apparentemente “silente” e, senza motivi, faceva presagire al peggio, cioè a quanto sarebbe accaduto alla giovane Mahsa Amini arrestata e bastonata dalla polizia morale con il conseguente scoppio di rivolte sanguinose di giovani esasperati dalla mancanza libertà e dalla corruzione del sistema. Le rivolte sono tuttora represse con crudeltà inaudita. Immagini di un vero terrorismo di stato attuato soprattutto dalle milizie “irregolari” dei basseji, contro i propri coetanei, che non esitano a uccidere di bastonate o sparando alla testa inermi cittadini. Sono la prova del vortice di odio in cui è piombata la giovane società iraniana. Si dovranno ricredere gli appassionati nostrani di tecnicismi istituzionali che la teocrazia iraniana è un inferno di tortura, corruzione e inquisizione.

Le due registe e attrici sono state successivamente rilasciate su cauzione, ma non potranno, tuttavia, evitare la pena accessoria che consiste nel divieto di lasciare il Paese per i prossimi sei mesi. Conobbi Firouzeh Khosrovani nel lontano 2003, come una delle più talentuose registe iraniane, un’intellettuale poliedrica nata nel 1971 che vanta collaborazioni giornalistiche con il “Manifesto”, “D” di Repubblica, “Limes” e la spagnola “Culturas”.

Firouzeh Khosravani è regista di film-documentari particolarmente apprezzati in Italia: ha cominciato la sua attività di cineasta come documentarista, scrivendo il soggetto e collaborando alla fotografia del cortometraggio “Behesht-e Zahra”, sulla guerra Iran-Iraq; ha collaborato per un periodo con la Croce Rossa Italiana a Bam, città colpita dal terribile sisma nel 2003 e ricordata per essere il luogo-simbolo del celebre romanzo “Il Deserto dei Tartari”. Ha realizzato un documentario sul progetto della CRI, “Centro d’Assistenza psico-sociale”, dal titolo: Life Train (2004), trasmesso dalla televisione italiana e iraniana. Intenso e toccante è il reportage Rough Cut, “Corpi del reato”, dove la cineasta affronta la questione-concetto, molto dibattuta, del corpo femminile dalla Rivoluzione Islamica fino ad oggi. Quest’opera ha preso spunto da un fatto reale: il racconto si ispira al periodo in cui si verificarono accese polemiche, suscitate a Teheran, quando venne deciso di mutilare i manichini femminili. Si impose di nascondere le forme considerate più “sexy” e ritenute provocanti agli sguardi indiscreti dei passanti, così oscenamente mostrate dalle vetrine dei negozi della capitale. È un tema evidentemente attuale in questi giorni, tragici e dolorosissimi. L’ultima opera è del 2018, “Radiograph of family”, cronaca della storia familiare della regista dove due culture e due visioni di mondo rappresentate dal padre laico e, dalla madre religiosa, scandiscono e attraversano contraddizioni e inquietudini della società iraniana, fino all’attuale momento storico, meglio definito come “post-khomeinista”.

 In Italia pochissime le voci di protesta e gli articoli che, in qualche modo, hanno sensibilizzato la nostra coscienza civile contro atti di vero e proprio terrorismo nei confronti di artisti e intellettuali in Iran. La cronaca degli avvenimenti lascia trapelare la persecuzione sistematica a discapito di diverse celebrità e registi iraniani, compiuta con una vera propria azione di “rastrellamento”, violando spazi privati e abitazioni, sequestrando cellulari, hard disk e materiale cinematografico. Il tutto è stato attuato alla vigilia del Festival di Cannes, presieduto dal nemico giurato Asghar Farhadi, peraltro membro di prestigio nella giuria della mostra cinematografica. In questa deriva repressiva, l’ennesima in tutti questi anni dove la politica persecutoria del regime sui costumi e sugli intellettuali vive solo alcuni momenti di “pausa”, è stata arrestata anche Reihaneh Taravati, una fotografa eccelsa nel panorama mediorientale e mondiale che si è spesso occupata di celebrità e set cinematografici. La orribile prova di insofferenza degli ayatollah si è evidenziata anche nei confronti di un’altra donna, guarda caso, Zar Amir Ebrahimi, vincitrice come miglior attrice per il film “Holy Spider”, in un ruolo che probabilmente le è costato molto caro: quello di una giornalista che vorrebbe risolvere il caso di una serie di prostitute uccise da un serial killer nella città santa di Mahshad. Fatti accaduti realmente qualche anno fa. Il film è stato girato dal regista Ali Abbas e racconta la tragedia di queste sventurate “punite” dal giustiziere di turno, perverso e criminale, denominato “spider killer”. Questa tragedia è stata a lungo narrata come fatto di cronaca con delle implicazioni “politiche” per diversi anni, suscitando una grande commozione collettiva nel Paese e dimostrando la maturità di un popolo che chiede libertà e autonomia di scelta nella propria vita. In realtà, il film fu girato in Giordania, perché chiaramente vietato in Iran. La pellicola era critica nei confronti delle autorità che non furono giudicate efficienti o, forse, non molto propense alla ricerca dell’assassino delle prostitute, considerate, guarda caso, esseri deteriori di una società perfettamente morale e religiosa. Se ne sono occupati anni fa e, per diverso tempo, anche artisti di rilievo come Khosrow Hassanzadeh, con opere pittoriche, immagini-reportage davvero commoventi e suggestivi.

L’Iran di questi anni vive condizioni di instabilità abbastanza gravi, anche se nulla sembrava trapelare dalla rigida censura a cui vengono sottoposti i mezzi di comunicazione con l’aiuto, addirittura, di imbonitori anche stranieri, propensi alla propaganda e ben disposti nei centri di cultura e nelle istituzioni pubbliche universitarie del Paese iranico. Una situazione non degna di una civiltà con la sua storia millenaria.

Nel mese di maggio sono state arrestate due persone di nazionalità francese, accusate di spionaggio per aver organizzato alcune proteste nel Paese al fine di creare instabilità sociale. Che le ingerenze di Nazioni occidentali in Iran siano state copiose e laceranti è fuor di dubbio, soprattutto da parte degli USA e della Gran Bretagna, in un lungo elenco vergognoso di disastrose azioni ma, assumere atteggiamenti vittimistici per nascondere responsabilità politiche gravissime, è abbastanza consolidato da parte delle autorità iraniane. Soprattutto responsabilità che non c’entrano nulla con le ingerenze straniere e che riguardano le violazioni dei diritti umani nei processi e nelle carceri, nelle strade e nelle private abitazioni, con l’utilizzo massiccio della tortura e della pena di morte, di delatori pagati e assoldati per spiare nelle proprie famiglie. Le autorità hanno voluto incolpare i francesi di aver provocato le proteste degli insegnanti iraniani, argomentando tale accusa con “prove” incontrovertibili: i suddetti infiltrati sarebbero stati identificati come responsabili sindacali in Francia. Questo tipo di pressioni su cittadini stranieri sono una modalità consolidata in Iran, sempre valida a reprimere le accuse di violazione dei diritti umani e reprimere il dissenso interno senza essere “importunati”. L’arresto della nostra concittadina e di altri stranieri durante le proteste ne sono la prova.

Nei mesi antecedenti le rivolte che vengono distinte con lo slogan “Zan, Azady, Zendeghi” (Donna, Vita, Libertà), pochi forse ricordano le settimane di proteste che si sono alternate per l’aumento dei prezzi dei generi alimentari, soprattutto di prima necessità, in almeno venti città di importanti capoluoghi: diversi sindacati già ridotti al silenzio in più occasioni, hanno cercato di rivendicare l’aumento dei salari e il pagamento degli arretrati che molte imprese di Stato tardano a saldare. Infatti anche per l’enorme danno provocato dalle sanzioni Usa (sono assolutamente inefficaci per gli Stati, ma deleterie e criminose per i comuni cittadini), la crisi economica imperversa, anche e soprattutto per la corruzione e la diffusione di uno sfruttamento ai limiti della decenza nei confronti di cittadini delle fasce più povere, elevando i profitti sempre maggiori dei più ricchi. Lo Stato ha tagliato i sussidi agli inizi di maggio, come la farina, il riso e l’olio, azione giustificata dalla crisi mondiale. Come accade anche in Europa i prezzi sono schizzati verso l’alto e una inflazione insopportabile ha praticamente impoverito e cancellato il ceto medio. Le manifestazioni assumono spesso una connotazione politica con le conseguenti critiche alle autorità religiose che, sapientemente, eliminano ogni dissenso alla radice, attuando una tecnica che potremmo definire del “granchio”, con concessioni liberali momentanee e repressioni violente, torture e sparizioni. I leader vengono uccisi subito e con fredda determinazione. Questo è l’andamento di anni di “democrazia teocratica” basata su una formale struttura con caratteri assembleari, ma concretamente autoritaria e poliziesca. Per i responsabili del “Center for Human Rights in Iran” che ha sede a New York, cinque persone sono morte negli scontri con le forze di sicurezza e un numero alto e imprecisato di manifestanti, alcune centinaia, sono state arrestate. Proteste anche nei giorni del 26 e 28 maggio ad Abadan, situata nel sudovest, città non estranea e manifestazioni di insofferenza verso gli ayatollah: il Metropol, un edificio di dieci piani ancora incompiuto ha ucciso almeno 40 persone sbriciolandosi in un attimo. Gli arresti degli ultimi tre sindaci della città non hanno calmato la tensione perché (i motivi della protesta non cambiano e questa azione conferma la rabbia dei cittadini) la popolazione rivendica giustizia e lotta vera alla corruzione. Sempre nel sud dell’Iran scoppiano sistematicamente proteste nelle varie città per la siccità: le rivendicazioni sono rivolte, in questo caso, contro i Pasdaran che sono i veri padroni dell’intera rete idrica. Non a caso nelle manifestazioni di questi giorni il sud delle Paese è stato particolarmente attivo nelle proteste, anche perché molte sono le diverse etnie che vi risiedono.

Dunque, come nelle rivolte del 2009 a cui ho assistito personalmente (anche come vittima di tortura) per l’elezione-farsa di Mahmood Ahmadinejad e, del 2013 su tutte, le autorità si sono adoperate nella persecuzione e nell’arresto di cittadini stranieri (preferiti soprattutto quelli con doppia cittadinanza), intellettuali e artisti, con quella che viene ormai definita “diplomazia degli ostaggi”. L’Iran non riconosce la doppia cittadinanza e questo gli consente di arrestare e incriminare cittadini che possono essere giustiziati o subire pene e punizioni incredibili, senza che gli Stati stranieri possano intervenire. In qualche occasione la fine di queste detenzioni si verifica semplicemente in condizioni di scambio, come accaduto per Nazanin Zaghari-Ratcliffe e Anooshe Ashoori, in cambio di un debito che, da quaranta anni, la Gran Bretagna doveva all’Iran. Altri scambi avevano riguardato il giornalista del Washington Post, Jason Rezaian (sette iraniani nel 2016 sono stati liberati negli USA), e lo studente statunitense Xiyue Wang liberato nel dicembre del 2019 grazie alla conseguente messa in libertà dello scienziato Massoud Soleimani. Secondo Amnesty International, Ahmadi Djalali condannato a morte in attesa di essere giustiziato dal 2017, è semplicemente tenuto “in ostaggio” per “costringere terze parti a scambiarlo con ex funzionari iraniani condannati o sotto processo all’estero e per impedire future azioni penali contro funzionari iraniani”. Il governo svedese respinge le accuse a Djalali. Un tribunale della Svezia ha processato Hamid Noury, arrestato sul proprio territorio nel 2019 e accusato di essere uno dei protagonisti degli eccidi-epurazioni nei confronti di donne e uomini legati ai mujaheddin che si erano opposti a Khomeini nel 1988. Massacri ricordati come orrendi che hanno reso possibile il giudizio sulla base del principio della giurisdizione universale per gravi crimini commessi all’estero contro ogni senso di umanità. La storia di Djalali si interseca anche con un altro caso in Belgio, dove aveva prestato servizio presso l’Università Vrije di Bruxelles. In Belgio, infatti, un ex “diplomatico iraniano”, Assadollah Assadi, è stato condannato a venti anni di reclusione per un attacco, poi sventato, contro connazionali in un raduno dove c’erano oppositori al regime degli ayatollah residenti in Francia. Diana Eltahawy, vicedirettrice di Amnesty International per il Medio Oriente e il Nordafrica, afferma che “l’Iran propone lo scambio di prigionieri, anche in questo caso, minacciando l’esecuzione della pena capitale per Djalali”.

La notizia più deludente per chi ama questo immenso Paese e ha sempre considerato i valori culturali e storici della sua millenaria tradizione, arriva come una doccia fredda dalla stampa iraniana, che ha solidarizzato con Hadi Matar attentatore legato a formazioni sciite, dello scrittore Salman Rushdie. In realtà, non c’è stata nessuna manifestazione pubblica in favore dell’attentatore e questo conforta sul grado di civiltà della popolazione ma, nuove preoccupanti derive di intolleranza verso intellettuali e dissidenti, provocano preoccupazione e tristezza. Affermazioni provenienti dalla importante testata “Kayhan” il cui direttore viene nominato addirittura dal leader supremo Ali Khamenei (dimostrando anche ai più scettici il grado di “democrazia” in questo sfortunato Iran), lasciano costernati: “Mille volte bravo alla persona coraggiosa e coscienziosa che ha attaccato l’apostata ed il malvagio Salman Rushdie a New York”; si sottolinea, inoltre che: “Le mani dell’uomo che hanno torto il collo al nemico di Dio devono essere baciate”.

Immaginavamo che, dopo anni dalla famosa fatwa emessa dall’ayatollah Rouhollah Khomeini contro lo scrittore Salman Rushdie, il clima si fosse rasserenato nei confronti di chi scrive, lotta, esprime opinioni, senza ritrovarsi con una condanna a morte dettata nei suoi confronti e attuabile da chiunque per vendicare blasfemia e insulto ai valori dell’Islam. È evidente che il richiamo alla vendetta e alla censura nei confronti degli intellettuali non coinvolge tutto il mondo islamico, ma la deriva che in questo momento in Iran si sta pian piano delineando, con la persecuzione degli artisti e cineasti, suonava come un grave campanello d’allarme.

Da anni esprimiamo da queste pagine l’allarme rosso dei diritti violati in questo Paese: dal millenario cilindro di Ciro alle prigioni infernali del mattatoio di Evin, dove viene ospitata Alessia Piperno. Abbiamo anche, da anni, manifestato quanto le donne fossero attive nella demolizione di un sistema arcaico e corrotto, ma non avevamo previsto la solidarietà dei compagni maschi copiosamente trucidati al fianco delle loro coetanee.

La realtà è che questa volta la ferita lasciata dai mazzieri del regime non si rimarginerà e il lento processo di cambiamento e Libertà li spazzerà via come canne al vento.

 

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