di Giorgio Bona

Negli anni 60 il sabato della piccola città di provincia era dedicato ai mercati rionali, quando i mercati avevano una forte partecipazione popolare e per le ristrettezze economiche familiari erano una manna, in quanto fonti di buoni affari.

Da Novi Ligure a Tortona, fino ad Alessandria, la piazza principale, un giorno della settimana era a disposizione degli ambulanti, che per poche ore restavano i padroni incontrastati di quello spazio, quel microcosmo affollato da acquirenti, curiosi e, perché no, anche da qualche borseggiatore che cercava il pollo di turno per sottrarre il borsellino e alla fine riusciva anche a rimediare una manciata di spiccioli.

Novi Ligure. Era una giornata di inizio luglio e faceva un caldo terribile. Dopo avermi fatto camminare per quasi due ore, con il sole in picchiata già dal primo mattino e l’asfalto che mi cuoceva i sandali, mia madre e mia sorella si fermarono presso un banco che vendeva scampoli e stoffe.

Un signore già avanti con gli anni si avvicinò. Il banco era deserto e non doveva aver fatto molti affari fino a quel momento.

Io mi ritagliai uno spazio all’ombra di un banco vicino dove la tenda arrivava fino a metà della strada. La mia attenzione fu richiamata da due madamin che stavano indicando nella direzione dove si erano fermate mia madre e mia sorella e stavano tagliando colletti all’uomo che le serviva con molta gentilezza, pieno di sorrisi e di buone maniere.

L’è lü, disse una delle due.

Tej propi certa, u smea nent. Cul mež rašnì che al fadea a sta in pè

Lo conosco. A ‘na son certa. L’è il Bel Santein.

Eravamo nei pressi di quello che all’inizio del secolo scorso chiamavano il Borgo delle Lavandaie, la zona più povera della Novi di inizio secolo. Un quartiere popolare affollato dalle famose case di ringhiera, vecchi edifici dove l’ingresso delle abitazioni era attraverso un ballatoio e lì si trovava anche un servizio unico, in comune per tutte le famiglie.

A comandare erano la fame, la povertà e la voglia di riscatto che qualche volta si trasformava in piccoli episodi criminali, in furti ai treni di passaggio, soprattutto dove le merci erano generi alimentari e carbone. Ma c’era anche un forte impegno politico per gli ideali anarchici.

Questo era l’universo che rappresentava, nel bene e nel male, Sante Pollastri, Pollastro per le autorità, il Bel Santein per gli amici e gli affetti più cari.

Era il bandito. Era l’anarchico. Era il nemico dei fasci. Era l’amico del campione. Anzi, l’amico del campionissimo della storia: Costante Girardengo.

Qui a Novi Ligure è sorto alla fine del secolo scorso il Museo del Campionissimo, dedicato a due grandi miti dello sport della bicicletta: Fausto Coppi e Costante Girardengo.

Sante Pollastri, Pollastro, quello di Novi Ligure proprio come Costante. Quello dei furti, delle rapine, quello che fuggì in Francia e fu catturato a Parigi in seguito a una delazione, quello che fu rinchiuso all’isola di Santo Stefano e graziato dal presidente Giovanni Gronchi e quando fece ritorno nella sua Novi campò facendo l’ambulante e, si racconta, anche il contrabbando di sigarette.

Si cercò di oscurare la sua fama in terra nostra, perché la censura fascista proibiva ai mezzi di informazione di dare notizia delle sue imprese.

Mussolini era preoccupato della commistione che sussisteva tra il personaggio e il movimento anarchico e ne ordinò immediatamente la cattura. Forse non erano le armi del Bel Santein a far male, ma le idee che trascinava e diffondeva, così lontane dalla falsa propaganda del regime.

La sua fama superò i confini d’Oltralpe incarnando la figura del ribelle all’autorità per i movimenti antifascisti e per il mondo anarchico.

Proprio in terra d’Oltralpe una delle sue più note rapine fu alla gioielleria Rubel, a Parigi, che fece crescere la sua fama e lo portò, poi, a diventare, per i più poveri quasi la figura di un Robin Hood che compiva atti di generosità e di coraggio a vantaggio del ceto basso e degli anarchici latitanti.

Pollastri fu arrestato a Parigi nel 1927 per opera degli uomini del commissario Guillaume, che avrebbe successivamente ispirato Georges Simenon nella creazione del suo personaggio più famoso: il commissario Maigret.

Certo che la Storia del Bel Santein, precocemente orfano di padre, costretto fin da bambino a cagare le ostie per la sopravvivenza, sembrava all’inizio non interessare nessuno, forse perché lo si considerava unfrutto delle schiere dell’anarchia.

La diserzione dall’esercito, la magia della natura in queste terre del Barbera e del Cortese, la violenza dell’amore, la dolcezza della morte, erano temi che si rincorrevano nella sua vita rocambolesca e avventurosa, fatta di fughe, latitanza, notti all’addiaccio, l’amicizia con Costante Girardengo e l’incontro con Renzo Novatore.

Renzo Novatore. Anarchico individualista, collaboratore del “Proletario”, protagonista di uno dei più importanti episodi della lotta operaia del biennio rosso nella Provincia di La Spezia, si era unito al Bel Santein che era già noto per proteggere e finanziare gli anarchici e per il suo odio serrato verso il fascismo.

Il bel Santein all’età di tredici anni conobbe la dura infamia della galera soltanto per aver rubato carbone su un treno merci.

Fino all’arresto in terra francese non tornerà più dietro le sbarre.

Eppure, da quel primo furto è tutto un succedersi di colpi, rapine, un crescendo di sfida alle autorità e di coraggio da vendere contro la proprietà, quella proprietà così tanto nemica dei pover diau.

L’opposizione ai fascisti era sì ideologica, ma soprattutto pratica e quando è pratica si rischia sempre di fare qualche errore.

Vissuto in un’epoca in cui esisteva ancora l’illusione che ci si potesse sottrarre alle maglie del sistema il Bel Santein utilizzava un metodo popolare molto in voga: riprendersi illegalmente ciò che la legalità aveva sottratto.

Purtroppo durante queste sue azioni, ogni tanto ci scappava anche il morto.

Purtroppo erano cose che potevano accadere.

Nulla riuscì a fermarlo e con questo sistema fuggì alla polizia e alle guardie fino agli inizi degli anni 30, prima di essere arrestato a Parigi.

Anche in punto di morte il Bel Santein rifiuterà il prete che volle dare l’estrema unzione perché desiderò morire comunista o, meglio, con quegli ideali che lo avevano animato e con cui era vissuto.

Queste storie vengono da antichi racconti dell’osteria, dai vecchi bevitori della vita di paese, attraverso questa splendida lingua, qual dialetto contaminato e bastardo che sa dare emozioni intense e pieno di profondi significati.

E intanto che le due madamin continuavano a staccare colletti, io mi avvicinai al banco mentre mia madre stava pagando i suoi scampoli. Senza dire una parola porsi la mano a quell’uomo che mi fissò incredulo, poi ricambiò il saluto guardandomi dritto negli occhi.

Adesso, dopo oltre quarant’anni, ecco, Santein, sono riuscito a dedicarti due righe per ricordarti in quella stretta di mano forte e vigorosa. Come dicevano i nostri vecchi: ten da cönt l’archëtt che la sunada l’è lönga.

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