di Paolo Lago

Olga Campofreda, Dalla generazione all’individuo. Giovinezza, identità, impegno nell’opera di Pier Vittorio Tondelli. Con due inediti tondelliani, Mimesis, Milano-Udine, 2020, pp. 268, € 24,00.

Alla cospicua letteratura critica sull’opera di Pier Vittorio Tondelli, scomparso il 16 dicembre 1991 a soli trentasei anni, si aggiunge adesso un interessante saggio di Olga Campofreda, Dalla generazione all’individuo. Giovinezza, identità, impegno nell’opera di Pier Vittorio Tondelli, che riporta in appendice anche due inediti tondelliani, Jungen Werther / Esecuzioni e Appunti per un intervento teatrale sulla condizione giovanile. Il saggio si propone di colmare un limite che, secondo l’autrice, ha investito molta della critica precedente, cioè la lettura dell’opera tondelliana come strettamente legata a un preciso contesto generazionale. Soprattutto nei due primi romanzi, Altri libertini (1980) e Pao Pao (1982), “la giovinezza raccontata da Tondelli non costituisce una fase di passaggio ma si afferma quale atteggiamento di protesta nei confronti di una società ordinata secondo parametri borghesi nella versione declinata dalla società di massa degli anni ottanta”. Il maggiore punto di forza del volume di Campofreda sta infatti nell’intuizione che la rappresentazione della giovinezza inscenata da Tondelli in queste opere non costituisce semplicemente una condizione di passaggio in un percorso di formazione ma si focalizza come una condizione permanente “caratterizzata dal rifiuto di adesione a strutture sociali predeterminate (lavoro, orientamento di genere, famiglia)”.

Una puntuale analisi, anch’essa incentrata sul superamento di una lettura esclusivamente generazionale, è dedicata all’inedito Jungen Werther / Esecuzioni, appunti preparatori per una performance teatrale che trae il titolo dal personaggio di Goethe, il quale diviene per Tondelli quasi una immagine simbolo della giovinezza. I personaggi della performance sono dei giovani emarginati che si pongono in aperto contrasto col mondo degli ‘integrati’, dei “padri” e delle “madri”, e tale contrasto è evidenziato anche dagli oggetti scenici, i quali appartengono all’universo di una controcultura underground. Fin da adesso, i personaggi creati dallo scrittore di Correggio possiedono una personalità ben delineata e la loro caratterizzazione non è riconducibile semplicemente a un contesto generazionale, come se fossero dei meri “ritratti di una generazione”. Certo, la controcultura legata al movimento del Settantasette è assai importante in Tondelli – basti ricordare la sua frequentazione del DAMS di Bologna in un momento in cui Gianni Celati, che lì insegnava, allestiva le performance di Alice disambientata – ma appare assai riduttivo considerare la sua opera (e soprattutto i due primi romanzi) come il “ritratto di una generazione”.

Altri libertini trasferisce sulla pagina un gusto per il pastiche e per la contaminazione stilistica che, facendo capo a un importante paradigma novecentesco come Gadda, incontra nell’opera di Arbasino (soprattutto nell’Anonimo lombardo) un sicuro punto di riferimento. La prospettiva critica adottata da Campofreda permette di analizzare sicuramente in modo più lucido e analitico i temi e lo stile tondelliani. Slegando da un contesto meramente generazionale un’opera come Altri libertini è possibile sondare più in profondità la lingua e lo stile, caratterizzati da rapidità e fluidità sintattiche che mimano il linguaggio parlato e giovanile per trasferire sulla pagina un continuo movimento dominato dalla velocità. Uno dei temi privilegiati è infatti quello del viaggio, che deriva all’autore da Kerouac e dalla beat generation. Se in Arbasino (penso soprattutto a Fratelli d’Italia) il viaggio si travestiva di un involucro letterario, come rilettura contemporanea del Grand Tour settecentesco, in Tondelli esso diviene quasi la somatizzazione di quella protesta e di quel contrasto insanabile che i suoi “libertini” pongono in atto nei confronti della società borghese. E nei racconti è possibile leggere come tale protesta non sia solamente qualcosa di passeggero, un capriccio legato alla giovinezza, ma si configuri invece come una condizione esistenziale che oppone un netto rifiuto a determinate logiche perbeniste. Il continuo spostamento, l’erranza e il viaggio che caratterizzano i nuclei tematici delle pagine di Tondelli appaiono come rappresentazioni simboliche della contemporaneità. Gli stessi personaggi si prestano ad essere analizzati, a mio avviso, attraverso la lente del nomadismo e del policentrismo, caratteristiche messe in rilievo da Deleuze e Guattari e da Rosi Braidotti che rappresentano una nuova soggettività decentrata e deterritorializzata. La stessa mescolanza di stili utilizzata dall’autore presuppone un ibridismo che è anche culturale e identitario: all’identità rigidamente determinata dalla norma eterosessuale e dall’universo borghese della famiglia essi oppongono una fluidità identitaria e sessuale che assume connotazioni estetiche queer.

Anche in Pao Pao (ispirato a Tondelli dall’esperienza del servizio militare), come nota Campofreda, i personaggi si battono per imporre una propria idea di identità che si ponga in netto contrasto con un’idea dominante: in questo caso lo scontro è con la rigida istituzione della caserma. Il “carcere”, la “colonia”, la “scuola” (spazi ‘altri’ che, secondo Foucault, rientrano all’interno delle “eterotopie”) sono luoghi in cui l’individuo è sottoposto a determinate regole ed è tenuto al rispetto di esse. Anche in questo caso i personaggi si oppongono ad un rigido e onnicomprensivo sistema di omologazione che cerca stavolta di trasformarli in “meri soggetti” militari. E se spesso nelle due prime opere tondelliane sono stati intravisti elementi che le avvicinano al classico romanzo di formazione, la studiosa ribadisce che “più che di romanzo di formazione si potrebbe parlare di romanzo di affermazione delle alterità, come al lettore veniva del resto suggerito proprio dal titolo del romanzo d’esordio”.

Un’erede diretta dei “libertini” presenti nell’opera prima di Tondelli la ritroviamo nel personaggio di Claudia in Rimini (1985), un bestseller caratterizzato da uno stile asciutto e equilibrato che appare assai lontano dalle precedenti prove narrative. Il personaggio in questione si configura come il conduttore dello stile ibrido e tendente al pastiche, caratteristico degli altri romanzi, all’interno della prosa asciutta e essenziale di Rimini. Claudia, una giovane tedesca scappata di casa (la cui ossessiva ricerca da parte della sorella Beatrix costituisce uno degli episodi della struttura corale del romanzo), appare perciò, secondo la studiosa, come “l’ultima dei libertini tondelliani: con la sua storia Tondelli chiude i conti con il suo passato, mentre la riflessione sull’identità e sulla giovinezza arriva ad assumere toni più maturi”. Il personaggio della ragazza rappresenta un estremo lembo di ribellione e di volontà di autoaffermazione della propria identità di outsider all’interno di un universo dominato dal disimpegno e dal rampantismo sociale che caratterizzano la metà anni ottanta, segnati da una piatta integrazione all’insegna del benessere.

Un vero e proprio outsider è anche il personaggio di Leo in Camere separate (1990, romanzo caratterizzato da uno stile più asciutto e “minimalista”), il quale non ha né una famiglia né figli mentre anche dal punto di vista lavorativo la sua attività di scrittore risulta irregolare. Anch’egli è dotato di un’identità fluida in quanto si configura come “creatore e creatura, nel momento in cui si affaccia alla nuova fase della sua vita adulta”: incapace, nel suo percorso personale, di uscire definitivamente dalla giovinezza ma anche oberato del compito di assistere il ben più giovane compagno Thomas. Allora, Camere separate potrebbe essere definito come un romanzo di formazione sui generis, “l’unico possibile nel momento storico in cui Tondelli sta scrivendo: è l’individuo che prende coscienza della sua voce in una società postmoderna in cui le istituzioni, la politica, il sistema educativo, la famiglia o il mondo del lavoro non entrano più in rapporto diretto col problema dell’identità”.

L’ultima parte del saggio, sicuramente la più filologica, è dedicata all’attività di Tondelli come editor: se la prima antologia Under 25 che egli cura, Giovani Blues (1986), appare caratterizzata da una spiccata emulazione dei primi romanzi dello scrittore correggese, le successive Belli e perversi (1987) e Papergang (1990) dimostrano una maggiore autonomia nei confronti del modello. La studiosa, in modo rigoroso, analizza lo stile e le espressioni linguistiche di alcuni dei racconti attuando una puntuale comparazione con lo stile e la lingua di Altri libertini e di Pao Pao.

Giovinezza, identità e impegno, perciò, si configurano come entità inscindibili all’interno dell’intera opera di Pier Vittorio Tondelli, opera che il saggio di Campofreda scandaglia interamente in modo inedito e suggestivo. E, anche se i personaggi tondelliani non si presentano ‘impegnati’ come quelli, ad esempio, di Vogliamo tutto! di Balestrini e di Porci con le ali di Ravera e Lombardo Radice, in loro è quasi la stessa giovinezza a trasformarsi in impegno, perché essa è “l’immaginario della dissidenza, della difesa delle voci diverse, è l’anti-kitsch-piccolo-borghese, è il linguaggio dell’individuo che si allontana dalla massa”. Un impegno che, per i personaggi di Tondelli, nasce e cresce in seno alla letteratura, una letteratura che non offre certo situazioni pronte ma individua le contraddizioni, rappresenta forme di relazioni conflittuali e cerca di comprenderne le cause. E, come auspica l’autrice nei ringraziamenti finali, è anche capace di infondere coraggio in ciascuno per arrivare a potersi raccontare come meglio desidera.

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