di Luca Cangianti

Stefano Erasmo Pacini, Figli dei fiori e figli del vento, Bam, 2021, pp. 130, € 15,00.

Il ribelle e il rom: chi rifiuta la norma sociale e chi per vicissitudini storiche ne è rimasto ai margini. Per questa condizione liminare entrambi scorgono orizzonti possibili che vanno oltre la miseria della vita sprecata, entrambi ne pagano un prezzo doloroso. È questa la connessione metaforica che attraversa Figli dei fiori e figli del vento, il nuovo libro fotografico di Stefano Erasmo Pacini.

Negli anni sessanta e settanta del secolo scorso un’ondata di contestazione culturale, politica ed esistenziale investì ogni ambito della vita sociale spingendosi ben oltre i centri urbani. Arrivò ad esempio in Maremma e l’autore di questo volume – come racconta in forma romanzata in Educazione maremmana – ne fu travolto. Questa sua internità risalta fin dalla prima carrellata di ritratti, quasi una schedatura fraterna di sguardi che alludono ad altre dimensioni di desiderio e di libertà.
L’estetica fotografica aspira a cogliere un istante decisivo, capace di schiudere nuovi significati: decine di ragazze e di ragazzi dai capelli lunghi sorridono, suonano la chitarra, si abbracciano. Sono figli di contadini, di operai e di minatori, ma non credono più all’etica del sacrificio dei propri genitori. Hanno vestiti ampi, scialli, jeans sdruciti, polacchette consumate; fumano stravaccati, amoreggiano in un fienile, siedono di fronte a una tenda canadese e con lo zaino in spalla partono per il viaggio archetipico della vita. Quando i loro occhi lucidi incontrano i nostri ci interrogano: “Che cosa hai fatto dei tuoi anni? Dove hai sepolto il tuo tempo migliore? Hai vissuto o no?” Pacini antepone al suo testo introduttivo queste parole di Dostoevskij perché gli scatti raccolti nel libro assomigliano al ripercorrere junghiano della prima parte della vita. Senza mai cadere nella nostalgia, il fotografo ritiene infatti che la memoria e la riflessione sul passato siano il tessuto immaginario di ogni progetto di liberazione, personale e collettiva.

Poi ci sono le immagini dedicate ai rom che curvano in modo originale la rete di significati della prima sezione: torme di bambini i cui schiamazzi sembrano uscire dalle foto, una sposa vestita di bianco in una roulotte, anziani seduti davanti a mura di foratino senza intonaco, uomini baffuti, lamiere di metallo. Dai non luoghi delle aree di sosta anche questi volti ci chiedono con impertinenza: “sei felice?”, “se ti guardi indietro, qual è il tuo bilancio?”
Noi guardiamo loro, loro ci guardano dentro, e in questa spirale possiamo avvertire la vibrazione lontana di quello “stato di grazia” in cui tutto sembrava possibile. I potenti ne ebbero grande paura, serrarono le fila, ristrutturarono le fabbriche, disciplinarono la società e, dopo un attento lavoro di rabbia e di scienza, ebbero la meglio. Non soddisfatti aggredirono anche la memoria, affinché di quel periodo restasse solo il colore della notte.
Sfogliando Figli dei fiori e figli del vento possiamo invece vedere quale giornata di sole vi fosse prima del buio, e tornare a immaginare le imprese che verranno.

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