di Giuliana Zanelli

Premessa – Giuseppina Cattani (1859-1914), internazionalista, scienziata e docente ha sempre destato interesse e passione in chi cura l’Archivio Storico Popolare di Medicina. Abbiamo così raccolto nel tempo la documentazione che via via ci parlava di lei, in particolare i documenti relativi al periodo in cui Cattani ha partecipato alla Prima Internazionale antiautoritaria, afferente ai principi espressi dal Congresso internazionale riunitosi a Saint-Imier in Svizzera nel settembre 1872. Fonti principali sono state quelle prodotte dagli organi repressivi del potere (questure, prefetture …) conservate nell’Archivio di Stato di Bologna, e la pubblicistica dell’epoca.

In questo anomalo e difficile periodo di pandemia, non abbiamo potuto evitare di ripensare al ruolo di Cattani scienziata contro le malattie infettive che colpivano più intensamente le classi economicamente e socialmente più povere. Con la volontà di valorizzarne ulteriormente la figura, abbiamo quindi contattato e trovato necessaria complice Giuliana Zanelli che ha elaborato e narrato la storia di Giuseppina, con sapienza e sensibilità, meglio di quanto avremmo potuto fare noi.

Alessia Bruni Cavallazzi e Tomaso Marabini dell’Archivio Storico Popolare di Medicina

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  1. Per “una grande figura di donna”

Operaio! Chiunque tu sia se passerai da Imola, ricorda che nel Cimitero del Piratello accanto all’urna di Andrea Costa fu sepolta una modesta, ma grande figura di donna. Se non hai teco garofani rossi, raccogli fiori di campo, e portali ad entrambi.

 Questo invito gentile, che univa in un unico omaggio chi negli anni più generosi della propria vita aveva sognato l’Internazionale come strumento di giustizia sociale, fu possibile leggerlo il 20 dicembre 1914 sia su “La Folla” di Milano, sia sul settimanale socialista imolese “La Lotta”, in calce a un’ampia nota biografica dedicata a Giuseppina Cattani. L’aveva redatta un suo vecchio compagno di ideali, Giovan Battista Lolli già testimone del fervore che la Cattani, ancora ragazza, aveva manifestato per la causa internazionalista, un’esperienza da altri pressoché dimenticata che lui invece aveva voluto ricordare. Il 9 dicembre 1914, all’età di 55 anni, Giuseppina era morta nella sua casa di Imola.

Dottoressa in medicina,  anzi scienziata e autrice di numerose pubblicazioni, nonché docente, la Cattani aveva abbandonato nel 1897, a solo 38 anni, l’insegnamento e la ricerca all’Università di Bologna per dirigere il servizio di anatomia e istologia patologica, radiologia ed esami batteriologici dell’Ospedale civile della sua città, ruolo propostole dall’amministrazione democratica e socialista che allora era alla guida della Congregazione di Carità. Dal 1884, anno della sua laurea conseguita con lode sotto la guida del prof. Guido Tizzoni, ordinario di Patologia generale, aveva compiuto ricerche al suo fianco e ottenuto assieme a lui importanti risultati, il più celebre dei quali sarebbe stato la messa punto del siero antitetanico. Aveva goduto di una borsa di studio per il perfezionamento all’estero, potendo frequentare per due semestri l’Istituto patologico dell’Università di Zurigo diretto dal prof. Klebs, tra i protagonisti della moderna microbiologia.

Oltre che nella ricerca si era impegnata nell’insegnamento come assistente del Tizzoni, e nel 1887 le era stata riconosciuta la Libera docenza in Patologia generale dove espresse il suo spirito innovativo ideando un corso di Batteriologia patologica secondo gli indirizzi che, sulla scia di Koch e di Pasteur, si affermavano in altri Paesi d’Europa. Nel 1889 era stata la prima donna accolta quale socia nella Società Medica Chirurgica di Bologna, ma la sua aspirazione a salire in cattedra quale professore ordinario non riuscì a realizzarla: pur avendo concorso presso diverse Università italiane, nonostante i formali elogi, e nonostante fosse stata giudicata eleggibile al ruolo di professore ordinario per il suo profilo di studiosa documentato dalle numerose pubblicazioni, le erano stati preferiti altri concorrenti.

Giuseppina Cattani era nata a Imola il 29 marzo 1859. Nel giugno di quell’anno i territori delle legazioni pontificie di Romagna venivano abbandonati dai papalini, e di lì a poco, nel marzo 1860, i plebisciti ne avrebbero sancito l’unione ai territori sabaudi, quindi, nel 1861, al Regno d’Italia. Erano tempi di mutamenti politici e culturali importanti che avrebbero avuto qualche riflesso anche sull’accesso femminile alle scuole pubbliche. Tuttavia per concedere alle ragazze la frequenza a livelli superiori come quelli del liceo, sarebbero occorsi ancora diversi anni e coraggiose battaglie individuali. E proprio al liceo puntava Giuseppina con grande necessaria determinazione: aveva ben chiara in testa l’idea di studiare medicina, e la strada maestra era dunque il conseguimento della licenza liceale.

Veniva da una famiglia modesta, ma di spirito aperto e già sensibile agli aspetti della pratica medica, essendo la madre, Teresa Buratti (o Boratta), detta la Nigòta, una delle più stimate levatrici di Imola.

Intelligenza, passione e diligenza nello studio emersero in Giuseppina fin dalle elementari che frequentò nella propria città ottenendo la licenza nel luglio 1870, al termine del quarto anno, con il punteggio di 27/30. Ma se nelle scuole primarie erano già da tempo aperte classi femminili, non così nei gradi scolastici successivi, ginnasio e liceo, cui accedevano soltanto i maschi. In realtà non vigeva nessun formale divieto, tanto la consuetudine e la mentalità facevano da sole una “naturale”, invisibile, invalicabile barriera. La figlia della Nigòta non era tuttavia ragazza da fermarsi, tanto più che negli anni della sua adolescenza correva per le strade della sua città e della sua regione uno spirito di rivolta, un’aspirazione alla giustizia sociale che, per le donne, significava innanzitutto bisogno di rispondere in libertà alla propria vocazione di studio e di lavoro. E così Giuseppina si accostò ai gruppi dell’internazionalismo orientato, anche per influenza di Andrea Costa, all’anarchismo. In questo senso il clima che Giuseppina respirava in casa era certamente favorevole. Proprio la Nigòta – che un documento di polizia indica come «levatrice internazionalista» – nel 1881 avrebbe accolto, ovvero nascosto, nella propria abitazione la compagna di Andrea Costa, Anna Kuliscioff sulla quale pesava un decreto di espulsione dall’Italia.

La polizia immaginava che la Kuliscioff, il cui nome nei rapporti è regolarmente storpiato, fosse venuta a rifugiarsi clandestinamente in Imola per ricongiungersi con il Costa, e la ricercava, ma con scarsa fortuna. Nel clima della confusione carnevalesca, tra maschere e travestimenti qualcuno credette di riconoscerla. Fatto sta che il 18 marzo 1881 il sottoprefetto imolese scriveva al suo superiore in Bologna: «Ritornando alla possibile venuta della Koulikoff in questa città debbo ancora avvertire ad ogni buon fine che agli ultimi giorni dello scorso carnevale si spargeva la voce che dessa era qui ed avea preso parte ad una festa di ballo di una Società privata. Io non mancai di appurare la cosa e venni a constatare in modo certo che la pretesa Koulikoff era la figlia della levatrice Cattani studentessa di medicina in codesta Università, che conoscendo la lingua tedesca e la francese avea tratto in inganno quanti nella festa eransi secolei trattenuti in colloquio». Scambio curioso, se si pensa che qualche tempo dopo, Anna Kuliscioff, prossima a partorire, si rifugiava proprio in casa della mamma di Giuseppina. Da lei Anna fu protetta nel corso della sua gravidanza e assistita nel parto. Nel dicembre fu poi il Costa a denunciare all’anagrafe imolese la piccola «Andreana» come figlia propria e di «madre ignota». Tutti, le autorità in primo luogo, sapevano che era della Kuliscioff che poi, qualche tempo dopo, stanca della sua situazione illegale, desiderosa di accudire più serenamente la sua bambina e fors’anche di evitare di trasformarsi in una specie di moglie romagnola del Costa, abbandonò l’Italia per la Svizzera con la piccola Ninuccia di pochi mesi in braccio.

  1. Una ragazza determinata

La prima volta che troviamo la figlia della Buratti in rapporto con l’Internazionale è nel dicembre 1876, quando una lettera del Ministero dell’Interno segnala alla prefettura di Bologna tra gli altri imolesi affiliati e corrispondenti dell’Associazione, tale «Cattani Giuseppe»: il maschile nasce probabilmente da un equivoco, dissolto il quale il nome di Giuseppina appare a chiare lettere nella successiva documentazione poliziesca. Qui troviamo diverse tracce di questa sua appartenenza politica, mentre parallelamente si moltiplicano le testimonianze della sua tenacia nel perseguire la propria emancipazione intellettuale.

Per dare corpo ai suoi progetti, Giuseppina aveva compiuto come privatista gli studi ginnasiali, e nel 1876 si era presentata al relativo esame di licenza. Con lei c’era un’altra ragazza imolese, Giulia Cavallari, maggiore di qualche anno: le due fecero notizia. «Quest’anno – riportò La Patria di Bologna – si sono presentate alli esami di licenza ginnasiale due giovinette, che un dì sperano di poter conseguire alla Università la laurea in medicina. Esse hanno dato il loro esame, ed hanno conseguito punti notevolissimi: 90 e 93 sopra 100. Le due coraggiose giovinette sono le signorine Giuseppina Cattani e Giulietta Cavallari di Imola. La sig. Cattani non ha che 16 anni, è di ingegno svegliatissimo, di forme graziose. Rispose così bene all’esame che, ottenuti 93 punti sopra 100, i professori esaminanti e gli alunni presenti nella sala la applaudirono clamorosamente. Fra nove anni, se perseverano nello studio, come non vi è luogo a dubitare, le due giovinette saranno insignite all’Università dalla laurea in medicina, e saranno delle prime in Italia a dare l’esempio alle compagne di esercitare una professione che non può essere che di grande vantaggio a loro ed al sesso a cui appartengono». Così rilevante era il passo compiuto dalle ragazze imolesi che il fatto venne registrato dall’Annuario Istorico Italiano 1876.

Va detto che un anno prima, nel 1875, un decreto del ministro della Pubblica Istruzione Ruggero Bonghi era intervenuto a specificare che le donne, se fornite dei necessari titoli di studio, potevano iscriversi all’Università con le stesse modalità degli studenti maschi. Fu così che, dopo il ginnasio, prima Giulia, poi Giuseppina, chiesero e ottennero di sedersi sui banchi del Galvani di Bologna, da dove uscirono con esito brillante al termine dell’anno scolastico 1877/78. E dovrà passare un decennio prima di trovare un’altra giovane tra i licenziati di quel Liceo.

Nella sua vicenda scolastica, Giuseppina aveva sempre riportato ottime votazioni nelle materie scientifiche e di studio. Non così nelle discipline letterarie, in particolare nella lingua italiana, dove forse pesava la provenienza da un ambiente famigliare sostanzialmente dialettofono. La ragazza volle allora curare questo aspetto della sua preparazione, e con la mediazione del farmacista di Dozza, Epaminonda Farini, uomo di spiriti risorgimentali e mazziniani, si rivolse addirittura al Carducci, docente all’Ateneo bolognese. Chiedeva al celebre professore di indicarle un insegnante che potesse guidarla a ottenere migliori risultati in quel campo. Lo apprendiamo da una lettera autografa datata Imola, 5 gennaio 1875, con la quale una quindicenne Giuseppina, senza timidezza pur nel formalismo d’epoca, comunicava al già celebre poeta l’esito del suo interessamento. Lo testimonia il documento conservato nell’Archivio di Casa Carducci: “Chiarissimo signor Professore, La ringrazio, quanto a parole non so, della bontà colla quale ha esaudita la preghiera, che ardii rivolgerle[…] gliene rinnovo i più sinceri ringraziamenti e pregandola a conservarmi la Sua benevolenza, che ho per cosa cara, e preziosa, colla più viva gratitudine mi dico di Lei, Pregiatissimo Signor Professore Devotissima ed Obbligatissima serva Cattani Giuseppina. Forse anche per questo nel primo anno universitario alla Facoltà di medicina, tra i corsi liberi seguiti dalla Cattani, ci fu anche quello del Carducci, ove certamente ritrovò Giulia Cavallari, che alla fine aveva scelto una facoltà umanistica.

Nella Bologna di quegli anni, dove Giuseppina spesso risiedeva per i suoi studi, era particolarmente attento ai progressi femminili il quindicinale “La Donna”. Diretto da Gualberta Alaide Beccari, portava il sottotitolo Periodico di Educazione. Sulle pagine di questa rivista interamente scritta da donne, la Cattani e la Cavallari furono unitamente oggetto più volte di affettuosa attenzione. Veniva esaltata la loro «forza d’animo non comune, dimostrata col frequentare quelle scuole, che fin a ieri erano per legge e per consuetudine, luoghi proibiti al nostra sesso», se ne registravano i passi compiuti come l’iscrizione all’Università. Di Giuseppina non si mancava di sottolineare anche il fascino femminile: «È tutta grazia e leggiadria, temprata però di una severità che impone […]. Nonostante gli oppositori, le donne scienziate vanno crescendo di numero e la società per questo non n’è sconvolta; ma noi del partito avanzato, dobbiamo molta gratitudine a queste brave nostre sorelle, che prime sforzarono inveterate consuetudini, conservando tutta la celestiale grazia propria delle donne…». Bisogna pur dire, ridimensionando l’entusiasmo della Beccari, che l’Università italiana rimase a lungo una roccaforte maschile e cedette con molta lentezza ad ingressi dell’altro sesso. Nell’autunno di quel 1878 le giovani a entrare all’Università di Bologna furono due in tutto, Giulia e Giuseppina, né va troppo considerato il fatto che la sorella di Giuseppina, Augusta («bellissima fanciulla», annotava la Beccari) si fosse data allo studio dell’ostetricia, entrando nella scuola fondata all’inizio dell’Ottocento da Maria Dalle Donne, un percorso tradizionalmente inferiore alla vera e propria pratica della medicina.

Sospese così tra aperture limitate e volontà di progresso, alcune donne di Bologna, con l’appoggio di importanti personalità – avvocati, professori, giornalisti, politici di spirito democratico-risorgimentale – costituirono nel 1890 un Comitato di propaganda per il miglioramento delle condizioni della donna. Oltre alla Beccari ne faceva parte anche Elisa Norsa, allora al primo anno di Università nella Facoltà di Scienze Naturali, dove nel 1894 avrebbe conseguito la laurea con lode.

  1. La giovane internazionalista

Quando nel dicembre del 1914 Giuseppina morì, della sua giovinezza internazionalista era rimasto un ricordo piuttosto debole. Nel profilo La Professoressa Giuseppina Cattani e l’Internazionale, pubblicato sul settimanale socialista “La Lotta” di Imola e sul settimanale milanese “La Folla”, lo aveva sottolineato il Lolli: «Di lei non fu fatto cenno nemmeno al ritrovo, del Settembre scorso [1913], fra i vecchi Internazionalisti a Imola, né nelle pubblicazioni di quei giorni». E aggiungeva, come se fosse un’attenuante: «Fu forse dimenticanza, non oblio».

I tempi degli entusiasmi erano lontani forse più degli stessi anni trascorsi, e tuttavia nel vecchio compagno di ideali della giovane Giuseppina rimaneva viva, tra le altre, l’emozione di un incontro di operai indetto in un’osteria fuori porta allo scopo di propagare le idee dell’Internazionale. «A Bologna – rievoca il Lolli – erano iniziati i lavori per la riattivazione del vecchio Acquedotto Romano e si cercava di organizzare fra quei lavoratori un nucleo di nuove reclute […]. Fu fissato una sera di Sabato un ritrovo alla Locanda del Chiù fuori Porta Saffi (in allora S. Felice) e intervennero in circa trecento […]. Gli oratori erano scarsi, in allora, e il designato per quella sera era Giovanni Pascoli, il quale dovette assentarsi, credo, per recarsi a Savignano di Romagna. Come fare? Si pensò alla buona Peppina, che subito accettò, e l’accompagnammo colla sorella. L’effetto su quella folla di operai abbrutiti da un orario estenuante, mal vestiti, taluni scalzi, fu esteticamente impressionante. La bellezza di quelle due giovani donne li rese estatici, e quando la parola dolce di Giuseppina Cattani disse, per la prima volta a quegli uomini del lavoro di avere fiducia in un avvenire migliore, molti di essi, che forse, dalla madre in poi, mai udirono una parola di speranza, piansero, e quella sera fu propaganda d’amore, non di odio».

Di una «Riunione degli affigliati [sic] alla Federazione Internazionale Bolognese» nella locanda del Chiù esiste anche un documento di polizia: una relazione del questore al prefetto ove si parla di ottanta partecipanti e si riferisce di un applaudito intervento della Cattani volto a sollecitare l’iscrizione all’Internazionale delle compagne e delle sorelle degli intervenuti, né è possibile stabilire se si tratti della medesima circostanza. Era il gennaio del 1879 (il 26 dice il documento della polizia), un momento difficile per gli internazionalisti dopo i processi per i tentati moti del 1874 in Bologna e del 1877 nel Matese, e mentre era in corso un ulteriore processo a un gruppo di anarchici che, dopo il fallito attentato di Passannante al re Umberto I (novembre 1878), erano stati oggetto di numerose retate in tutta la penisola, a Imola e altri luoghi della Romagna. Tra quanti si impegnarono a riorganizzare il movimento non era mancata Giuseppina Cattani.

Nelle carte di polizia le tracce della sua adesione internazionalista risalgono a qualche anno prima, all’epoca dei suoi studi liceali, e sono piuttosto significative. S’è vista alla fine del ’76 la prima segnalazione sotto il nome di Giuseppe. Un anno dopo, nel novembre del ’77, a Imola, nel corso di una perquisizione venivano sequestrate 48 copie del giornale L’Anarchia, e tra quelle già poste sotto fascia una ve n’era indirizzata proprio a Giuseppina. Nel ’78, in agosto, lo stesso Ministero dell’Interno richiamava il prefetto di Bologna a una speciale attenzione nei riguardi della Cattani e di altre donne quali Flavia Dall’Alpi (madre di Violetta, un tempo compagna di Costa) e di una dottoressa in medicina, il cui nome, pur storpiato, ci porta a Matilde Zamboni Eitner Dessalles.

Nata a Odessa da padre bolognese, è questa una figura straordinaria che si accompagnò più volte con Giuseppina in iniziative di sostegno al movimento internazionalista. Particolarmente interessante il fatto che nel luglio 1877 l’Università di Bologna le avesse convalidato con apposito esame la laurea in medicina conseguita all’Università di Berna. Come sappiamo anche dalla vicenda di Anna Kuliscioff, nelle Università russe le ragazze non potevano iscrivesi a nessuna facoltà e per questo non poche emigravano in Svizzera, dove anche la Kuliscioff si recò allo scopo di proseguire gli studi, e là conobbe Andrea Costa.

Nell’Ottocento ci fu un momento in cui la Confederazione Elvetica divenne rifugio di intellettuali russi, spesso di estrazione aristocratica, che si ribellavano all’autocrazia zarista. Spinti dall’aspirazione a libertà e giustizia sociale, diventavano rivoluzionari, attentatori persino, finendo sul patibolo o ai lavori forzati. Quelli che sulla scia di Herzen e di Bakunin vennero in esilio in Occidente, vi disseminarono le loro idee, contagiarono uomini e gruppi, si incontrarono con idee analoghe e analoghe passioni: un’onda che, pur sfrangiata dall’emergere di pensieri e progetti diversi, si levava contro sfruttamento e miseria, diseguaglianza e repressione, nel desiderio di realizzare una società ideale, la terra che con suggestiva metafora il drammaturgo Tom Stoppard ha chiamato «La sponda dell’utopia». A ciò aspirava anche Matilde, il cui primo marito, Michael Eitner, di probabile famiglia ebraica, era stato condannato ai lavori forzati per cospirazione ai danni del governo e dello zar, mentre Matilde cercava prima a Zurigo poi a Berna di studiare e laurearsi. Con questa donna, solo di qualche anno maggiore di lei e così carica di esperienze (dal primo matrimonio russo aveva avuto anche due figli), Giuseppina collaborò nel portare aiuto ai compagni. È ancora Giovan Battista Lolli a raccontarlo dandoci un quadro delle operazioni di soccorso a cui le donne si dedicavano: «Colla Dottoressa Matilde Desalles [Giuseppina] accorreva di casa in casa ove i compagni avevano bisogno di un medico, e molte volte, oltre a provvedere ai più poveri, i medicinali, lasciavano anche i soldi per il sostentamento indispensabile ai malati. Nel ’79 cominciò la seconda persecuzione contro gl’Internazionalisti, e Imola fu come al solito la più provata. Le buone mamme che avevano figli in carcere si rivolgevano alla sua casa, in Bologna in via Giuseppe Petroni, e ivi mandavano i vestiti e la biancheria di ricambio e i pochi soccorsi in denaro. La sua buona Nonnina portava tutto, a tutti. Giuseppina pensava ancora [= anche] al pane della mente, e mandava, e portava, cataste di libri alla porta delle Carceri di S. Giovanni in Monte».

Per tali processi ci furono proteste a cui partecipò anche il Pascoli che venne perciò arrestato, processato sua volta, infine prosciolto non prima di avere trascorso alcuni mesi in prigione.

La Cattani conosceva certamente di persona i carcerati sotto processo. Una breve lettera datata Bologna 29 aprile 1878 a firma G.C. venne trovata tra le carte dell’imputato Antonio Borghesi. Fu lui stesso a dire che era di Giuseppina. Era priva di riferimenti al destinatario (prudenza di cospiratori?), e il Borghesi ebbe buon gioco a indicarlo in un certo Antonio Bianconi, probabilmente già deceduto. Lo scritto, a tema puramente politico, conteneva accenni a fatti recenti, abbastanza oscuri per noi. Chiarissimo invece emerge l’entusiasmo della giovane mittente, che a un certo punto esclama: «O nostra rossa bandiera se tu fossi vittoriosa!». Assai personale, libero e franco, il congedo: «Una stretta di mano dall’amica G.C.». In queste parole c’è l’impronta dello stile energico, cordiale, garbato che assieme alla profonda intelligenza tanti riconobbero in Giuseppina. Nelle stesse carte di polizia ne troviamo un preciso riflesso, come in una relazione del questore al prefetto dell’agosto 1878, dove si parla di lei in questi termini: «tratterebbesi di una giovane bolognese d’anni 18, che percorre con successo la carriera degli studi e conta nel venturo anno scolastico farsi inscrivere nella facoltà di Medicina in questo Patrio Ateneo, avendo già conseguita la patente Liceale. Dell’ingegno svegliato e pronto di costei parlarono i periodici bolognesi tessendone l’elogio anche per la squisitezza dei modi e per la specchiata condotta sua». In altro documento del ’79 la Cattani viene detta «temibile per la sua coltura, per le sue opinioni e per l’influenza che esercita».

(continua)

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