di Giovanni Iozzoli

Antonio Bove – Francesco Festa (a cura di), Gli autonomi – Vol X. – L’autonomia operaia meridionale, Parte prima, Edizioni DeriveApprodi, Roma 2022, pp. 320, € 20.00

In questo volume, dedicato all’autonomia operaia meridionale, il primo di una serie di tre, Francesco Festa e Antonio Bove, ricercatori militanti (cioè, non foraggiati dai soldi pubblici) offrono al lettore un’opera ricchissima in cui storia, storiografia, biografie, teorie e prassi, si intrecciano su un terreno delicatissimo, anzi inafferrabile, che si può ricondurre ad una domanda retorica: è esistita una forma specificamente meridionale dell’autonomia operaia? E in che modo questa categoria – così legata alla storia del neocapitalismo fordista padano – può essere piegata e riadattata al contesto del mezzogiorno? E farlo, è un’attribuzione legittima o una forzatura  ideologica? I due autori, attingendo a molti contributi intellettuali e/o militanti, sembrano interrogare e interrogarsi sulla liceità di tale operazione.

Partiamo, quindi, da una questione sostanziale: cos’è l’autonomia operaia meridionale? È davvero esistita? Basta definirla come l’insieme dei comportamenti operai e proletari fuori e contro le compatibilità capitalistiche e completamente indipendenti da ogni legame con il riformismo? Per provare a rispondere bisogna tracciare una «cartografia tematica» e ripensare l’idea stessa di Mezzogiorno, dell’aggressione capitalistica alle sue regioni, prendere distanza dal pietismo meridionalistico e dal marxismo storicista: la linea del progresso in ascesa con il timone retto dalla borghesia illuminata, senza la quale il Sud sarebbe ostaggio di lazzari, plebaglia e lumpenproletariat. Linea che ha segnato, per oltre cinquant’anni, l’azione politica e culturale del Pci. (pag. 9)

Il libro è la risposta a quella domanda retorica: è legittimo parlare di una autonomia operaia meridionale e tale categoria non va considerata un’appendice di quella nata nel cuore del triangolo industriale, nella misura in cui la storia economica e sociale del mezzogiorno può sottrarsi alla narrazione “storicista” del sottosviluppo cronico del nostro Sud, eternamente etichettato come ritardo, risacca e zavorra malata del processo unitario. Questione di sguardi, di punti di vista, di approccio alla lettura storica. Se il Sud smette di essere considerato una escrescenza incompiuta del processo unitario e del neocapitalismo, allora i suoi movimenti autonomi non vanno considerati una riproduzione delle lotte dell’operaio massa, bensì il bacino di creazione di figure e conflitti originali. Il sottoproletariato – fantasma e coscienza sporca del movimento operaio – esce da se stesso, dai suoi stereotipi lumpen, supera lo stigma plebeo e si presenta come proletariato diffuso, creatore di plusvalore sociale nella nuova fabbrica-metropoli. Non ritardo, quindi, ma nuova e diversa realtà che richiede nuove e diverse chiavi interpretative. Gli anni 70 dei movimenti antagonisti napoletani, raccontano proprio il processo di autovalorizzazione – l’assalto alla spesa pubblica, la riappropriazione del patrimonio abitativo, il rivendicazionismo incessante sulla linea reddito/lavoro – di questo soggetto che raramente la sinistra era riuscita a intercettare. Autonomia a sud come nuova chiave di lettura di questo sud.
Gli autori rimarcano più volte questa tesi, come un filo conduttore che deve reggere la frenesia centrifuga delle storie e dei movimenti.

Nei primi anni Settanta, i riflessi sui consumi della crisi economica e dello sviluppo caotico dei trent’anni precedenti riportano il Mezzogiorno al centro delle riflessioni del Pci e della sinistra rivoluzionaria, riabilitando la «questione meridionale». Le letture della situazione, tuttavia, sono insufficienti a chiarire gli spunti relativi alla composizione sociale, all’industrializzazione e al ruolo delle regioni meridionali nella programmazione capitalistica. Nella lettura del Pci, ma anche in settori alla sua sinistra, il Sud è visto da sempre come una «distorsione», l’elemento arretrato dello sviluppo generale, frutto di un «problema», di un «ritardo» o di una serie di «errori di programmazione». Da tale assunto emerge che, alla base, il processo di sviluppo capitalista possa intervenire per rimuovere gli agenti di freno allo «sviluppo». Una discussione, in verità, tutta interna alle logiche del capitalismo che purtroppo ancor oggi occupa gran parte dei dibattiti sul tema, partendo da due errori enormi. Uno è l’idea che il problema sia il mancato sviluppo e non la sua stessa natura, cioè la sua matrice capitalista; l’altro è la considerazione del Mezzogiorno come «tema», mentre la discussione dovrebbe, in altro senso, vertere sulle modalità del processo economico, politico, sociale e culturale che ha creato il Mezzogiorno come visione. Il capitalismo è il vero tema. (pag. 31)

L’autonomia, l’operaismo, le metropoli slabbrate e purulente del mezzogiorno, le campagne dell’entroterra, l’appennino e le terre dell’osso: se Lenin veniva portato a spasso in Inghilterra, sarebbe legittimo traslocare Panzieri a sud di Latina?
Inquadrare quella storia con le lenti dell’operaismo è un procedimento controverso. Festa e Bove restano fedeli a un metodo: leggere i cicli dell’ intervento straordinario nel mezzogiorno alla luce della sequenza sviluppo/ crisi dello Stato Piano, legando composizione di classe, conflitti, investimenti e spesa pubblica, dentro un’unica chiave di lettura. Il programma non scritto dell’autonomia operaia meridionale sta tutto dentro questo groviglio.

«Soltanto a livello di classe operaia si può parlare in senso specifico di processo rivoluzionario, di rivoluzione, di rottura rivoluzionaria», si diceva, ma la classe operaia, nelle metropoli e nei territori meridionali stravolti dal capitalismo della crisi non è solo quella della linea di montaggio, anzi, a Napoli e in tutto il Mezzogiorno questo paradigma non regge. L’operaismo è un punto di vista di parte, cui ha attinto – chi più, chi meno – tutta l’area dell’Autonomia operaia ed è inevitabile riflettere sui problemi che l’incontro fra la storia del Sud e questa corrente di pensiero genera. Leggendo quelle vicende dentro le loro specificità è evidente che si finisca per individuare un vulnus, un cortocircuito nel paradigma operaista le cui specificità vanno rimodulate attraverso i comportamenti e le soggettività dell’Autonomia meridionale: in particolare, rispetto alla composizione di classe di quei territori e ai processi di produzione e valorizzazione delle comunità. Detto fuori dai denti: l’operaismo è nato nel Nord Italia, davanti ai cancelli delle fabbriche del «triangolo industriale», in particolare a Mirafiori con al centro l’operaio massa, giovane meridionale «deportato» per sostenere lo sviluppo capitalistico dei gloriosi Settanta. A Sud questa linea di pensiero ha avuto la funzione di “cassetta degli attrezzi” concettuale per gruppi ristretti di intellettuali e avanguardie militanti, ma non è mai esistita una sua tradizione teorica né una sua traduzione. (pag. 11)

Questa traduzione/traslazione la opereranno i proletari nella prassi, senza porsi tante questioni epistemologiche: nel Mezzogiorno l’autonomia dell’interesse di classe e dei bisogni di massa non ha bisogno di adattarsi al “calco” operaista, ma lo reinventa, ne forza il perimetro costringendo le stesse soggettività organizzate a ridefinire se stesse in rapporto ad una movimentazione sociale ricchissima e radicale. Raccontare quel clima è difficile e necessario. E per provare a farlo, gli autori si affidano a molti contributi, di taglio e registro assai differente (per soddisfare ogni palato). Contributi di alto profilo, quali quello di Lanfranco Caminiti, che racconta della nascita di Primi Fuochi di Guerriglia, il tentativo di praticare il “diritto alla guerra” dentro l’oppressione stagnante della società meridionale e rifondare una dialettica nuova tra iniziativa armata e pratica di massa, tra soggettività autonoma e comunità/territori.

Indicare lo Stato come nemico, indirizzare contro lo Stato la sintesi dell’antagonismo al Sud, non sarebbe stato un «valore aggiunto» – accadeva già. Il fatto nuovo, a noi sembrava, era che le funzioni dello Stato si andavano dislocando dentro la società, i corpi intermedi e la distribuzione dei poteri, e una semplificazione società vs. Stato o classe vs. Stato non coglieva le modificazioni. Bisognava perciò «portare» l’antagonismo dentro la società, dentro la statualizzazione della società; cioè, dentro una dinamica, un processo, e non una struttura e le sue articolazioni. (…) Non eravamo clandestini. Con quella stessa faccia facevamo assemblee e rapine, riunioni e attentati. In guerra, d’altronde, si combatte a viso aperto. (pag. 96)

Napoli, all’inizio degli anni ’70, è comunque la quarta città industriale d’Italia. E l’Italsider e l’Alfasud vengono pienamente investite dal vento dell’autunno caldo, della stagione dei consigli e dell’autonomia dei comportamenti operai in direzione del rifiuto del lavoro salariato – non come programma o teoria, ma come prassi ed esigenza di vita. Anche qui ci si interroga retoricamente sul rapporto tra lotte di fabbrica e lotte sociali: sono i contenuti del ’69 operaio a rovesciarsi sui quartieri, o al contrario, è la maturazione delle lotte popolari sul territorio, sul terreno della riproduzione e del reddito sociale, a tenere acceso il fuoco nei reparti della produzione industriale? In ogni caso, anche a Napoli alcuni grandi stabilimenti diventeranno scuole di comunismo per una generazione di quadri operai, sempre in bilico tra sindacalismo radicale e insurrezione.
Interessante, da questo punto di vista, il recupero della storia dimenticata dell’Unione Sindacale dei Comitati di Lotta, una rete di nuclei di fabbrica – ostili al nuovo corso consiliare post-69 – e riconducibile ad una piccola formazione marxista-leninista (guidata dal non dimenticato Gustavo Herman): paradossi napoletani, per raccontare l’autonomia, nel groviglio di storie, facce e processi, devi parlare degli emme-elle…

Franco e importante, il contributo di Raffaele Paura, amatissima figura tutt’ora attiva dentro il movimento napoletano; da lui arriva un frammento relativo alla storia dei Comitati di Quartiere (l’autonomia con la a minuscola), del loro apogeo e della loro rapida decrescita. Organismi popolari, centrati sull’autoriduzione e la vertenzialità di quartiere, nei quali però una generazione di militanti dovrà fare i conti con il nodo più drammatico di quella fase storica:

Intorno al ’74 un gruppo di militanti attivi nel Comitato del quartiere Porto, sulla scia di un ragionamento interno e sulla spinta di quello che accadeva intorno, abbandona il lavoro di massa e si struttura come gruppo armato. È stata una scelta complicata e sicuramente un errore politico. Il gruppo non aveva un nome, usavamo diverse sigle anche perché nel momento in cui si diffondeva un certo innamoramento per la lotta armata noi cerchiamo di evitare la deriva avanguardista anche se questa cosa poi, di fatto, accade. Il nostro gruppo, come altre formazioni affini sparse nel Meridione, non aveva nemmeno una composizione stabile, i compagni si spostavano e attraversavano diversi ambiti del movimento e pensavamo che questo potesse evitare il distacco dalle lotte sociali. Nessuno di noi, infatti, è mai stato clandestino, anche quando eravamo latitanti continuavamo a stare nel movimento perché l’idea dell’avanguardia esterna non ci ha mai attratto. Alcuni compagni, inoltre, sono andati in galera per rapina o altri «crimini» ma erano proletari che stavano con noi e molte rapine etichettate come crimini «comuni» in realtà non lo erano, ma si trattava di azioni di compagni e proletari politicamente schierati dentro quella forte quota di «illegalità sociale» che si incrociava con quello che facevamo noi.
Nonostante la disponibilità all’uso di armi e della forza, comunque, fra tutti gli errori che abbiamo commesso non abbiamo mai avuto come obiettivo quello di colpire le persone, l’omicidio politico non è mai stato nel nostro orizzonte. L’attività era rivolta prevalentemente al controllo dei territori che le lotte sociali stavano liberando, con le campagne contro i delatori nei quartieri, e poi ad azioni come la spesa politica che non era solo l’attacco ai supermercati ma anche iniziative più eclatanti. Nel ’75, quando Sergio Romeo era ancora vivo viene bloccato a Forcella un camion che trasportava pasta e il carico viene distribuito ai proletari del quartiere. Questo era il tipo di azioni che ritenevamo centrali. Sergio in quella occasione era già nei Nap e voglio ricordare questo particolare perché nonostante le sigle di appartenenza il dato politico è che noi compagni ci riunivamo sulle azioni, non c’erano compartimentazioni stagne. In quel periodo anche gli stessi militanti dei Nap agivano in questo modo, pure perché quella organizzazione nasce dentro i movimenti, prima dell’impazzimento organizzativo che avviene quasi per necessità, dopo la morte e gli arresti di molti compagni e compagne e le fasi drammatiche che la loro organizzazione si trovò ad affrontare.(…) È anche sulla base di questi eventi che avvertiamo la spinta a costruire un gruppo che di fatto si distacca dal lavoro nei quartieri, veniamo coinvolti da quella spinta soggettiva che porta a un «gioco al rialzo», pensiamo che ormai i proletari siano pronti a reggere in autonomia le strutture territoriali e ci dedichiamo a costruire un’altra organizzazione, invece di ripensare e rilanciare il lavoro di massa. (…)
L’abbandono delle lotte sociali, comunque, anche se non era nostra intenzione c’è stato, dovendo affrontare un percorso di quel tipo che è stato un punto di non ritorno. Nella zona del centro avevamo costruito, negli anni, una struttura autorganizzata a partire dalle autoriduzioni che doveva essere funzionale alla costruzione di un contropotere territoriale. Il risultato di quella scelta, invece, è che come prima cosa viene tagliata subito la corrente elettrica a tutti. Mia mamma non mi ha mai perdona- to per quella cosa. Il nostro ruolo in quei Comitati non era secondario, anzi, nel momento in cui siamo passati alla clandestinità, consegnando il lavoro di massa e l’organizzazione in mano ai proletari che avevano fatto le lotte fino a quel momento insieme a noi è scomparso tutto e l’ esperienza dell’autoriduzione si è esaurita. Tutto quel processo, i Comitati per l’autoriduzione, la difesa del territorio, i Comitati di quartiere alla fine è andato perduto. (pag. 200)

Alfonso Natella, Franco Piperno, Francesco Caruso e Giso Amendola arricchiscono il racconto corale di una epopea che solo apparentemente ha il sapore della sconfitta o dell’occasione mancata: c’è un sedimento di memoria, di verità, di sapienza sovversiva, che riemerge carsicamente, fino a sfidare il presente davanti ai cancelli della logistica, nei territori stuprati, nelle metropoli slabbrate e violente che ci tocca attraversare.

Nella capitale della fluidità sociale, le formazioni dell’Autonomia organizzata – Rosso, Senza Tregua, Mco – proveranno a costruire legami solidi con l’autonomia diffusa napoletana e meridionale. Ma per tutto il decennio ’70, gli autonomi del sud non riescono a definire dei perimetri organizzativi e programmatici stabili: come se il montare dei cicli di lotta impedisse non solo le sclerotizzazioni gruppettare, ma anche qualsiasi sedimentazione virtuosa, qualsiasi passaggio che evitasse i salti e le rotture generazionali, che saranno così tipiche di questa storia e di questi territori.

Gli autonomi furono i primi a lottare contro se stessi, a provare a mettere ordine nei processi caotici che erano stati così bravi ad evocare o abitare. Ma risulta difficile ricostruire una cornice adeguata, rispetto a questa eccedenza, a questa ricchezza: tanto più nel sud Italia, e nella sua sgangherata capitale. E’ per questo che ancora oggi continuiamo a leggere libri su questa storia così presente, così irrisolta, che preme con urgenza sulla nostra intelligenza e sull’agenda dell’oggi.

Del resto, in ognuno dei nove volumi precedenti (una serie editoriale dalla longevità incredibile, per la quale non si smetterà mai di essere abbastanza grati a DeriveApprodi) il problema “ontologico” dell’autonomia operaia permane ostinato – fino alla difficoltà nella scelta della A maiuscola o minuscola, nel racconti di molti contesti. L’ A/autonomia inafferrabile, che non si fa catturare, catalogare, su cui non solo storici e saggisti continuano a sbattere la testa, ma anche tanti solerti magistrati che hanno provato attraverso centinaia di migliaia di pagine di atti istruttori a ricondurre a categorie penali quella che è stata una esplosiva complessità.

Questo libro è forse il più dinamico e “difficile” di tutta la serie, quello che esige più dedizione, quello in cui lo sforzo di contestualizzazione storico-politica è più alto. Ma anche quello che offre di più al lettore che, a seconda delle sue preferenze, troverà storie di vita ed elementi alti dibattito teorico, intrecciati nel classico bailamme mediterraneo: come nei vecchi assetti urbani napoletani, dove i bassi del piano terra convivono col piano nobile e tutti gli odori e i rumori si mescolano apparentemente senza principio.

Un libro che resterà – oltre l’orizzonte facile della memorialistica – e che siamo sicuri troverà la sua collocazione non solo nelle biblioteche di movimento, ma anche negli archivi di istituti e centri studi che non hanno abdicato alla necessità della memoria critica.

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