di Fabio Ciabatti

Nella saga di Star Wars, vera e propria fabbrica di moderni archetipi, l’intero universo è permeato e governato da una sorta di misterioso campo di energia, la “forza”. Questa però ha anche il suo lato scuro, che, in ultima istanza, genera il più terrificante dei nemici, l’Impero. C’è un momento di verità in questo modo di concepire il nemico. Ed è per questo che può essere utilmente applicata alla Russia di Putin che, al di là dei punti di scontro, condivide con l’Occidente l’accettazione dei principi del capitalismo neoliberista, a differenza di quanto avveniva con l’URSS che proponeva un sistema socioeconomico diverso da quello capitalistico (quanto poi fosse migliore è un’altra questione). Rimanendo all’allegoria cinematografica, possiamo considerare la forza come i flussi di valore capitalistici che oramai attraversano e plasmano l’intera realtà producendo anche il tenebroso capitalismo russo. Ovviamente il meccanismo narrativo e quello ideologico funzionano finché lo scontro tra il bene e il male è raffigurata come la lotta tra Davide e Golia. Nella realtà i rapporti di forza sono ribaltati, ammesso che la guerra attuale è uno scontro tra Usa e Russia per interposta Ucraina.

Potrebbe sembrare frivolo, di fronte alle tragedie della guerra, chiamare in causa Hollywood, ma la guerra si combatte anche sul piano dell’immaginario. Continuiamo perciò ad approfondire gli elementi che la metafora del nemico come lato oscuro ci consente di cogliere. A questo proposito un’obiezione sorge immediata: cosa c’entra un sistema statalista, oligarchico, autoritario con l’Occidente caratterizzato da mercato, concorrenza e democrazia? Se parliamo di regime politico, bisogna notare che da molto tempo il problema per i paesi capitalisticamente sviluppati non è quello di approfondire la democrazia, ma di limitarla. Già nel 1975 il rapporto della famigerata Trilateral Commision1 parla di un “eccesso di democrazia” che comporta una “carenza di governabilità”. Il problema, in sostanza nasce dal fatto che “Le richieste al governo democratico si fanno più pressanti, mentre le sue possibilità ristagnano”. Il linguaggio è ancora prudente, ma il messaggio è chiaro: lo stato eccessivamente democratico è in difficoltà “in relazione alla sua capacità di mobilitare i cittadini per il raggiungimento di fini sociali e politici e di imporre loro i sacrifici che ciò comporta”. Insomma, le esigenze dello sviluppo economico capitalistico richiedono che la rappresentatività democratica sia sacrificata sull’altare della governabilità. La logica dell’evoluzione delle istituzioni politiche occidentali non è molto diversa da quella che, come abbiamo visto nella prima parte di questo articolo, ha indirizzato lo sviluppo della “democrazia gestita” russa. Una logica “postdemocratica” che, per fare l’esempio forse più drammaticamente evidente, abbiamo visto all’opera quando il governo greco è stato costretto dall’Eurogruppo ad accettare draconiane misure di austerità pochi giorni dopo un referendum che a netta maggioranza le aveva respinte.

Va bene, si potrà ancora obiettare, la nostra democrazia non è più quella di una volta, ma in occidente c’è il libero mercato mentre la Russia è un paese dominato da un pugno di oligarchi che detengono il potere economico e che sono direttamente conniventi con il potere politico. La realtà però suggerisce altro:

oltre l’80 per cento del capitale azionario globale è oggi controllato da meno del 2 per cento degli azionisti, un ristretto manipolo di grandi capitalisti che tende a ridursi ulteriormente a cavallo delle crisi. La tendenza è generale, trova conferma in tutte le aree geopolitiche: negli Stati Uniti, in Europa, persino in Cina. Ed è interessante notare che il nucleo di giganti situati al comando della rete del capitale non muta granché nel tempo.2

La natura sostanzialmente oligarchica del capitalismo contemporaneo non può che influenzare l’intera architettura del potere. Tony Woods, descrivendo il profondo intreccio tra i membri del potere politico e di quello economico in Russia, commenta:

Questo traffico a doppio senso tra il mondo dello stato e quello dell’impresa privata sarà senza dubbio del tutto familiare a molti lettori: lo stesso tipo di porta girevole sostiene notoriamente le élite in gran parte del mondo, consentendo loro di muoversi di qua e di là senza sforzo tra le sale del consiglio di Goldman Sachs e i corridoi del potere a Washington, Londra, Roma e altrove.3

Ci possiamo forse dimenticare che Mario Draghi, prima di diventare Presidente del Consiglio italiano è stato Direttore Esecutivo della Banca Mondiale, Direttore Generale del ministero del Tesoro, membro del Comitato esecutivo di Goldman Sachs, Governatore della Banca d’Italia e Governatore della Banca Centrale Europea? Di esempi di questo tipo se ne potrebbero fare a bizzeffe, ma andiamo al cuore del problema. Nel “mondo libero” l’azienda si è fatta modello istituzionale e in questo modo i suoi valori, strumenti e obiettivi sono stati introiettati dal mondo politico. Il neoliberismo condivide con il liberalismo classico l’idea che il pubblico sia inefficiente al contrario del privato, ma da ciò non discende necessariamente il ritorno allo stato minimo. Una cosa, infatti, è sostenere che lo stato non debba occuparsi di questioni economiche e che i titolari di incarichi pubblici debbano mantenersi separati dagli uomini d’affari, altro è affermare, come fa per esempio la scuola del New public management, che una serie di servizi e produzioni debbano essere finanziati dallo stato e gestiti dai privati, e che le imprese devono poter influenzare il governo, ma non viceversa. Un’influenza che tende ad autorafforzarsi perché, con il depauperamento delle competenze statali conseguenza delle esternalizzazioni, il regolatore deve fare sempre più affidamento sul sapere specialistico del regolato: è il fenomeno noto come regulatory capture.4
Questa dinamica in Occidente si è imposta con la forza di una sorta di processo naturale, una volta che i nemici storici, interni ed esterni, del capitalismo sono stati sconfitti. Gli analoghi processi in Russia, dato il minor radicamento del modo di produzione capitalistico, sono avvenuti attraverso un ruolo più manifesto del potere statale. Di conseguenza in Occidente si è potuta mantenere una distinzione formale più marcata tra istituzioni politiche ed economiche rispetto a quanto accade nelle cosiddette democrature, anche se si tratta di una membrana sempre più sottile e permeabile. Il fatto che la commistione tra oligarchia economica e ceto politico rimanga più opaca produce un indubbio vantaggio: l’élite economico finanziaria capitalistica non appare direttamente responsabile del benessere dei cittadini. Può sempre scaricare sulla classe politica di turno le responsabilità della macelleria sociale che essa stessa sostiene e promuovere alla bisogna un ricambio del ceto politico: cambiare tutto (politicamente), per non cambiare nulla (socio-economicamente). L’estrema personalizzazione della politica accomuna l’Occidente democratico e la Russia autocratica, ma le leadership carismatiche da noi sono più facilmente sostituibili. Morto un pupazzo se ne fa un altro! Quello che è stato definito “capitalismo politico” è più vulnerabile nei confronti del conflitto economico-sociale perché quest’ultimo diventa immediatamente politico, nel senso che si scontra direttamente con le istituzioni statali.
Ma c’è il rovescio della medaglia. Le istituzioni del “mondo libero” sono costrette a mantenere un livello minimo di mediazione con le istanze che si esprimono attraverso la rappresentanza politica, per quanto essa sia estremamente depotenziata. In Italia, prima di arrivare al Governo Draghi si è dovuti passare per l’apparente autocombustione delle esperienze di governo gialloverde e giallorossa. Formalmente si è costretti a riconoscere anche la legittimità delle istanze provenienti dalla cosiddetta “società civile”, anche se queste possono trasformarsi in movimento reale e antagonista (in quest’ultimo caso, però, la carota si rimpicciolisce fino quasi a scomparire mentre il bastone si ingrandisce a dismisura). Quando la crisi morde i polpacci, la classe capitalistica diviene sempre più insofferente rispetto a ogni forma, per quanto tenue, di mediazione e agogna al potere diretto che le democrature sembrerebbero assicurare. Per quanto depotenziata, la democrazia è sempre in eccesso. È questo il punto in cui siamo. È questo il punto in cui il mostro che l’Occidente nasconde dentro di sé si rivela essere l’oggetto oscuro del suo desiderio.

Non bisogna mai dimenticare che il sistema capitalistico esprime strutturalmente un doppio standard. Nel segreto laboratorio della produzione “il capitale formula come privato legislatore e arbitrariamente la sua autocrazia sugli operai, prescindendo da quella divisione dei poteri tanto cara alla borghesia e da quel sistema rappresentativo che le è ancor più caro”.5 Il rapporto tra capitale e lavoro non però è rilevante soltanto per le relazioni economiche, ma assume un significato politico perché “È sempre il rapporto diretto tra proprietari delle condizioni di produzione e produttori diretti … in cui troviamo l’intimo arcano, il fondamento nascosto di tutta la costruzione sociale e quindi anche della forma politica del rapporto di sovranità e dipendenza, in breve della forma specifica dello Stato in quel momento”.6 È vero che, secondo Marx, per il corso ordinario delle cose l’operaio può rimanere affidato alle “leggi naturali della produzione” cioè alla sua dipendenza materiale dal capitale, senza utilizzare la coercizione extraeconomica. Ma ci troviamo oggi in tempi “ordinari”?
Sembrerebbe proprio di no se è vero, come sostiene Raffaele Sciortino che “la crisi ucraina è la precipitazione di un grumo di contraddizioni che sono ormai sistemiche”.7 I due principali attori sull’agone mondiale hanno infatti interessi opposti: la Cina, che ha nella Russia un partner strategico, vuole risalire le catene del valore, mentre gli Stati Uniti perseguono un decoupling selettivo della Cina stessa, cioè un suo parziale sganciamento dall’accesso a capitali e tecnologie elevate occidentali. Tutto ciò favorisce tentativi di dedollarizzazione dell’economia mondiale, crisi della globalizzazione americana e possibili processi di deglobalizzazione. Senza considerare che il modello attuale della produzione del valore è energivoro come non mai e si sta scontrando con la tendenza storica dell’aumento del costo della materia prima energetica. Per questo il capitale occidentale avrebbe bisogno di una Russia sottomessa alla sua necessità di aumentare il volume della produzione di gas e petrolio.8

Oggi, insomma, non assistiamo ad uno scontro di civiltà tra autoritarismo oligarchico e democrazia di mercato. Siamo di fronte ad uno scontro fra potenze, molto più simili di quanto entrambe siano disposte ad ammettere. Un’oligarchia capitalistica internazionalizzata con base negli USA, espressione autentica della “forza”, si sta scontrando con un’oligarchia semiperiferica, anch’essa capitalistica ma concentrata nel territorio russo, lato oscuro della medesima “forza”. Uno scontro che oggi si gioca sulla pelle della popolazione ucraina, vera carne da cannone cinicamente mandata allo sbaraglio dagli USA e massacrata senza pietà dalla Russia. Con buona pace di Star Wars, la luce non è destinata a sconfiggere l’oscurità. Per quanto possa aiutarci a capire alcuni importanti elementi di realtà, l’espressione artistica si presenta spesso, se non sempre, come una soluzione immaginaria a contraddizioni reali (per dirla con Frederic Jameson). Nella realtà la Russia potrà pure rappresentare l’oscurantismo, ma i lumi dell’Occidente sono sempre più fiochi.

(3 – continua – le precedenti puntate qui e qui)


  1. Michel J. Crozier, Samuel P. Huntington e Joji Watanuki, La crisi della democrazia. Rapporto Rapporto sulla governabilità delle democrazie alla Commissione trilaterale, Franco Angeli. Milano 1977. 

  2. Emiliano Brancaccio, Democrazia sotto assedio, Piemme, Milano 2022, p. 22. 

  3. Tony Wood. Russia Without Putin: Money, Power and the Myths of the New Cold War, Verso Books, London 2020, edizione Kindle, p. 51 (traduzione nostra). 

  4. Cfr, Colin Crouch, Combattere la postdemocrazia, Laterza, Bari-Roma 2020, edizione kindle, p. 62. 

  5. K. Marx, Il capitale, Libro I, Editori Riuniti, Roma, 1980, pp. 468-69. 

  6. K. Marx, Il capitale, Libro III, Editori Riuniti, Roma 1980, p. 903. 

  7. Raffaele Sciortino, La temperatura del sistema. Guerra e scongelamento della crisi globale, pubblicato in www.infoaut.org

  8. Cfr. La verità in tempo di guerra, pubblicato in https://noinonabbiamopatria.blog/.  

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