di Nico Maccentelli

Michelangelo Ingrassia, Il resto è mancia, pp  172, ed. Pendragon, 2020  € 15,00

Bologna in noir, se ne è parlato tanto con i personaggi e le storie di Loriano Machiavelli, in parte Carlo Lucarelli, che però è da Mordano, più Romagna che altro. Ma devo dire che il noir più appassionante è quello dove i commissari, gli ispettori, i vari tutori dell’ordine e depositari dell’anticrimine, tutti nipoti dell’Ingravallo gaddiano o colleghi del sornione Montalbano, se ne stanno allegramente fuori dalla storia.

Un romanzo “come mala comanda”, quindi non certo un poliziesco: questa è l’opera di Michelangelo Ingrassia Il resto è mancia. Un romanzo da leggere tutto d’un fiato che sicuramente chi non ha il mito del distintivo può apprezzare e di molto.

Largo ai delinquo dunque, quelli veri, quelli che con la loro morale “quasi niente sbagliata” come cantava Faber, riempono le pagine di gialli che si tingono di un nero e di un rosso sangue giustizialisti. Come gli anarchici. Ed è qui che introduco un romanzo noir ben riuscito, all’ombra di una turrita fatta di quartieri popolari, soggetti boderline, permanenze in carcere, esecuzioni meditate per vendetta, quella giungla del non detto ma rispettato da tutti, dei codici d’onore sotto traccia, ma di quella criminalità che non ama la mafia. I delinquo cani sciolti del colpo in banca, della fuga banditesca.
Lo spaccato bolognese, una Bolognina Chinatown, i bar un po’ malfamati ma con paste trabordanti di crema (forse una citazione della Luisona di Benni?), e periferie con un serial killer mammone in azione, la mala pugliese e la mafia cinese ti fanno saltare da un capitolo all’altro in un plot che porta avanti storie in parallelo.

Di polizia neanche l’odore: resta sullo sfondo, a brancolare nel buio, evocata solo dai titoli di giornale. E non ne si sente la mancanza.
Il gruppo anti-eroico di Alex e Uccio, due amici conosciutisi nel caracere minorile, fa tutto: risolve situazioni, commina punizioni proporzionate alla gravità del reato sulle persone, rende migliore un mondo selvaggio senza mene giustizialiste, ma solo seguendo il saggio codice della malavita.

Siamo lontani anche dal Malaussene di Daniel Pennac, che tutto sommato descrive nella sua Belleville una banlieu mitigata da buoni sentimenti conciliatori. Qui non si concilia nulla e tutto è guerra tra soggetti e per bande. Anche tra i protagonisti stessi e antagonisti di loro stessi, c’è conflitto, sentimenti contrastanti, emozioni spesso incontrollate. E si va dal progetto ragionato dei due amici alla furia di Mara, la loro complice boliviana che non risparmia nessuno. E infatti se vogliamo vedere una morale di vita e un codice di comportamento nel romanzo, Il resto è mancia, che dà il titolo all’opera, è proprio il lato oscuto dell’agire, il lasciarsi prendere dall’odio e dai sentimenti della vendetta, l’impulsività, la perdita della dimensione dell’atto praticato.

Il resto è mancia ti porta nel lato selvaggio dei territori degradati, ma comunque lo fa con quella vis poetica mai da facile redenzione, che solo i cantori dei “quartieri dove il sole del buon dio non dà i suoi raggi”, come i Faber e i Jean Genet, sanno esprimere.

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