di Giovanni Iozzoli

Un delirio d’impotenza – come una febbriciattola, un malessere, un tremore sottopelle. Tutti in fila, con gli occhi sui cellulari, ciondolando o scuotendo la testa: le badanti moldave, i ragazzini che non potevano più entrare in Polisportiva, gli edili vestiti da cantiere, qualche poliziotto in borghese che ammicca ai colleghi di guardia; poi i facchini, gente degli stabilimenti, un pezzo di classe operaia riottosa che ha aspettato fino all’ultimo. Pochi stranieri, molti meridionali – mi chiedo perché. Qualcuno scuote la testa, qualcuno nasconde i timori ridacchiando col vicino. Un hangar lindo e spettrale ci accoglie, con il solito allestimento scenico di simil-volontari; ormai somigliano a miliziani dalla fedeltà inscalfibile, buoni per ogni causa, dal soccorso pubblico al colpo di Stato. E’ cominciato tutto con il generale Buttiglione in divisa e penna sul cappello; e finisce tutto in hangar, caserme, minacce di apartheid: la campagna militar-vaccinale è partita dalla commedia italiana e culmina nella violazione palese e rivendicata della Costituzione. Chi l’ha detto che in Italia le cose finiscono sempre in burletta? Stavolta è andata alla rovescia: qua qualcuno ha fatto maledettamente sul serio proprio nel finale.

La fila è anonima, composta principalmente da poveri diavoli, gente che deve lavorare, che non può permettersi altre dilazioni. Lo so, è una drammatizzazione della mia fantasia, ma sembriamo bestie al macello, malinconiche e rassegnate. Nessuno dei presenti pare preoccupato all’idea che gli stiano inoculando nanoparticelle o sia in atto uno sterminio pianificato della popolazione – non sembra gente che ha tempo per i complotti. Però condividono tutti una medesima sensazione di sconfitta, di resa, qualcosa che si avverte nell’aria; qualcosa che forse brucia più delle supposte nanoparticelle.

Quella sensazione amarognola è una specie di consapevolezza silenziosa che grava pesante sull’hub, una specie di illuminazione poco mistica: l’idea che tu – proprio tu – non conti davvero un cazzo. Zero. Sei sostanzialmente inesistente, come soggetto, come individuo, come centro di volontà, come personificazione della retorica del cittadino sovrano. Qualcuno potrebbe pensare: e che, non lo sapevano prima? C’era bisogno del vaccino, per rendersene conto? Certo ne avevano il sospetto. Ma sbattere contro un muro e rompersi la testa, non è come sfiorarlo con la mano. E quindi eccoci lì, in fila, dentro l’hangar dell’ex Aeronautica militare, tutti formalmente volontari; tutti pronti a firmare liberatorie che sono un palese falso in atto pubblico.

In realtà quella fila rappresenta una cartografia sociologica dei moderni rapporti di potere. Siamo tutti lì, solo perché non deteniamo più alcun tipo di potere reale, neanche quello esercitabile nello spazio minimo essenziale del nostro corpo, del nostro sangue, del nostro sistema immunitario – quello che un tempo avremmo definito uno spazio inviolabile, naturale, innato.

Echi lontani di stagioni passate – il corpo è mio e lo gestisco io! – ; vedo grassi e perplessi artigiani di mezz’età che abbraccerebbero volentieri lo slogan femminista più intenso, quello che rivendicava il diritto di scelta, l’autonomia di una soggettività incarnata, non astratta. La verità è semplice, brutale e perciò rivoluzionaria: se non conti niente, possono farti tutto. E questo disvelamento avviene proprio nell’epoca in cui le falsificazioni della società spettacolare titillano l’io 24 ore al giorno, collocandolo al centro di un universo fittizio e immaginifico – conti perché non sei solo un conto, conti perché puoi scegliere per quale auto indebitarti, quali stili di vita simulare, su quali social diffondere le tue recite. E dopo tutto questo teatrino delle illusioni, ti ritrovi solo, in gabbia, a non poter decidere nemmeno sulle due o tre cose essenziali della tua povera esistenza.

No, non vedo complottisti in fila, nell’Open Day dei ritardatari, che avanzano verso il Green Pass, trascinati come somari con la fune al collo. Questi qui, fin’ora non avevano schivato il vaccino per ragioni esoteriche. Si, c’erano le paure, le diffidenze, le voci sugli eventi avversi. Ma forse anche altro. Per molti , il rifiuto era diventato semplicemente una questione di principio, forse la prima vera questione di principio della loro vita – il primo stridio tra le scelte individuali e gli ordinamenti pubblici. Come: “questione di principio”? Ma non erano fuori moda? Certo. Ma ogni tanto tornano a galla con vigore inatteso, attingendo a fonti misteriose. Come in Val di Susa (azzardo un paragone). Davvero pensiamo che da quelle parti la gente tenga in piedi un movimento per un quarto di secolo, solo per evitare che si scavi un grosso buco nel terreno – in un territorio, tra l’altro, non proprio incontaminato? O c’è dell’altro, anche lì? La volontà di andare fino in fondo nel braccio di ferro della storia, di contarsi, di pesarsi, il gusto liberatorio del No che riscatta, che si protrae, diventa contagio, tracima da generazioni e contesti diversi. La Valle è nostra, il corpo è nostro, alla fin fine tutto è nostro, anche la penna sul cappelluccio del generale Buttiglione l’abbiamo pagata noi.

La sera del primo ottobre siamo davanti alla CNH, ex Fiat Trattori, lo stabilimento industriale più grande della città, a due passi dal centro. Una quarantina di operai si sono autoconvocati davanti ai cancelli a fine turno; sono quelli che da qualche settimana non possono più mangiare in mensa insieme agli altri. Sono tutti privi di Green Pass, rifiutano ostinati il “trattamento”, la maggior parte di loro è freneticamente a caccia di informazioni e soluzioni alternative. Vogliono contarsi, guardarsi in faccia, confrontarsi con i colleghi. Sono arrabbiati, perplessi, a qualcuno, quando parla, luccicano gli occhi di furore represso. Cosa serve una vita di laboriosa obbedienza di fabbrica se dalla sera alla mattina possono sbatterti fuori perché non hai un pezzo di carta in tasca? Non sembrano lavoratori sindacalizzati, probabilmente molti di loro hanno smesso di scioperare da tempo, dentro uno stabilimento complicato.

E’ un pezzo di popolo – questo delle fabbriche del nord – che ha votato in massa per i 5 Stelle, negli ultimi anni. Difficilmente tornerà a infilarsi dentro un’urna. Sono i testimoni viventi di una rottura, di una scissione che si sta consumando pubblicamente, assumendo i tratti dell’irreversibilità. Questo pezzo d’Italia, dopo i1 15 ottobre, considererà ogni partecipazione istituzionale, ogni richiamo alla legalità o alla lealtà costituzionale , come un’intollerabile bugia. Anche qui, fuori dai cancelli, noto una larga maggioranza di operai meridionali; e ancora questa composizione mi colpisce, per quanto statisticamente naturale in questo tipo di azienda (viene da chiedersi perché? Sono allergici ai vaccini? Bisogna riesumare gli stereotipi dell’arretratezza terrona? O forse è solo sana, atavica diffidenza plebea verso tutti i governi?).

Comunque, nessuno di loro sa come affrontare l’incombente scadenza del 15. Volano in libertà le parole d’ordine: le ditte paghino i tamponi, scioperiamo, restiamo fuori, digiuniamo, facciamo la class action! Ancora l’impotenza dei piccoli che si dibattono come pesci nell’acquario, mentre quella sensazione di viscerale ingiustizia, di costrizione, gli infiamma l’anima. Non solo passi per untore, ma tra un paio di settimane potresti anche essere un untore disoccupato. Dentro le fabbriche, davanti alle sale mense, va in scena una declinazione un po’ alternativa della guerra tra poveri: quella tra obbedienti e riottosi, tra fedeli e apostati.

Ai cancelli della CNH si percepisce con mano l’esistenza delle due Italie. Quella ufficiale, dei telegiornali e delle tv d’ordinanza – con i loro anchorman politicamente ipercorretti; e quella sotterranea, che si nutre di canali Telegram e siti alternativi, vagamente torbida ma maledettamente viva. Se la pigrizia non portasse ad una condanna aprioristica di quest’Italia “sommersa”, bisognerebbe dedicarsi con certosina pazienza allo studio di questa zona d’ombra. Lì, al netto della fantapolitica e del millenarismo, si possono incontrare le storie che non hanno diritto di cronaca nel racconto dei media ufficiali: le facce di centinaia di persone che dichiarano di aver subito danni gravi o irreversibili o chiedono giustizia per parenti morti. Danni “non correlabili”, che non rientrano nelle statistiche degli eventi avversi o non sono stati denunciati da medici di base omertosi.

Se quelle storie sono finte, la magistratura dovrebbe intervenire e denunciare per procurato allarme. Ma se non sono finte, dovrebbe intervenire per altro. La “non correlabilità” degli eventi è un concetto più politico che scientifico – siamo noi che uniamo i puntini delle storie. Del resto, anche l’uranio impoverito, per molti anni, fu considerato “non correlabile” a tumori e leucemie che decimavano ragazzi di leva finiti a prestare servizio nei siti sbagliati.. Poi l’acqua del tempo passa sotto i ponti, c’è il ricambio fisiologico delle classi dirigenti, qualche inchiesta seria della magistratura finalmente va in fondo, et voilà: vent’anni dopo la “correlabilità” viene fuori, e con essa uno spicchio di verità. Intanto, però, alle ore 18 di venerdì primo ottobre 2021, nessuno sa bene cosa raccontare a questi lavoratori-untori in cerca di un orientamento, mentre scende la sera, davanti all’ingresso operai della CNH, in via Parenti.

Si perché il problema non è solo il Green Pass e il volgare aggiramento della Costituzione che esso costituisce; il problema è soprattutto la mancanza di reazione da parte di quel mondo di sinistra popolare (o di classe, o di alternativa o come diavolo vogliamo appellarci, nelle nostre trincee sociali o esistenziali), che sta vivendo questi passaggi epocali con soffertissima alterità. Nessuno sa dove mettere le mani. Si parla volentieri d’altro. Si spera che passi presto, che si torni alla normalità. Ragioniamo come i gestori delle discoteche.

Ma come si fa a non vedere che il “lasciapassare” non è uno strumento tecnico provvisorio: sottende una filosofia di governo delle cose, una visione del presente, del futuro, della complessità da disciplinare. Il Green Pass diventerà un grimaldello – con adattamenti e modalità non prevedibili –, un passepartout per tutte le porte; uno schema di “doppia cittadinanza” totalmente funzionale al comando capitalistico. Alle linee storiche di divisione che frammentano il corpo di classe – gerarchie, fidelizzazione, competenze – si sommano oggi i nuovi passaporti sanitari.

Ma perché questa benedetta sinistra di movimento ha preferito il basso profilo, dentro un evento democraticamente catastrofico come il Green Pass? Per il timore di passare per “No vax”? Forse qualcuno pensa che l’anomalia democratica in questo paese siano oggi quei movimenti che da settimane scendono in piazza reclamando il rispetto della Costituzione? Sono loro il problema? O piuttosto un presidente-banchiere che viene acclamato dall’assemblea di Confindustria come nuovo minaccioso messia in terra? Bisognerebbe rispondere senza stare troppo a pensarci. Non è stagione da equidistanze.

Intanto prendiamo atto che l’area d’opinione battezzata malignamente “no-vax”, è la forma più vilipesa, sbeffeggiata, denigrata della storia repubblicana, con milioni di persone che si sentono ogni giorno insultare, da mesi, a reti unificate solo perché dubbiose o renitenti verso un trattamento sanitario che dovrebbe essere “libero, consapevole e informato”; e prendiamo atto del fatto che, come in tutte le vicende italiane, si inizia con la denigrazione compunta da parte degli editorialisti e si finisce con l’Antiterrorismo, passaggio di cui si sono avute le prime avvisaglie; e prendiamo atto che questo mare di merda giornalistica, progressista, civile e responsabile, sarà pronto, perfezionato il metodo, a scatenarsi su qualsiasi istanza di giustizia sociale potremmo in futuro mettere in campo. Quindi parla anche a noi.

E torniamo alla nostra fila, sbuffante e sbrindellata. Ci fanno girare in un percorso a strane curve, come un uroboro, un serpentone transennato che si morde la coda – prima di arrivare all’interno, nel box bianco dove dimostreremo la nostra lealtà allo Stato, al governo, alla scienza, alla narrazione ufficialmente accettata e riconosciuta su quanto è accaduto negli ultimi due anni in Italia. Un gigantesco autodafé collettivo in cui abiureremo ai nostri dubbi. Sei stanco, annoiato, deluso da te stesso.

Per ora hanno vinto, marciando sui nostri mutui, sui nostri debiti, sulle nostre debolezze. Ma le fratture che hanno aperto dentro il corpo e l’anima di questo paese, non le ricomporrà più nessuno.

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