di Valerio Cuccaroni

Il credo di Aquiles Nazoa. Visione e passione di Earle Herrera, a cura di Geraldina Colotti, Ed. Pgreco, Milano, 2021, pp. 78, € 8,00.

Aquiles Nazoa, scrittore, giornalista e umorista venezuelano di cui nel 2020 si è festeggiato il centenario della nascita, è un autore ancora sconosciuto in Italia. Il primo merito dell’opera curata da Geraldina Colotti e pubblicata da Pgreco, dunque, è avere consegnato ai lettori e alle lettrici italiane un’opera, per quanto breve, emblematica e intensa. Il credo di Aquiles Nazoa è un piccolo manuale di insubordinazione dell’immaginario. Per realizzarlo Colotti ha chiamato a raccolta, attorno al credo del comunista Nazoa, lo scrittore, giornalista, critico e parlamentare Earle Herrera e il ministro della cultura del Venezuela Ernesto Villegas, traducendo tutti in italiano. A Villegas ha chiesto di parlare del ruolo dell’opera di Nazoa nel Venezuela contemporaneo e a Herrera ha chiesto di commentare il breve testo di Nazoa, che campeggia al centro del libro.

Veniamo così a conoscere la tradizione artistica spagnola del costumbrismo, nata nell’Ottocento, di cui Nazoa fu un prosecutore novecentesco in America Latina. Sull’onda dell’idealizzazione del volkgeist (spirito del popolo), compiuta dallo Sturm und Drang prima e dai romantici poi, anche nella pittura e nella letteratura spagnole ottocentesche si diffuse la tendenza a ispirarsi a usi e costumi popolari. Un secolo dopo, nel 1963, Nazoa pubblica Poesías costumbristas, humorísticas y festivas (poesie constumbriste, umoristiche e di festa), mostrando la sua inclinazione non solo per il popolare in senso lato ma in particolare per l’umorismo, una delle declinazioni potenzialmente più rivoluzionarie dello spirito popolare, così legata al rovesciamento dell’ordine costituito com’è.

E un credo umoristico è quello di Nazoa, dato che le qualità attribuite nel simbolo niceno-costantinopolitano al Dio cristiano, uno e trino, dall’umorista venezuelano sono conferite a Pablo Picasso («onnipotente, creatore del cielo e della terra»), Charlie Chaplin («figlio delle viole e dei topi, che fu crocefisso, morto e sepolto dal tempo, ma che ogni giorno resuscita nel cuore degli uomini), all’amore e all’arte («come percorsi verso il godimento duraturo della vita»).

Picasso e Chaplin, ci ricorda Herrera, furono entrambi vicini alle istanze sociali, ma soprattutto furono dei rivoluzionari che innovarono l’arte e l’immaginario, attraverso una forma di regressione all’infanzia, ponendosi, così, sulla stessa linea individuata nel saggio Il fanciullino da un altro poeta che fu rivoluzionario, il socialista Giovanni Pascoli.

Non dimentichiamo che con il Credo, stabilito al Concilio di Nicea del 325, al cospetto dell’imperatore Costantino, iniziò, storicamente, il connubio tra religione cattolica e potere imperiale. Alla religione invece Nazoa oppone l’arte, al dogma l’immaginazione.

Nel credo di Nazoa sfilano animali reali e fantastici: i grilli, il cane di Ulisse, il gatto di Alice nel Paese delle Meraviglie, il pappagallo di Robinson Crusoe, i topolini di Cenerentola, il cavallo di Rolando Beralfiro, le api che fecero il loro alveare nel cuore dell’esploratore che cercava El Dorado Martín Tinajero. Nel suo credo si può trovare un anonimo arrotino accanto alla celeberrima Isadora Duncan, perché se la grande danzatrice è l’emblema della «qualità aerea dell’essere umano» l’arrotino non è da meno, dato che «vive fabbricando stelle d’oro con la sua ruota meravigliosa». Le monete di cioccolato incantano i sensi del poeta-fanciullino quanto il canto di Orfeo e la musica di Fauré, che incanta l’anima-Euridice nelle sue ore di angoscia, la poesia di Rainer Maria Rilke, i personaggi della letteratura Ofelia, Achille che piange e i letterati libertari come Lord Byron.

Alla fede Nazoa preferisce l’amicizia «come l’invenzione più bella dell’uomo», al potere creatore di Dio oppone i «poteri creativi del popolo», riassumibili in una sola parola: «poesia» da ποίησις (poíesis), derivato di ποιέω (poiéo) «fare, produrre». Il cerchio si chiude, così, in un modo che sarebbe piaciuto all’Eric Fromm dell’Arte di amare: «infine credo in me stesso perché so che c’è qualcuno che mi ama».

Il credo di Nazoa ci invita a puntare tutto sull’arte e sull’amore per incamminarci sulla retta via, «verso il godimento duraturo della vita», senza dimenticare che la strada è lunga verso la rossa primavera, senza scordare che occorre rendere dolci le nostre notti di veglia (con i grilli), affilare le nostre armi (con l’arrotino), fare i passi giusti (come Isadora Duncan) per conquistare le monete che nella società riconciliata non saranno più il simbolo dello sfruttamento ma dell’eccitante bontà del cioccolato. È un antico sogno che per essere realizzato richiede un credo nuovo.

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