di Francisco Soriano

È il giorno 13 del mese di settembre quando, la ventiduenne Mahsa Amini, viene intercettata e sequestrata da una squadraccia di poliziotti dediti all’individuazione di persone che mostrano comportamenti immorali e contrari all’etica sciita: di questa composita formazione di “squadristi della buon costume” ne fanno parte anche donne, in abiti borghesi, molto attive anche all’interno di mezzi pubblici e metropolitane.

Mahsa Amini è di origini curde ed è in viaggio per turismo a Teheran.

È una delle tante giovani iraniane a ritrovarsi vessata e sequestrata, soprattutto, nelle strade dei grandi centri urbani, con appositi furgoni muniti di grandi sportelloni esterni, utili a caricare le vittime senza troppi “sprechi di energie”. Se queste ultime si mostrano recalcitranti, il metodo più consolidato di arresto resta la bastonatura che si protrae, nella maggior parte dei casi, anche per diversi giorni all’interno di specifici luoghi di detenzione, con umiliazioni e pressioni psicologiche che ledono i più elementari diritti umani delle persone. Molto spesso, in Iran, vengono concessi brevi periodi di “libertà”: le donne hanno la sensazione di poter finalmente decidere di indossare o meno l’hijab e di utilizzare il maquillage, sul proprio volto e sulle mani. Questi periodi, tuttavia, vengono sistematicamente interrotti con restrizioni e limitazioni che gettano le persone in una condizione di criticità psicologica e frustrazione. Sono soprattutto le generazioni più giovani, la maggioranza delle quali insofferenti nel seguire il rigido codice islamico-sciita, a pagare il prezzo più alto.

Questa volta, però, la giovane Mahsa non ha retto alle umiliazioni e alle manganellate della polizia in carcere: è morta dopo essersi accasciata al suolo, visibile in un video contraffatto e mostrato dalle autorità di polizia che hanno cercato, senza riuscirvi, di celare l’immane colpa di aver ucciso una persona inerme per “futili motivi”. La polizia iraniana si è mostrata subito preoccupata dalle conseguenze di questo orrendo crimine, affermando che Mahsa sarebbe stata colpita da infarto. Fonti giornalistiche iraniane sostengono, inoltre, che le autorità abbiano rimosso il capo della polizia di Teheran, Ahmed Mirzaee, per il momento soltanto con la sospensione dall’incarico. Il presidente iraniano Ebrahim Raissi, invece, ha chiesto al Ministero degli Interni di avviare un’indagine sul decesso della giovane nella speranza di spegnere le prime avvisaglie di rivolta all’interno delle metropoli iraniane. Tuttavia, il gesto ha innescato una fiamma deflagrante ancora più violenta e incontrollata di quanto si potesse immaginare. A peggiorare la situazione ha contribuito la dichiarazione dell’ospedale “Kasra” della capitale, apparsa sui social media della struttura sanitaria, in cui si affermava che “Mahsa Amini era giunta il giorno 13 già senza alcun segno vitale”. I fondamentalisti islamici ben distribuiti in gruppi militari e paramilitari, come ad esempio i famigerati bastonatori “irregolari” conosciuti come “baseji”, hanno minacciato e oscurato gli account dell’ospedale accusando i funzionari ospedalieri di essere “agenti anti-regime prezzolati da potenze straniere”. Una retorica abbastanza consolidata in Iran, che intende nascondere una verità inconfutabile: l’assenza di considerazione per i diritti umani e i diritti delle donne, che nulla hanno a che fare con i tentativi delle potenze straniere di sobillare il regime islamico. Inoltre, le responsabilità storiche degli USA e della Gran Bretagna, con illegittime ingerenze nelle politiche di questo Paese, non possono giustificare l’esistenza di questo sistema di governo corrotto e violento, che si fonda su valori regressivi in tema di democrazia e valori fondanti i diritti umani e di genere.

L’introduzione della copertura islamica avvenne subito dopo la rivoluzione del 1979 e la “presa del potere” dell’ayatollah Ruhollah Khomeini. Quest’ultimo con perizia e intelligenza strategica, riuscì a inglobare una rivolta popolare con diverse sfaccettature e istanze ideologiche, in una dimensione islamico-sciita, facendo eliminare fisicamente avversari politici e oppositori, con spietata ferocia e senza esclusione di colpi. L’attuale presidente della cosiddetta repubblica islamica, Ebraihim Raissi, fu uno degli artefici dell’uccisione di migliaia di persone, sequestrate, torturate e giustiziate nel periodo post-rivoluzionario. Al potere dal giugno del 2021, dopo aver occupato le massime cariche nella magistratura iraniana da quando aveva 19 anni, Raissi è riconosciuto come responsabile di “crimini contro l’umanità”: un’accusa condivisa e suggellata a livello internazionale anche da Stati “non ostili” all’Iran. Nell’estate del 1988 fu uno dei quattro membri di una commissione che ordinò e fece eseguire la tortura e l’uccisione di circa 30.000 membri di formazioni politiche, anche islamiche, per tradimento e opposizione al regime khomeinista. È stato protagonista, inoltre, della repressione di studenti e oppositori nelle varie rivolte scoppiate a fasi alterne in Iran. Fra le più sanguinose ricordiamo quella nel 2009 (alla quale ho assistito come testimone e vittima di tortura) durante l’elezione contestata di Mahmud Ahmadinejad e, successivamente, nel 2019 per motivi legati alla corruzione e al dissesto economico del Paese.

In questi anni le donne iraniane, molto attive nella vita civile del Paese, intelligenti e creative nei vari ruoli sociali, hanno spesso dimostrato la loro contrarietà alla mancanza di libertà nell’indossare o meno la copertura islamica ma, soprattutto, una totale insofferenza verso una legislazione che le vede inferiori agli uomini, nel diritto di famiglia e nel processo penale. La modestia e pietà religiosa, la serietà e la fedeltà al proprio marito e padre, non sono valori riconducibili alle donne di nuova generazione che, invece, intravedono in questi dettami solo quello che veramente rappresentano: una costrizione maschile, paternalistica, patriarcale e di dominazione machista, attraverso il velo.

In realtà, in questo meraviglioso Paese, avvocate, scrittrici, politiche e femministe, non si arrendono ai soprusi e lottano ogni giorno per conquistare nuovi diritti. Analisti nostrani mostrano una certa superficialità nella considerazione che una parte consistente della società civile rivendichi ogni giorno spazi di libertà in un Paese con un regime di polizia sanguinario e brutale. La tragedia che ha colpito Mahsa Amini smentisce una retorica inconsistente, intrapresa da molti cronisti occidentali di ritorno dall’Iran, che definiscono entusiasmanti i progressi sociali e politici raggiunti in ogni settore del Paese. Nel quotidiano, nelle dinamiche “reali”, ci troviamo invece di fronte a una legislazione assolutamente discriminatoria nei confronti delle donne. In un contesto molto precario circa il rispetto dei diritti umani, dove le istituzioni appaiono sempre molto aggressive e puntuali nel processare, incarcerare e torturare gli oppositori politici, le donne risultano essere schiacciate nella rivendicazione delle proprie aspirazioni in modo sistematico. Gli “analisti politici” pongono spesso, in primo piano, l’esistenza di un sistema di norme costituzionali che rappresenterebbe, non solo nella forma, bensì anche nei contenuti, meccanismi “tutto sommato” democratici. Considerazioni risibili, anche soltanto nella constatazione delle copiose violazioni delle libertà di espressione e sistematiche sospensioni delle più elementari prerogative dei diritti umani.

Dunque, l’insostenibile piano, in merito alle affermazioni nel senso di un sistema basato su “valori democratici” in Iran, verrebbe presto a verificarsi inclinato, laddove si deduce che il sistema costituzionale iraniano è inesorabilmente cristallizzato dal Velayati faghi, cioè il diritto di veto e di cassazione che la Guida Suprema può esercitare nei confronti di tutte le leggi, i regolamenti, le ordinanze e qualsiasi atto amministrativo che intacchi la monoliticità del sistema teocratico fondato sulla religione musulmana sciita duodecimana. L’Iran, nella realtà e senza dissertazioni mendaci, è un paese con un sistema istituzionale bloccato, fortemente autoritario, con una spiccata tendenza a diventare uno stato di polizia, autocratico, che riconosce la tortura come sistema di repressione e stabilizzazione sociale.

Le donne iraniane hanno capacità imprenditoriale, sono studentesse modello: anche dal punto di vista numerico le iscritte nelle varie facoltà universitarie sovrastano di gran lunga gli uomini (per questo si è discusso molto spesso della necessità di quote azzurre); ricoprono ruoli di rango nella pubblica amministrazione, posti dirigenziali in piccoli settori della moda e del design, sono architette, ingegneri, professioniste in tutti i settori del mondo commerciale ed economico. Inoltre, possono diventare ministre (anche se tutte tassativamente di area o derivazione religiosa e conservatrice, altrimenti sarebbero escluse anche dal “listone unico” riservato alle candidate durante le elezioni da una apposita commissione che verifica la loro morale); molte donne, tuttavia, sono state costrette per le loro attività a lasciare il Paese. Fra le più importanti, si ricorderà il Premio Nobel, Shirin Ebadi. Emblematico in patria, invece, il caso di Nasrin Sotoudeh, l’avvocata propugnatrice dei diritti umani e contro la pena di morte, soprattutto nei confronti dei minorenni, ha oggi maggiore risalto, perché vittima di una ingiustizia senza fine. In carcere, vessata senza sosta e privata di ogni possibilità di comunicare con la propria famiglia, l’avvocata lotta contro le norme discriminatorie sull’obbligo del velo: il 13 giugno del 2018 è stata arrestata e condannata a 33 anni di carcere e 148 frustate, pena confermata in appello. Tra il 2010 e il 2013 Nasrin aveva già trascorso tre anni in prigione perché colpevole di azioni contro la sicurezza nazionale e propaganda contro il regime: è stata interdetta dal rappresentare casi politici o lasciare l’Iran fino al dicembre 2022. La somma degli anni di condanna e delle pene è così riassunta: 7 anni e sei mesi per l’intenzione di commettere un crimine contro la sicurezza nazionale; 1 anno e sei mesi per propaganda contro il sistema delle leggi islamico-sciite; 7 anni e sei mesi per aver preso parte ad un gruppo illegale; 12 anni per deviazione morale e istigazione alla prostituzione; 2 anni per la violazione dell’ordine pubblico; 3 anni e 74 frustate per aver pubblicato falsità e aver disturbato il sistema pubblico; 74 frustate per essere apparsa senza velo in presenza del Pubblico Ministero; inoltre, vi sono altri 5 anni per un precedente verdetto in base a un pregresso reato. Infine, Nassrin Sotoudeh ha difeso giornalisti e attivisti, tra cui la stessa Shirin Ebadi, insieme a diversi dissidenti arrestati durante le proteste di massa nel 2009 contro la contestata rielezione del presidente Mahmoud Ahmadinejad. Nasrin era stata arrestata più volte anche per essersi permessa di difendere il diritto delle donne alla libertà nell’abbigliamento, prendendo le difese delle cosiddette “Ragazze di Engelab Street”, che si erano provocatoriamente tolto il velo in pubblica piazza. In prigione, l’avvocata ha sostenuto due scioperi della fame per protesta contro le durissime condizioni carcerarie di Evin, il famigerato carcere di Teheran dove vengono ospitati moltissimi prigionieri politici, a cui viene riservata la pratica della tortura, psicologica e fisica. All’avvocata Sotoudeh è stato inoltre vietato di vedere i suoi figli. La condanna è già stata confermata in appello. Non è stata diversa la sorte di Narges Mohammadi, avvocata e difensora dei diritti umani, contro la pena di morte nonché vicepresidente del Centro per i difensori dei diritti umani in Iran. Arrestata nel maggio del 2015 e incarcerata a Evin, è stata condannata a 10 anni con l’accusa di aver costituito un gruppo illegale. Inoltre, tanto per intimidare chiunque avesse l’idea di opporsi al regime degli ayatollah, Narges Mohammadi ha anche ricevuto una condanna a cinque anni per aver commesso crimini contro la sicurezza nazionale e per la diffusione di propaganda contro il sistema islamico-sciita. La salute di Narges Mohammadi è seriamente compromessa dai periodi di detenzione e dalle sistematiche pratiche di tortura.

L’hijab non è un semplice tessuto. Le manifestazioni e gli scontri con diversi morti, arresti e persone scomparse provano la gravità della situazione. La polizia fra le più violente del mondo, supportata da gruppi paramilitari e formazioni di picchiatori senza scrupoli ha usato proiettili veri, uccidendo già una decina di giovani nelle città del kurdistan iraniano: in particolare, nei centri di Divandareh, Dehglan e Saquez. Ufficialmente, nelle province curde, più di 220 persone sono state ferite e 250 sono state arrestate sin dall’inizio delle proteste. Tuttavia, non è possibile avere una cifra precisa delle vittime in questi frangenti perché le comunicazioni internet, dal giovedì 15 settembre, sono state interrotte per motivi di sicurezza interna. Le restrizioni non hanno fermato la pubblicizzazione delle proteste e delle cruente rappresaglie della polizia nelle strade delle città, dove si percepiscono gli spari da arma da fuoco e si vedono gli incendi che vengono appiccati agli incroci delle strade. Molte giovani iraniane bruciano i loro veli e tagliano i capelli in pubblico in gesto di protesta nei confronti del potere religioso degli ayatollah. Un gesto forte, traumatico e senza precedenti nella storia di questo Paese dove, per la prima volta, al fianco delle donne in prima fila, sfilano e solidarizzano anche giovani di sesso maschile. Una svolta e un afflato di libertà che lasciano sperare in un futuro più libero e solidale di questo popolo offeso e umiliato da anni di violenze e sottomissione autoritaria. Pochi mesi fa, le attiviste per i diritti Lgbt+, Zahra Sedighi Hamedani di 31 anni ed Elham Chubar di 24, sono state condannate a morte dal tribunale di Urmia per “corruzione sulla terra”: un grave reato previsto dal codice penale. Per Amnesty International il verdetto si basa su ragioni discriminatorie legate all’orientamento sessuale delle due donne e al credo religioso cristiano. Nel caso di Zahra ha pesato anche il suo pacifico attivismo per i diritti Lgbt+ e la “propaganda” che aveva tentato di sostenere nel suo Paese. Nel 2021 Zahra era apparsa in un documentario sulle persecuzioni nel Kurdistan iracheno a discapito delle persone con diverso orientamento sessuale, girato dalla Bbc. All’inizio dell’anno, i servizi di sicurezza avevano fatto irruzione nelle abitazioni di Firouzeh Khosrawani e Mina Keshavarz, due giovani registe e attrici che avevano subito pene restrittive senza motivi e reati a loro addebitabili. Un’azione di intimidazione nei confronti di due intellettuali, donne, molto conosciute anche in Italia per i loro docufilm dai contenuti sociali scottanti e di denuncia delle ingiustizie perpetrate nel proprio Paese.

Ombre funeste si addensano su questo Paese culla di una civiltà offesa, umiliata e tradita da una schiera di grigi prelati senza alcuna sensibilità per le libertà, i diritti umani e la cultura profondissima e millenaria di un popolo. In nessun Paese del mondo la lotta per la libertà delle donne è così eroicamente sostenuta e sublimata da atti di coraggio senza precedenti. Gli ayatollah temono concretamente il potere femminile di cambiare il destino della propria storia, uniche capaci di interpretarne contraddizioni e crisi endemiche.

Il futuro iraniano è donna. Non ci sarà per loro un solo secondo di tregua, finchè rimarrà in vita una sola donna iraniana a calpestare l’ingiustizia e la violenza dei loro turbanti.

(immagine presa da Asianews)

 

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