Neri Pozza editore, Vicenza 2021, pagg. 144 € 12

di Mauro Baldrati

Alcune sere fa, parlando con una editor che si occupa soprattutto di noir, le dissi che stavo leggendo Due vite. Lei, prima che continuassi, esclamò: “Ah, no, da tempo ho smesso di leggere quel tipo di libri lì”!
Quel tipo di libri lì. Chi sono? Di cosa parlano? Difficile, forse impossibile classificarli. O qualificarli. Per dire, i gialli sono i gialli, i noir pure, ma… quel tipo di libri? Allora diciamo che è soprattutto una questione di intuito. Potremmo affermare che sono libri il cui fine è di non avere un fine, se non quello di essere scritti. Testi che “sparano” la lingua con una traiettoria lineare di precisione, proprio come i fucili Hard Target Interdiction, detti anche Antimaterial. In questo senso se Emanuele Trevi imbracciasse un HTI, steso prono con accanto il suo facilitatore, sarebbe il più temibile degli sniper. Due vite è scritto con una precisione e un controllo da essere oggetto di studio tecnico per chiunque scriva o vuole scrivere. La lingua scorre e si avviluppa intorno ai due spettri che formano l’antimateria del libro come un magnifico serpente aggraziato e colorato: gli scrittori Rocco Carbone (1962-2008) e Pia Pera (1956-2016). Trevi ne traccia i ritratti psicologici e artistici, organizzandoli con incursioni nella psichiatria, la filosofia, il comportamentismo e l’amicizia: un rapporto intenso, idealizzato di due figure scomparse che parlano attraverso lui, in un testo totalmente privo di dialoghi. Il mondo esterno, il mondo vivente, è straniero, a parte qualche rarefatto episodio che riguarda le vicende letterarie/editoriali dei due protagonisti. Il mondo interno, dove i tre personaggi – Rocco, Pia, il narratore – parlano senza dialogare, è la cittadina di Spoon River, e le loro voci, veicolate dal raffinato, dolente narratore, echeggiano nel cimitero dove esistono solo gli echi e i ricordi. Voci sole, struggenti, voci silenti, perché è il narratore che gestisce le vite: quelle terminate di Rocco e Pia, e la sua. Leggiamo in uno degli strilli del risvolto di copertina: “Una autobiografia per interposta persona”. Soprattutto attraverso Rocco sembra attingere la forza motrice per esprimere parti di se stesso, sentimenti, atteggiamenti verso l’esistenza. Potrebbe evocare un’altra famosa amicizia, quella di Jack Kerouac con Neal Cassady, non fosse per il fatto che i due americani si tiravano dietro il mondo, e, a loro insaputa, le speranze e le tristezze della generazione del dopoguerra. I due italiani invece, legati e infiltrati l’un l’altro dalla splendida, quanto spettrale solitudine letteraria, il mondo materiale lo lasciano fuori. Vivono per loro stessi, si scambiano i posti, come nelle inversioni di ruolo degli psicodrammi. Se Rocco è anche l’alter ego del narratore, Pia è un personaggio quasi leggendario, che sa essere estremo e poetico, narratrice erotica alla Anaïs Nin e ricercatrice/creatrice attraverso la cura di un giardino segreto. Rocco è spigoloso, tormentato, ossessionato dall’ordine algebrico, eternamente insoddisfatto, pessimista; Pia porta con sé la nostalgia, la lenta fine della vita divorata dalla SLA, mentre Rocco, coerentemente col suo personaggio, si schianta col motorino.

Così il cosmo di Due vite, che non è micro né macro, che esiste per essere raccontato in un testo che non racconta, non dialoga, illuminato da una luce lunare che ammanta le dune di un deserto scritto dove ogni capitolo sembra un unico flusso di coscienza grafica, senza un solo a-capo, nella sua orgogliosa inutilità, nel suo aristocratico isolamento, così antimaterial da diventare anti-omologazione, così evocativo che richiama suggestioni proustiane, così ricco e grasso da concimare la lingua disseccata della modernità, così old fashion da mutare addirittura in avanguardista, per il lettore materialista che cerca anche l’umanesimo, perché solo col rispetto della condizione umana individuale è possibile creare l’uomo nuovo rivoluzionario, finisce per diventare non solo utile, ma necessario.

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