di Gioacchino Toni

Recentemente circolava sul Web quella che veniva presentata come la registrazione di una telefonata a un redattore del Tg2 incalzato circa il fatto che qualche giorno prima, in un servizio del telegiornale sulla guerra in Ucraina, erano state inserite brevi sequenze del videogame War Thunder come se si trattasse di riprese di fatti reali.

In tale telefonata, nel ribattere all’accusa di disinformazione, il giornalista ha più volte alternato l’ammissione di aver commesso “un errore” nel mandarle in onda come fossero immagini di fatti veri con la scusante che, tutto sommato, conoscendo bene le guerre contemporanee, quelle sequenze del videogioco erano in fin dei conti del tutto “verosimili”. Insomma, in base a tale ragionamento, se la messa in scena ha caratteristiche di verosimiglianza questa può benissimo essere utilizzata come sequenza di immagini di fatti reali.

Benvenuti nell’era del verosimile, era in cui, il più delle volte, non essendoci il tempo necessario per verificare la veridicità dell’informazione, si finisce per accontentarsi del fatto che ciò che questa riporta risulti verosimile.

Con tali premesse, nulla può essere dato per scontato, dunque, allo stupore indignato derivato dal sentire che erano state spacciate da un telegiornale immagini di un videogioco per fatti di guerra reale dovrebbe accompagnarsi il dubbio circa la veridicità della telefonata. La notizia della presenza di frammenti di War Thunder in un servizio del Tg2 la si ritrova non solo sui social, ove è indubbiamente difficile verificare l’attendibilità delle notizie, ma anche su alcune testate giornalistiche tradizionali che però, al di là di eventuali torsioni volontarie dei fatti riportati, derivando sempre più frequentemente notizie dal Web, potrebbero aver dato credito a una telefonata messa in scena semplicemente per screditare la testata giornalistica televisiva insinuando dubbi su ciò che viene raccontato circa la guerra in corso.

Occorrerebbe pertanto risalire al servizio del Tg2 e verificare la presenza o meno dei frammenti di videogioco – ammesso di conoscerlo – per togliersi i dubbi residui. Nel frattempo altre ondate di informazioni, immagini e notizie rendono obsoleta la questione: risolto il dubbio circa l’autenticità della telefonata e della presenza o meno di frammenti di un videogame tra le immagini reali della guerra, in un modo o nell’altro, sarebbe già troppo tardi anche solo per commentare conoscendo i fatti anziché, come sempre più d’uso, farlo emotivamente, senza verificare nulla.

Intanto sul Web imperversano discussioni  circa la credibilità o meno di notizie e video relativi alla guerra in Ucraina e non mancano, ovviamente, mirabolanti collegamenti smascheranti complotti orditi contro l’umanità credulona e serva, ça va sans dire, che nemmeno una serie distopica giunta alla decima e trascinata stagione si azzarderebbe a propinare, mentre negli studi televisivi e sulle pagine dei quotidiani, tra una pubblicità e l’altra, gli “esperti militari” si sostituiscono ai “virologi” nel dare la linea con cui interpretare l’attualità e prevedere il futuro aggiornandola, per mantenerla verosimile, a ritmi sempre più frenetici.

Diviene difficile dire cosa si conosce davvero (anche) di questa (ennesima) tragica e infame guerra nonostante la valanga di servizi giornalistici e di testimonianze, più o meno dirette, più o meno in favore di telecamera, circolanti tanto sui media tradizionali quanto sul Web.

Non si tratta soltanto dell’estrema facilità con cui vengono create e diffuse fake news e di come queste possano far presa facilmente sulla gente, ma anche di come l’informazione si sia sempre più ibridata con l’intrattenimento divenendo così una sorta di inserto – a suon di ospitate di esperti – che attraversa l’intero palinsesto mediatico modificandolo e restandone a sua volta modificata desumendone le logiche dello spettacolo a caccia di facile audience.

Spalmata all’interno di programmi di cucina o sportivi in tv o tra un selfie-aperitivo e un crazy-video sui social, l’informazione non può che farsi veloce, sloganistica, iperbolica e sufficientemente versosimile. A rendere sostanzialmente inutile la mole di informazione  disponibile concorre anche la mancanza di una solida griglia interpretativa d’insieme: tra gli esiti dell’epocale fine delle grandi narrazioni vi è forse anche questo tipo di informazione postmoderna.

Con l’affermazione di Internet i media informativi tradizionali hanno indubbiamente diminuito la loro capacità di indirizzare i cittadini. Questi ultimi risultano piuttosto attratti delle promesse partecipative dalla Rete, che in realtà, il più delle volte, si risolvono in dibattiti in cui gli interlocutori non entrano nel merito di ciò che commentano, limitandosi a sfruttare l’occasione per ribadire fugacemente punti di vista e credenze già posseduti.

L’utente digitale pare insomma spesso essere alla ricerca di un pretesto per ribadire, frequentemente in maniera iperbolica, le proprie credenze in maniera tangenziale rispetto alla questione specifica su cui dovrebbe ragionare. E di ciò, occorre dirlo, non sono immuni nemmeno i network più critici.

I media tradizionali, gerarchici e unidirezionali, necessitano della fiducia dei fruitori e di una realtà sociale il più possibile omogenea. Al diminuire della loro credibilità e all’aumentare della frammentazione sociale, tali tipi di media faticano a rispondere a interessi e necessità a loro volta frammentate e differenziate.

Secondo una ricerca del Reuters Institute il ricorso ai social come fonte di informazione è passato in Italia dal 27% del 2013 al 50% del 2020 (tra i più giovani la percentuale sale ulteriormente). Negli ultimi due anni, segnati dagli allarmi sindemici, il ricorso ai social come fonte di informazione è aumentato ulteriormente ma questa “emancipazione” dai canali e dalle logiche dell’informazione cosiddetta mainstream lungi dall’essere garanzia di veridicità come tanti desiderano credere sentendosi cooprotagonisti all’interno dei network.

L’informazione via social risulta più attraente rispetto a quella dei media tradizionali perché più in linea con la frammentazione sociale e tende a essere percepita come più credibile rispetto a quella diffusa dai media istituzionali in quanto veicolata da “parigrado”. Nel suo complesso la Rete viene ritenuta capace di rappresentare equamente la pluralità dei punti di vista anche se, in realtà, la percentuale di utenti attivi sul Web nel produrre contenuto è molto bassa rispetto a quella dei semplici fruitori che spesso si limitano a fare da amplificatori/diffusori.

Se in generale la valutazione della veridicità dell’informazione dipende dalla credibilità della fonte di provenienza, nelle reti sociali facilmente si condividono informazioni senza alcuna verifica semplicemente perché si ritiene che lo abbia fatto qualcuno degli altri appartenenti al network di cui si è parte. Più la fonte di informazione è ritenuta “vicina”, maggiore è la credibilità che si è disposti a concederle. Non a caso i principali operatori tecnologici della Rete da tempo operano filtrando il flusso di informazioni ritenute rilevanti per i singoli utenti costringendoli all’interno di vere e proprie bolle in cui circolano quasi esclusivamente informazioni che confermano e rafforzano ciò in cui credono i partecipanti. La bolla, inoltre, tende a rafforzare il ricorso dell’individuo a quelle scorciatoie mentali proprie del cosiddetto “pensiero veloce” fortemente dipendente dalle emozioni.

Diversi studi hanno dimostrato come nei social si condividano materiali senza prestare grande attenzione alla loro veridicità. Contenuti affidabili e inaffidabili hanno la medesima probabilità di essere condivisi sul Web, tanto che la vita media di un’argomentazione scientifica e di una teoria complottista online sono del tutto equivalenti; si concentrano in un arco temporale estremamente breve anche a riprova della limitata capacità di attenzione che contraddistingue l’universo online e dello scarso tempo a disposizione per verificare l’accuratezza delle informazioni condivise.

La comunicazione online tende ad essere vissuta come se si trattasse di una forma di interazione offline: nell’interagire con individui specifici si ha l’impressione di conoscere gli interlocutori e quanto viene diffuso sui social tende ad essere considerato come una rappresentazione genuina della comunità da cui proviene. Rispetto a ciò che avviene con i media tradizionali, le voci veicolate dai social le si considera rappresentative delle opinioni di una intera comunità. Una scarsa fiducia in qualche singolo non intacca la fiducia nel collettivo in quanto ogni membro della comunità online viene considerato come indipendente, dunque non condizionato dai singoli privi di credibilità.

Sulla Rete hanno maggiore possibilità di condivisione contenuti di natura emotiva, umoristica e che toccano interessi e aspetti ritenuti importanti in quel particolare frangente. L’illusione dell’orizzontalità della comunicazione online, ossia che esistano le medesime opportunità per i singoli di diffondere informazioni, si infrange di fronte ai dati che mostrano come mentre pochi individui risultano in grado di raggiungere sui social milioni di soggetti, i più devono accontentarsi di fare da ricettori, da cassa di risonanza o di trasmettere i propri contenuti ad un numero davvero esiguo di altri individui. In altre parole la possibilità che un contenuto diventi “virale” è decisamente più asimmetrica di quel che si crede.

La percezione di autenticità (e democraticità) trasmessa dalla Rete, tende a trasformare qualsiasi notizia in notizia vera almeno finché non viene provato il contrario, ammesso che quando ciò avviene interessi ancora. Nell’universo di Internet, una notizia sembrerebbe corrispondere a un fatto reale solo per il fatto di circolare ed a partire dal suo entrare nei meccanismi della diffusione online, può farsi virale, dunque vera, o almeno verosimile e ciò sembra oggi poter bastare.

L’influenza del Web non si esercita però soltanto sui suoi destinatari diretti; come detto in precedenza, dalla Rete attinge ampiamente anche l’informazione tradizionale. Internet è infatti individuato sia come “luogo”, al pari di altri, in cui accadono eventi che possono diventare notizie sui media tradizionali che come spazio da cui captare gli umori dell’opinione pubblica senza dover affrontare dispendiose inchieste sul campo. Il Web diviene così una sorta di simulacro dell’opinione pubblica su cui si imbastiscono ragionamenti quanto mai campati per aria. É il caso di dire che al nuovo (dis)ordine mondiale pare corrispondere un nuovo (dis)ordine mediale.

In un tale contesto è sempre più diffusa la sensazione che tante cose che sembrano vere possano non esserlo, o almeno non esserlo del tutto. La realtà appare verosimile come quella messa in scena dalla fiction che ambisce a ricreare scenari e situazioni verosimili. Dopo averla introdotta nel suo Magia nera. Il fascino pericoloso della tecnologia (Luiss University Press, 2020) [su Carmilla] la questione del verosimile è al centro del nuovo saggio di Carlo Carboni, La vita verosimile (Luiss University Press, 2022), ruotante attorno alla convinzione che nelle rappresentazioni mentali contemporanee ormai la realtà sia divenuta soltanto una compia del verosimile.

Se è pur vero che il tema del verosimile è antico, di questi tempi, contraddistinti da un’idea di futuro assi incerta in cui evidenza e ragione sembrano collassare, viene a galla, sostiene Carboni, una realtà verosimile ormai fuori controllo. «Nel verosimile ci sono più artefatti che fatti, vero e falso perdono la loro importanza rispetto alla dimensione cruciale narrativa, quella che fa leva sull’emotività dei pubblici e sull’esistenza di un profondo knowledge gap tra gli uomini: è la riprova di come il potere riesca a manipolare le persone» (p. 15).

Secondo l’autore nel verosimile le percezioni degli esseri umani si discostano dalla cosiddetta “realtà dei fatti” soprattutto per tre cause: le culture neoliberiste che hanno determinato un ripiegamento del sociale in senso sempre più individualista-narcisista; i media che hanno reso sempre più indistricabile il confine tra reale e messa in scena; l’irruzione improvvisa del reale (come nel caso della guerra) in quel verosimile vissuto ormai come realtà.

La vita verosimile è il frutto della relazionlaità sociale costruita in ambienti sempre più tecnologici dove scorrazzano percezioni, bias cognitivi e significati di riconoscimento identitario. È il risultato di una disinformazione che, a differenza della censura nel passato, si basa su un effluvio eccessivo quanto intenzionale di informazioni irrilevanti, di bassa qualità e spesso distorte e false: in breve, sembra che l’ignoranza sia intenzionalmente indotta (p. 64).

In una società altamente tecnologizzata come l’attuale,

l’overload informativo che intenzionalmente crea disinformazione e violenza simbolica […] implica la creazione di immagini visuali che amplificano la realtà virtuale, dando un connotato verosimile alla nostra realtà sociale di riferimento. È il regno del non sapere di non sapere, dei bias cognitivi accecanti, uno pseudo-ambiente in cui mancano sempre più conoscenze dirette dei fatti. […] L’era del verosimile è la nuova vita di percezioni della realtà fisica e sociale, che gira, sempre più velocemente con quella virtuale. Tanto veloce e meticcia da ignorare l’incertezza e, in definitiva, la direzione di corsa: anestetizzata da un presentismo tanto programmato razionalmente quanto verosimilmente distorto. Si vive la presente attingendo alla massa enorme di informazioni che ci vengono propinate nelle ventiquattro ore. Questo overload informativo non solo indebolisce la nostra attenzione e la nostra memoria […] ma ci affatica al punto di privarci dell’immaginazione del domani (pp. 66-68).

In tale contesto l’Olimpo di Internet, con il suo “metaverso”, un’idea dei monopoli della conoscenza edificati dal capitalismo della sorveglianza, sostiene Carboni, si fa inventore e garante di un’architettura alternativa alla realtà promettendo attraenti esperienze tridimensionali.

La necessità di non accontentarsi di un surrogato di alternativa artificiale, ma di determinare un cambiamento radicale, inevitabilmente indigesto agli interessi dell’establishment, si fa sempre più urgente. Per certi versi nell’irruzione del reale (sindemico o bellico) nel verosimile contemporaneo potrebbe essere vista un’occasione per tentare almeno di recuperare quelle capacità relazionali senza le quali non è possibile una vita socialmente condivisa. «La verità si manifesta come comunità, una vita altra, un mondo differente [davvero] da reimmaginare» (p. 157).


Sulle caratteristiche dell’informazione online si veda Giuseppe A. Veltri, Giuseppe Di Caterino, Fuori dalla bolla. Politica e vita quotidiana nell’era della post-verità (Mimesis, 2017) [Su Carmilla].

Circa il rapporto tra immagini e conflitti bellici si veda Maurizio Guerri (a cura di), Le immagini delle guerre contemporanee (Meltemi, 2018), libro in cui vengono indagate la modalità con cui si guarda alle guerre nell’era della manipolazione domestica delle immagini e delle notizie, della loro produzione e condivisione sui social. A come i media contribuiscono a mutare il modo di guardare gli eventi bellici è dedicata la serie di scritti Guerrevisioni su Carmilla.

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