di Giorgio Bona

Il 21 aprile 1906 fece la sua comparsa in Piemonte William Frederick Cody (1846-1917), che nella sua epopea leggendaria era conosciuto come Buffalo Bill.

Cacciatore, uccisore di indiani, scout dell’esercito, corriere del Pony Express, guida turistica di nobili europei in cerca di avventure, eroe nelle guerre indiane e infine impresario teatrale, professione dove la sua fama superò l’oceano e arrivò in Europa esportando il mito del vecchio West che aveva grandi estimatori e appassionati.

Un bluff, un altro mito della frontiera, emissario di quella politica imperialista che il Grande Paese esercitava oltre i suoi confini, mettendo in mostra un sistema, quello della grande colonizzazione, in nome del progresso.

Ecco ciò che dice la biografia sul mito William Frederick Cody alias Buffalo Bill. All’età di otto anni si trasferì con la famiglia nel Kansas e il padre fu vittima di un pesante clima persecutorio a causa delle sue posizioni antischiaviste. Infatti fu ucciso da un colpo di coltello ad opera di uno sconosciuto dopo aver pronunciato un discorso contro lo schiavismo. Un buon viatico per cominciare a costruire una leggenda sul personaggio, tra l’altro insignito della medaglia d’oro al Congresso, facendo leva su uno dei sentimenti patriottici più alti.

La lista che gli storiografi misero in piedi per narrare le sue imprese era molto lunga, ma la sua vera intuizione, quella che servì a esportare in Europa il modello americano attraverso la leggenda della frontiera, fu il Wild West Show, uno spettacolo circense. La leggenda qui ebbe un seguito con il mondo reale fatto di pubblico e di partecipazione, attraverso una rappresentazione in grande stile. Il Wild West Show fece la sua  prima comparsa a Roma nel 1890, prima tournee nel nostro paese ripetuta in seguito dopo il successo avuto, appunto nel 1905.

Cominciamo dalle prime comparse in Piemonte, Alessandria e poi Torino, città attraversate da intense trasformazioni sociali dove si visse l’eccitazione del momento.

Quotidiani, riviste, manifesti sui muri a riempire ogni angolo dei quartieri, mentre arrivava questo improvvisato burattinaio con al seguito una struttura da far spavento: 800 persone e 500 cavalli.

Lo spettacolo suscitò talmente tanto interesse che proprio nel capoluogo piemontese i torinesi intonarono una canzone che recitava così: Alè, alè, anduma a balè ch’a je l’America an via dij Plissè.

 

Forse, mi viene da dire, la sua vita di frontiera è stata vissuta ed esaltata per garantire al personaggio un futuro come attore. Non era certamente il suo mestiere, perché pare non avesse attitudine e capacità.

Mise in scena spettacoli ignobili che avevano poco a che fare con un mondo di vinti, forse uno dei popoli più resistenti della storia: gli indiani d’America. Spettacoli che raccontavano le guerre indiane, naturalmente in una trasposizione artistica altamente infedele di fatti reali, a cui spesso i protagonisti avevano partecipato realmente.

Impressionante che per un certo periodo abbia lavorato in questo show uno straordinario personaggio come Tatanka Iyotake meglio conosciuto come Toro Seduto (c. 1831-1890), storico capo della nazione Dakota (Sioux).

Anche Emilio Salgari che aveva esplorato con i suoi libri e la sua fervida fantasia il mondo del vecchio West non risparmiò elogi su questa figura, definendolo un eroe e sostenendo, parole sue, che nessun uomo si era guadagnato tanta fama quanto quell’intrepido avventuriero, che incarnava l’antico tipo del vero scorridore e cacciatore di prateria e forse a nessuno più di lui erano toccate tante vicende straordinarie.

Emilio Salgari aveva raccontato con fervida immaginazione anche l’epopea del vecchio West in romanzi di grande avventura come La scotennatrice (1909), storia di una guerriera Dakota che sognava la morte di tutti gli uomini bianchi. In questa direzione anche Salgari non fece un racconto che guardava agli indiani d’America come il popolo oppresso, bensì come il selvaggio lontano dalla strada della civiltà.

Un documentario dal titolo Capitan Salgari diretto da Marco Serrecchia, un dvd allegato al libro Una tigre in redazione a cura di Silvino Gonzato (Marsilio, 1994) presenta alcuni articoli del Salgari giornalista e tra questi la recensione che l’autore offrì del circo di Buffalo Bill.

E di Buffalo Bill non può mancare Arriva Buffalo Bill, perché ci fu un incontro tra lo scrittore e il circense avvenuto a Verona, durante la prima comparsa del circo in Italia nel 1890 e sembra che proprio da questo incontro partisse un’avventura fantastica che coinvolse lo scrittore a scrivere del vecchio West.

Francesco De Gregori lo evoca in una delle sue canzoni più celebri, Bufalo Bill (1976), dove immagina un personaggio di giovane e orgoglioso eroe del West, che ormai invecchiato e stanco, in un pomeriggio triste sul bordo di una strada a contemplare l’America, firma un contratto capestro e diventa saltimbanco di un circo.

Ma è interessante vedere il rovescio della medaglia, che ci racconta un’altra parentesi di vita del personaggio che non contempla la rappresentazione di un mito. Alcune voci dicono che durante la guerra di secessione Cody fosse una spia dell’Unione in territorio confederato. Nel 1872 fu eletto alla Camera dei Rappresentanti, ma la sua elezione venne impugnata e si dimise senza nemmeno aver prestato giuramento. La sua ambizione non aveva limiti, e da quel momento iniziò ugualmente a farsi chiamare onorevole. Investì molti suoi guadagni in imprese fallimentari dove dilapidò una fortuna: l’avventura del circo fu la rinascita da una vita di fallimenti e per sopperire a un disastro economico in cui era precipitato.

Fu Robert Altman nel suo film Buffalo Bill e gli indiani (1976) a fornire un piccolo saggio di storia che servì a contraddire ogni verità ufficiale e svelare quello che fino ad allora nessuno aveva avuto il coraggio di raccontare. Ridicolizzato il mito di Buffalo Bill, evocato dalla bugiarda esasperazione storica scritta dai vincitori, questo diventava un passaggio quasi obbligato per affrontare sotto un’altra ottica e una nuova visione il tema del mito americano: nel  film di Altman il leggendario cacciatore di bisonti esce davvero malissimo in uno scontro con Toro Seduto che dovrebbe diventare il personaggio di punta dello spettacolo e che invece gli dà una grande lezione di spiritualità e soprattutto di libertà nella prigionia. Come era nella realtà, uno spaccone che si era vantato di aver ucciso un numero considerevole di indiani, Buffalo Bill vorrebbe demolire la dignità del capo indiano che invece ne esce a testa alta.

L’ex cacciatore di bisonti, l’ex scout, il circense, era un calcolatore politico della peggior specie e sapeva benissimo che la tournée che aveva programmato in Italia poteva avere successo soltanto se riconosciuta da un’autorità come quella del Pontefice. Non è affatto trascurabile il contributo della chiesa nel Nuovo Mondo. Aveva una politica autonoma in nome dell’evangelizzazione che non andava sicuramente in favore dei nativi americani, anzi pendeva dalla parte dei conquistatori a volte in modo netto e radicale in nome di una sacrosanta civiltà, definendo selvaggi e senza Dio gli autoctoni che, tra l’altro, non mancavano certo di una ricchezza e un fondamento spirituale.

La prima richiesta di incontro con Leone XIII fu rifiutata perché la compagnia era molto numerosa, poi venne accolta a patto che partecipasse, con un invito alla Cappella Sistina, un numero ristretto di persone. Cody presenziò con alcuni nativi americani, tra cui Toro Seduto e Alce Nero, imponendo loro gli abiti naturali che indossarono con una dignità tale da intimorire anche il papa. La notizia fece il giro del mondo e l’Herald Tribune scrisse: tra affreschi immortali di Michelangelo e di Raffaello e in mezzo alla più antica aristocrazia romana apparve improvvisamente una banda di selvaggi con le facce dipinte, coperti di piume, armati di scuri e coltelli.

E intanto il presidente degli Stati Uniti Theodore Roosevelt elogiandone le gesta lo descriveva così: è stato uno di quegli uomini dai muscoli e dai nervi d’acciaio, il cui coraggio ha aperto il grande West all’insediamento della civiltà.

Lo spirito della nazione.

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