di Alessandro Villari

 

La mattina del 25 dicembre, al risveglio da sogni inquieti, Vera Maggioni si trovò trasformata in Babbo Natale.

Questo al lettore possiamo svelarlo subito, ma la nostra protagonista, che si era addormentata nelle consuete sembianze di giovane donna, impiegò un poco a realizzare la nuova condizione.

Ancora in uno stato tra il sonno e la veglia, se ne stava supina, le braccia incrociate dietro le spalle e il capo leggermente piegato in avanti. Da quella posizione, senza muovere la testa levò solo lo sguardo cercando la vista confortante dei suoi peluche schierati in bell’ordine sul cassettone davanti al letto: i pochi rimasti a casa dei suoi genitori, dove si trovava per qualche giorno di vacanza in famiglia.

Con grande sorpresa, non li vide. A dire il vero non riusciva a vedere neppure il cassettone, nascosto com’era dietro un ostacolo imprevisto: a quanto pareva, le era cresciuta una pancia enorme.

«Oddio sono incinta», fu il suo primo pensiero. Il secondo, curiosamente, fu «E ora come faccio a dirlo a mia madre?» Solo al terzo tentativo si rese conto che non c’era alcuna possibilità che fosse diventata così incinta dalla sera alla mattina, e scartò l’ipotesi con un sospiro di sollievo.

Per una singolare concatenazione di eventi, lo spostamento d’aria provocato dal sospiro le rivelò un secondo indizio: da sotto il mento, Vera scorse il movimento di alcuni fili bianchi che proprio non avrebbero dovuto essere lì. Soffiò più forte: ce n’erano parecchi! Scosse il volto: era una folta, vaporosa barba candida. Si passò la lingua sul labbro superiore: come temeva, c’erano pure i baffi. La scoperta le scrollò di dosso definitivamente il sonno residuo.

Solo allora si azzardò a estrarre un braccio da sotto la testa, nell’intento di toccare con mano questa inopinata peluria. Ed ecco una nuova sorpresa. Era ragionevolmente certa di essere andata a dormire indossando il pigiama rosa, dono dalla zia del Natale passato opportunamente rimasto a casa dei genitori. Invece ora davanti agli occhi si ritrovava una manica color rosso scarlatto, decorata ai polsi da un giro di pelliccia bianca.

Fu in quel punto che sentì bussare alla porta della sua stanza: «Vera, sei sveglia? Posso entrare?» Era sua madre. Penso di risponderle una cosa a caso che le consentisse di prendere tempo, data la situazione, ma tutto quello che le uscì di bocca fu un incerto «Ho ho ho, buon Natale!»

«Buon Natale anche a te, tesoro. Ti è venuta la tosse? Non sarà stato il vaccino? Ti preparo un bel tazzone di latte caldo col miele! Cerca di alzarti.»

Definitivamente in preda al panico, Vera si liberò del piumone e – per quanto le consentiva il suo nuovo corpaccione – scattò in piedi. Lo specchio non lasciava dubbi: era proprio diventata Babbo Natale. Ma com’era possibile? Che fosse stato davvero il vaccino? Ma no, che cosa andava a pensare.

*

Joe Bambino non era mai stato così rilassato il giorno di Natale, da quando aveva preso in mano le redini dell’impresa di famiglia. La famiglia di sua moglie Mary, naturalmente.

Il suocero era andato in pensione l’anno prima, piuttosto malvolentieri a dire il vero: ma il Consiglio di Amministrazione era stato irremovibile. La fabbrica di regali era un’attività in perdita secca finché a gestirla era il vecchio Babbo: tra il costo della manodopera e quello per le materie prime, agli azionisti non restava un centesimo di dividendi, e il tutto si reggeva sulla possibilità pressoché illimitata di Babbo Natale di immettere costantemente capitale personale (creandolo letteralmente dal nulla). Un business completamente fuori mercato.

Approfittando dell’incidente che aveva paralizzato il vecchio per qualche tempo, Joe aveva cambiato tutto. Prima aveva stretto accordi commerciali con le grandi catene di distribuzione in tutto il mondo (anche perché, senza il suocero, le spese per il trasporto sarebbero diventate insostenibili). Poi aveva rastrellato finanziamenti attraverso partnership con le principali multinazionali. Infine aveva definitivamente estromesso il mugugnante Babbo Natale dalla gestione dell’azienda, e dopo una dura lotta contro gli elfi più sindacalizzati aveva ottenuto un abbattimento netto dei costi di produzione, tra delocalizzazioni, licenziamenti e tagli ai salari.

I dividendi non erano tardati ad arrivare: all’inizio un vero e proprio fiume, ma poi, a poco a poco, un torrente sempre più striminzito. Finché un nuovo cambiamento radicale si era reso indispensabile.

Una tazza di caffè fumante in mano, Joe salì in ascensore diretto alla sala riunioni, all’ultimo piano della torre di vetro e acciaio al centro della fabbrica.

*

In casa Maggioni l’improvvisa comparsa di Babbo Natale e la contestuale sparizione di Vera (che dal canto suo continuava a essere completamente incapace di spiegare l’accaduto – prima di tutto a se stessa) avevano immediatamente suscitato un trambusto verosimilmente non inferiore a quello che avrebbe causato la notizia di un’inaspettata gravidanza.

Le ipotesi più fantasiose si rincorrevano, tra le lacrime disperate della madre, gli altrettanto disperati tentativi del padre di mettere ordine alle idee, i vani sforzi della figlia di tranquillizzare i genitori: che fine aveva fatto Vera? Era un qualche stupido scherzo? Chi era questo Babbo Natale spuntato fuori dalla stanza da letto della ragazza? (E, tra parentesi, dov’erano spariti tutti i regali che si sarebbero dovuti trovare sotto l’albero?)

Ma lo scompiglio della famiglia Maggioni era nulla in confronto a quello dell’appartamento di fronte. Qui Eugenio, infernale bambino di cinque anni che nelle settimane precedenti aveva fatto recapitare a Babbo Natale una lista di regali più lunga di un rosario, era quasi svenuto dall’emozione alla vista del vecchio canuto vestito di rosso, uscito dalla stanza dei genitori. Ma ben presto la gioia si era trasformata in angoscia, non appena realizzato che – primo – suo padre era sparito, e – secondo e tutt’altro che fra parentesi – non si vedeva neppure l’ombra di un regalo. Da più di un’ora il bimbo, ormai cianotico, piangeva e strillava inconsolabile, mentre la madre e la sorella non trovavano di meglio che gridargli a loro volta di smetterla.

Come avrete capito, questo secondo Babbo Natale non era altri in realtà che il papà di Eugenio, che aveva subito nottetempo una trasformazione analoga a quella di Vera.

*

La sala riunioni era il vanto architettonico di Joe: l’aveva fatta costruire, insieme al torrione che sormontava, non appena insediato alla presidenza della compagnia. Dalle pareti interamente in vetro, lucidate ogni giorno per sua espressa disposizione, lo sguardo poteva correre oltre le mura della Fabbrica, attraverso la pianura costantemente innevata, fino all’orizzonte. Affacciandosi alle vetrate, sembrava quasi di volare – cosa che lui, a differenza del vecchio Babbo Natale, non era altrimenti in grado di fare.

Gli unici arredi del salone erano il massiccio tavolo circolare in mogano che occupava quasi metà della superficie e i dieci scranni che lo circondavano. Erano tutti vuoti.

Joe prese posto in quello più vicino all’ingresso e, una volta seduto, premette un pulsante da una piccola consolle discretamente incassata nel legno. Con un ronzio quasi impercettibile, le vetrate si oscurarono e nel giro di pochi secondi il buio nella stanza fu completo.

L’eco dei rintocchi dell’orologio sulla vecchia torre di pietra, a stento udibili oltre la barriera dell’impianto di insonorizzazione, annunciò che erano le dieci.

Non si era ancora spento l’ultimo tocco che sul sedile di fianco a quello di Joe comparve una sagoma luminosa: la forma era quella di una persona che fosse davvero seduta, i contorni vibravano, i lineamenti del volto andavano precisandosi come se qualcuno li stesse mettendo a fuoco. Davanti all’ologramma, sospeso in aria, un cartiglio ne indicava il nome e la società di appartenenza: B. Alberts, CEO di Pxxxxx.

«Buongiorno signor Bambino, lieto di vederla.»

«Buongiorno a lei signor Alberts, benvenuto: è il primo.»

Non per molto. A uno a uno, anche gli altri scranni si riempirono con le sagome luminose dei partecipanti virtuali alla riunione, in un accavallarsi di saluti formali. La luce tremolante che emanavano rischiarava appena il tavolo in mezzo a loro, tingendo le venature del mogano di un verde acido spiacevole alla vista.

Dopo un minuto, tutte le sedie avevano il loro avatar, tranne una. Lo fece notare, con tono irritato, l’ologramma di B. Stephenson, AD di Mxxxxxx.

«Arriverà. Ma intanto cominciamo», commentò S. Pascal, CEO di Axxxxxxxxx, conciliante.

«Molto bene, signori», prese la parola Joe. «Innanzitutto benvenuti e – come diciamo da queste parti – buon Natale.»

Qualcuno ridacchiò.

«Il primo Natale di una nuova epoca!», proseguì Bambino. «Come avrete appreso dai vostri informatori, e come stanno confermando proprio in questi istanti le agenzie di stampa mondiali, il nostro progetto è iniziato nel modo migliore, con un grande successo.»

«I nostri nanobot…» interruppe a mezza voce, quasi tra sé e sé, G. Axel, GM di Jxxxxxx.

«I nostri nanobot hanno funzionato alla perfezione», raccolse Joe. «Questa mattina, in media una persona su dieci tra quelle che avevano assunto il vaccino antivirale negli scorsi trenta giorni, è stata trasformata in Babbo Natale. Le prossime ore saranno decisive per verificare le reazioni dell’opinione pubblica e, soprattutto, per escludere che vengano rintracciati collegamenti tra le trasformazioni e i vaccini.»

«È impossibile!», esclamò B. Werner, AD di Bxxxx. «I nanobot sono stati progettati per essere espulsi dall’organismo non appena completata la trasformazione. Spariranno alla prima pipì.»

«È proprio quello che speriamo. Certo, abbiamo messo in conto che gireranno voci sui social e in rete, tra i soliti complottisti e antivaccinisti, ma non sarà difficile screditarle, nella situazione pandemica attuale.»

«Esatto. E comunque i media e i governi faranno il lavoro per noi.»

«Come sempre.»

«Li paghiamo per quello!»

Risatine.

Finalmente, senza preavviso, si illuminò anche l’ultimo posto. Tutti si girarono verso il nuovo arrivato, sorpresi: era Babbo Natale.

«Ma che diamine!», sbottò B. Oliver, GD di Sxxxxx.

«Ehm, colleghi, sono io…», mormorò il vecchio.

«John?»

«Eh… fialetta sbagliata…»

Joe trattenne a stento la risata, coprendosi la bocca. Tutti gli altri furono meno discreti. Ci vollero diversi minuti perché la riunione potesse riprendere.

«Fortuna che l’effetto è temporaneo», disse poi Alberts faticando per non ridere di nuovo.

«Dodici giorni e tornerai come nuovo.»

«L’Epifania tutte le feste porta via», chiosò Pascal, ancora col fiatone e le lacrime agli occhi.

«Ma intanto», riprese Bambino, «il Natale sarà passato e la responsabilità per i regali mancati se la prenderanno questi nuovi Babbi. Il 7 gennaio annunceremo pubblicamente la svolta nella tradizione: d’ora in poi non più un unico Babbo Natale a occuparsi di tutti i regali del mondo, ma milioni di Babbo Natale che potranno dedicarsi ciascuno alla propria comunità.»

«A spese proprie.»

«Il punto è precisamente quello.»

«Signor Bambino», parlò Axel, tornato serio, «nessuno meglio di noi comprende che dal punto di vista economico sia molto più vantaggioso produrre farmaci – con le nostre licenze – piuttosto che regali. Ma, curiosità personale… Non le mancherà tutto questo?»

«Per nulla. Gli elfi stanno già riconvertendo i macchinari: saremo pronti a partire con la produzione dei nuovi vaccini tra poche settimane.»

*

Dunque stava succedendo in tutto il mondo. Vera si sentiva stranamente tranquillizzata dalla notizia, ormai su tutti i telegiornali. Anche i suoi genitori parevano quasi essersene fatti una ragione: suo padre aveva perfino chiesto, ammiccando nella sua direzione, dove fossero finiti i regali di Natale.

Ma se per suo padre e sua madre era una sorta di sollievo del tipo “mal comune, mezzo gaudio”, nella ragazza invece si trattava di una certa serena determinazione: «Non sono sola, siamo in molti, possiamo fare qualcosa», pensava.

Quasi a confermare questi buoni propositi, la ragazza si alzò da tavola, stirando le membra temporaneamente non più giovani.

Indossava già il cappotto, fin da quando si era svegliata quella mattina: per uscire non dovette far altro che aprire la porta di casa.

«Dove vai?», chiese la madre apprensiva.

Non rispose. Sul pianerottolo riecheggiavano ancora gli strepiti del piccolo Eugenio, che nell’appartamento di fronte pareva non darsi ancora pace.

Giunta in strada li vide: dieci, cinquanta, cento Babbo Natale formavano a poco a poco un corteo spontaneo. Si unì alla piccola folla: avrebbe scoperto in che direzione andava.

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