di Franco Pezzini

Sarah Blau, Il libro della creazione, trad. dall’ebraico di Elena Loewenthal, pp. 279, € 16,50, Carbonio, Milano 2020

“I tuoi occhi videro la massa informe del mio corpo / e nel tuo libro erano tutti scritti / i giorni che mi eran destinati, / quando nessuno d’essi era sorto ancora”: così, nella cosiddetta Nuova Riveduta, il versetto 16 del Salmo 139. La “massa informe” (o materia grezza, o embrione) è resa con la parola ebraica gōlem, da cui il mito tardo sul gigante d’argilla, privo di facoltà intellettive ma di forza prodigiosa, che grazie alla conoscenza della cabala – e in particolare dell’antico trattato Sefer Yetzirah (II-VI sec. d.C.), letteralmente “Libro della creazione” – alcuni dotti rabbini avrebbero fabbricato a difesa della comunità da pogrom e altre insidie. Di solito si pensa all’Europa orientale, e non è troppo noto che storie molto antiche di golem riguardino l’Italia meridionale, per esempio Benevento e Oria in provincia di Brindisi, dove la presenza ebraica era significativa; è però vero che le più celebri restano quelle di Praga su Rabbi Löw, che soprattutto nel Novecento condurranno a indimenticabili trascrizioni letterarie e cinematografiche.

D’altra parte se il golem dell’omonimo romanzo di Meyrink (scritto 1907-14, edito a puntate 1913-14, in volume 1915) è una presenza sfuggente a metà tra il genius loci del ghetto di Praga e una manifestazione dell’inconscio collettivo dei suoi abitanti, non mancheranno altre interpretazioni pneumatiche e non canoniche. Per esempio come spirito dell’esilio nel film – appunto – L’esprit de l’exil di Amos Gitai, 1992: per il regista, “nel corso della storia, [il golem] verifica la sua impossibilità di funzionare come strumento di salvezza delle minoranze, degli immigrati, dei perseguitati”. Due insomma sono le componenti attorno a cui il mito golemico si costruisce e decostruisce continuamente in età moderna: una materiale, figurata come argilla, che lo mostra prototipo di Adamo, pure plasmato quale impasto di terra (in base all’assonanza popolare ‘dm/uomo con adāmā/terra, suolo) e una immateriale, un’incompiutezza che dalla connotazione d’informità originaria (quasi un parallelo nell’uomo, prima del soffio d’alito vitale, con la condizione caotica della realtà intera prima della creazione della luce in Gn 1,3: ōhū wā-ōhū, senza forma e vuota) tracima per le vie sottili come un limite, un trasalimento o una condanna. Questa quasi-creatura potenziale, frutto di sogno e magari di tentazione, è già un golem, il quasi-Adamo di una creazione minore ed eventualmente blasfema, permessa dalla sovrabbondanza di vita sedimentata nella creazione ma come extrema ratio, limite su cui testare il nostro concetto di necessità e alternativa comunque pericolosa.

Tutto ciò pare necessario ricordare davanti al bellissimo romanzo d’esordio della scrittrice, drammaturga e attrice Sarah Blau, “Conosciuta per il suo approccio originale e femminista alla cultura ebraica ortodossa” (così l’aletta), che si legge come assistendo a una play – per il tipo di dinamiche dove l’autrice valorizza la propria esperienza teatrale – ma che assieme mantiene una qualità di romanzo genuinamente letteraria. Una scrittura magmatica, argillosa e ricchissima, questa di Blau che ammette un’identificazione forte con la ribelle e goffa protagonista Telma, una trentenne oppressa da una grigia famiglia tradizionale, e che rispetto alla realtà israeliana in cui è incastonata prova sentimenti d’inadeguatezza, ribellione e ripugnanza.

Tutto parte con l’ultimo congedo da quella nonna Gerta che, unica in famiglia e nella comunità, aveva avuto concrete predilezioni per Telma: ed è straordinaria la scena di un funerale dove regna un vago imbarazzo e gli altri anziani occhieggiano con stranita inquietudine. Già eroina della rivolta del ghetto di Varsavia contro i nazisti, Gerta vi avrebbe scatenato un golem la cui opera ancora atterrisce rabbino ed ex-compagni… L’anziana sembra aver intravisto che la nipote, forse proprio per la sua frustrazione e le sue mancanze, è in grado di lanciarsi con potenzialità più rabbiose nella magia cabalistica: e insieme alla propria casa (per renderla autonoma dagli ingombranti genitori), le lascia un libriccino sporco – tanto più sporco quanto più usato e potente, e titolato Libro della creazione – con le formule per destare il golem.

La trama di Il libro della creazione si potrebbe sintetizzare agilmente come storia di chiamata alla vita di una creatura che sia per Telma amante e partner – soccorrendola in fondo dall’attacco della realtà in quello che è il suo problema primo ed essenziale, la mancanza di eros. Tuttavia nel testo si può riconoscere anche un livello più profondo in tutto un rapporto conflittuale di Telma con una società chiusa, e nel suo tentativo di cambiare le cose appellandosi a un potere più alto.

Come spiega l’autrice in un’intervista, il romanzo è stato scritto in un momento molto difficile della vita, in cui non riusciva a riconoscersi: ed era stato immediato volgere al femminile le storie su uomini creatori del golem. Inevitabile pensare al lascito perturbante nella mitologia ebraica di arcaiche entità femminili poi ripudiate, demonizzate o confinate nel puro simbolo dall’affermarsi di una cultura patriarcale; e ciò in parallelo anche a una gestione del sacro (e del magico) sempre più rigorosamente maschile. Un’opera scritta comunque da Blau anzitutto per se stessa, per salvare se stessa, e che pare dunque condividere in parte il ruolo del libriccino di nonna Gerta: leggendo Il libro della creazione abbiamo anche noi la sensazione di trovarci le mani, le unghie incrostate dell’argilla del primo e fallimentare tentativo magico di Telma – condotto assieme al cugino amato invano, Chanan, poi strappatole dalla cugina perfettissima e odiosa, Nilli – e del secondo e riuscito, mentre ristagna nel caldo l’odore fradicio e dolciastro delle pesche dei vasetti della nonna. Ci troviamo le mani sporche d’argilla sia per la qualità tattile – oltre che olfattiva – della scrittura di Blau, sia perché dalla soffitta delle nostre tentazioni (come in quella di casa di Telma o nell’altra della sinagoga Staronova di Praga, per opera di Rabbi Löw), saremmo a volte spinti a scatenarlo, il golem…

Del resto, conformemente alle dottrine cabalistiche,

 

In questo libriccino, cui sei tanto affezionata si trova l’idea che delle combinazioni di lettere possono formare mondi, e creare vita. Ogni lettera che pronunciamo stupidamente, insensatamente, con cattiveria, ingenuità o indifferenza, ogni lettera crea qualcosa. “Telmaaaaa!” e voilà! Qualcosa viene alla luce.

A te sembra molto logico che le lettere siano ciò che dà la vita.
Lo stupore vero è il fatto che il tuo corpo umano abbia questa facoltà. Perché le lettere sono molto più forti delle tue vulnerabili ovaie. Alef! Yod! Shin! Alef! Yod! Shin! Hey! Questa è l’essenza della creazione, altro che un’accozzaglia di vene e sangue.

 

E ciò vale – ne facciamo esperienza tutti i giorni – a partire dalla letteratura, che appunto attraverso le lettere forma mondi e crea vite.

La single Telma, frutto di genitori fragili, goffi e dimessi portatori di un messaggio di annullamento del desiderio laddove la figlia desidera eccome, afflitta da un fisico che avverte sgraziato e sostanzialmente sola, alla deriva del disordine e dello sporco di casa, non accetta quel gioco di regole in cui invece scintilla Milli: vive in modo conflittuale il rapporto con tutta la realtà, quella interna – a partire dalla propria femminilità – come l’esterna (i genitori, il lavoro d’insegnante nel liceo femminile della propria imprecisata cittadina, le allieve sicure di sé, la propria immagine persino nel vestire) e non è più disposta a soffocare in sé le proprie ribellioni. La memoria della Shoah, oggetto dei racconti alle allieve e delle storie sull’eroica nonna, ma anche – notiamo lo scarto generazionale – di questioni di proprietà su un certo alloggio che il padre sta cercando di recuperare, pesa come un’eredità di morte su tutto: e anzi in tutto il testo ristagna quell’odore della morte dolciastro come pesche, nel segno di una corruzione che sembra tracimare nei pensieri e nelle ferite dell’anima e farsi putrefazione di pensieri, rimorsi e rimpianti, ricordi e desideri, tanti desideri.

Telma decide dunque di prendere il controllo della propria vita, costi quel che deve costare. E il romanzo sembra trasmettere in termini quasi sensoriali qualcosa di un corpo tutto umori e desiderio, di un calore tellurico al momento della chiamata alla vita della massa informe, della sensazione in casa di un crocchiare di terra del cimitero sotto le scarpe. Con quella propria creatura che chiama Shaul, “il desiderato”, assieme – in qualche modo – figlio e amante in grado di soddisfare l’impasto imperfetto della sua identità, Telma subentra a sua nonna nella custodia del Libro della creazione e anche nel ministero ribelle di una magia femminile illecita per il mondo dei patriarchi: e il sesso con Shaul sbriciola l’argilla di cui è fatto e sbriciola assieme il mondo interiore di Telma e i suoi divieti, investendo a cerchio d’onda tutta la cultura del mondo dell’autrice. Possiamo stupirci che nella realtà la madre di Blau, incontrandola una volta l’anno (lo racconta lei stessa), le chieda angosciata se davvero non sia lei il modello della dimessa madre di Telma? Possiamo stupirci se nel romanzo, a contraccolpo di quella rabbiosa antigravidanza cabalistica, la madre di Telma sviluppi un tumore e tutto intorno inizino a moltiplicarsi calamità? Perché nell’equilibrio generale a qualcosa che nasce forzatamente deve corrispondere la morte di altro: e nel suo modo torpido e contraddittorio, Telma dovrà decidersi ad affrontare il problema che ha spalancato…

Certo possiamo domandarci se il golem ci sia davvero: se davvero offra a Telma la passionalità sessuale che desidera, se realmente si scontri con Chanan, se sia lui la vera causa di tutta la distruzione che si accende intorno come un incendio. O se invece le lettere che danno sostanza a parole e sogni non l’abbiano fatto sorgere come una semplice rifrazione nello specchio oscuro dei desideri di una Telma alla deriva… La chiave può del resto trovare conferma nella citazione d’incipit, dal Frankenstein: “Ma come fui terrorizzato quando vidi me stesso in una pozza trasparente! All’inizio sobbalzai, incapace di credere che ero veramente io quello riflesso nello specchio…”.

Irrimediabilmente scissa tra l’immagine di sé che l’ambiente si aspetta– quella apprezzabile di persona matura, devota e professionale – e quella, piena di contraddizioni, debole e schiava di istinti che coglie con frustrazione nel proprio specchio interiore, cioè embrione soltanto della donna libera che mirerebbe a essere, in fondo è Telma stessa il golem; e attraverso quel riflesso lo è l’autrice – come a suo tempo lo era stata Mary Shelley, che nel gioco di virtuali identificazioni del romanzo proprio nella creatura si rifrangeva. Si è osservato come in Blau l’uso dei tempi verbali, la prima persona singolare che si stempera con frequenza nella seconda o nella terza, finisca con l’essere rivelativo di una frantumazione identitaria. Ma attraverso il tunnel di quell’eros malato che è però sostenuto da un’azione sui livelli sottili della realtà, e nel confronto con gli occhi vuoti del riflesso narcisistico Shaul creato a suo specchio per soddisfarla, Telma cambia: e cambia l’autrice, che brandendo il proprio testo eretico ed erotico, spietatamente ironico e nero davanti a una società perplessa riesce a salvarsi. Forse il passaggio di un cartiglio cabalistico nella bocca di Telma può animarla a nuova vita: forse il racconto nero di quel che siamo nel riflesso del nostro rapporto col mondo attorno può aiutarci a uscire dalle nostre impasse. Attraverso quella forma di magia cabalistica che è la narrazione.

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