di Gioacchino Toni

Michele Rondelli, Testimoni sepolti, Ianieri edizioni, Silvi Marina (TE), 2022, pp. 308, € 19.00

La mattina del 4 luglio del 1916, quando si udì la prima esplosione, all’interno delle miniere di Cozzo Disi e Serralonga di Casteltermini, in provincia di Agrigento, si trovavano più di cinquecento operai. A quel primo boato ne seguirono diversi altri, quasi a cadenzare la trasformazione delle solfare in un vero e proprio inferno velenoso destinato a prendersi la vita di 89 esseri umani e distruggere l’esistenza di un’intera comunità.

Dopo l’inchiesta e il dibattimento in cui vennero sentiti imputati, testi, ispettori ed esperti nominati dal tribunale, così si dava conto dell’accaduto nella sentenza:

verso le ore 13 e trenta, mentre gli operai – in numero di oltre cinquecento – delle due miniere di Cozzo Disi e Serralonga di Casteltermini lavoravano si udì un primo formidabile boato con un violento colpo d’aria, contemporaneo sviluppo di idrogeno solforato (agro) e di grisou (antinomio) il quale a contatto delle lampade a fiamma libera degli operai diede luogo a ripetute esplosioni. Gli operai che lavoravano al primo e al terzo livello della Cozzo Disi, spaventati fuggirono; molti di essi riuscirono a mettersi in salvo per la via di sicurezza e gli altri che presero vie diverse vennero fuori per lo più ustionati dal grisou. Gli operai che lavoravano nella sezione Giambrone, in numero di 66 perirono, com’è da ritenere, per ustioni, per asfissia, per avvelenamento prodotto dall’idrogeno solforato e per traumi. Gli operai che, in numero di ventitré, lavoravano nella vicinante e comunicante miniera di Serralunga, al primo fragore della Cozzo Disi, fuggirono pel piano inclinato e percorsi appena 90 metri incontrarono il grisou dal quale furono investiti e perirono”1.

Nessun responsabile sarà invidiato dal tribunale per gli 89 morti e per le decine di feriti. Tutto si risolse con un nulla di fatto. Il direttore della solfara, gli esercenti della miniera ed i capimastro, accusati a vario titolo, furono assolti per insufficienza di prove in quanto, si disse, risultava impossibile ricostruire le condizioni della miniera prima del disastro: «gli elementi del processo non sono sufficienti a far ritenere che il disastro della Cozzo Disi sia da attribuire ad imperizia, negligenza ed inosservanza di regolamenti da parte di alcuni degli imputati nella sfera delle rispettive mansioni direttive e di vigilanza»2.

È attorno a questi tragici accadimenti che Michele Rondelli costruisce il suo romanzo Testimoni sepolti ove, miscelando realtà e fantasia, nel paese che nel racconto diviene Calarmena, lo scrittore siciliano ambientata la sua storia.

Il romanzo prende il via con l’invio nel paesino agrigentino di Calarmena del cronista Ruggero De Robertis per raccontare di alcuni “ammazzamenti” avvenuti in quella località di minatori, lontana dalla Palermo in cui viveva e lavorava, anche se, a dire il vero, più che per dare copertura dell’accaduto, vi era stato spedito soprattutto affinché distogliesse la sua attenzione da “certe persone” – e queste si scordassero di lui – a cui, incautamente, aveva fatto riferimento in alcuni suoi articoli a proposito dell’uccisione del sindaco socialista di Corleone.

A Calarmena, ove si trovava a vivere anche un suo vecchio compagno di ginnasio, il cronista si troverà a fare i conti con il difficile e violento mondo delle miniere, un mondo non facilmente comprensibile agli occhi di chi non vi era cresciuto ed era abituato alla vita di città.

Ad un anno da quella sua prima trasferta che aveva introdotto De Robertis, e noi con lui, all’universo di Calarmena, il cronista si troverà a farvi ritorno. Stavolta, però, vi sarà inviato non per tenersi lontano da qualche affare di cui si era impicciato ma per dar conto di un’immane tragedia avvenuta in miniera. Erano infatti crollate alcune gallerie entro le quali erano restati intrappolati numerosi lavoratori. Al suo arrivo all’indomani dell’accaduto, il numero dei morti aumentava di ora in ora; dalle prime stime, che parlavano di una cinquantina di vittime, si arrivò presto a contare 89 morti.

Mettendo il naso nei fatti accaduti il cronista si renderà presto conto che non di una semplice “disgrazia” si era trattato. Quel crollo aveva a che fare con un sistema di lavoro disumano costruito attorno ai “carusi”, sfruttati nelle miniere di zolfo, giovanissimi impiegati secondo la logica del “soccorso morto”. Comprati alle famiglie attraverso il versamento di un misero anticipo in denaro corrisposto dai “picconieri”, questi giovanissimi erano costretti a lavorare alle loro dipendenze fino all’estinzione del debito. La frequente cessione dei ragazzini e la loro deportazione di miniera in miniera prolungava spesso tale tipo di rapporto di lavoro ben oltre il periodo previsto per l’estinzione del debito.

Quello degli zolfatari era un mondo da cui era quasi impossibile emanciparsi e quando la morte prematura non avveniva a causa di qualche incidente sul lavoro, spesso arriva per malattia e stenti derivati dalla vita in miniera. Una delle poche strade percorribili per provare a sottrarsi dalla condanna alle miniere, come si racconta nel romanzo, era quella del seminario, magari in attesa di abbandonarlo per farsi una famiglia lontano dalle gallerie e dallo zolfo.

Particolarmente toccanti sono le pagine del romanzo che raccontano di come si iniziassero i bambini al destino della vita in miniera.

I surfarara, cioè quelli che lavorano in miniera, quando finiscono il turno si rivestono, perché al lavoro stanno quasi nudi dato che sotto terra c’è un caldo asfissiante, poi prendono le loro cose, tra queste un contenitore,la camella, nella quale lasciano di solito un pezzettino di pane e a volte anche un po’ di formaggio, e dopo risalgono in paese. […] Quel pane lasciato nella camella in realtà serve a fare ’ncarnare i bambini, abituarli all’odore del surfaro, dello zolfo. I padri fanno questo perché i figli, spinti dalla fame, che da queste parti non manca mai, lo mangiano con gusto. È così che la zolfara a poco a poco gli entra nel sangue.

Il romanzo procede attraverso la narrazione del cronista che, nel cercare di capire meglio l’accaduto, si imbatte in un fitta ragnatela di segreti e di manipolazioni ordite dai potenti e in una realtà sociale che sembra aver assorbito l’abitudine allo sfruttamento insieme a quella allo zolfo.

L’inchiesta portata avanti dal protagonista svelerà intrecci insospettabili, mentre il giovane, Vincenzo, sopravvissuto una dozzina di giorni sottoterra, sognava di sposarsi, il proprietario della miniera aspirava a trasferirsi in America ed i suoi figli si facevano la guerra l’uno contro l’altro.

Una vicenda intricata, ben raccontata, che, oltre ad appassionare e rimandare ai fatti reali di quella maledetta estate agrigentina del 1916, immerge chi legge all’interno di un universo in cui le tragedie, le morti e gli ammazzamenti fanno da punteggiatura ad una quotidianità dolente su cui ha prosperato, imperterrito, un sistema di sfruttamento che, proprio in quegli anni, mandava al macello tanti suoi giovani nelle trincee, tutto sommato, non così dissimili dalle gallerie in cui i carusi morivano come mosche.


  1. Manoscritto depositato presso l’Archivio di Stato di Agrigento, inventario 9, fascicolo 53, fondo tribunale di Agrigento. Sentenze penali, anno 1919. 

  2. Ibidem. 

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