(La sagra delle anime perdute è un passaggio di Insomnia di Stephen King. Ora è una miniserie di racconti politicamente scorretti ambientati… nella società perduta.)

di Mauro Baldrati

Abito in San Donato. Polvere, veleno, rumore. Morti, sono tutti morti. Cadaveri che camminano. Mummie al volante. Ectoplasmi col passeggino.
Anche Dorian è morto. E’ già sepolto. La sua sentenza capitale è stata la perdita del lavoro, quel giorno è salito sul patibolo. Il suo padroncino di autocarri è fallito, i camion confiscati, Dorian a terra con la liquidazione vaporizzata. La moglie lo ha lasciato, anzi, l’ha buttato fuori di casa. Come farò ora? Ripete continuamente. Come farò a cinquantatre anni? E piange.
Cinquantatre anni, salito sul patibolo.
Io no. Non piango. Ne ho sessantadue, e sono vivo. Ho smesso di vagare per le agenzie interinali, smesso di sedermi di fronte a quelle ragazzotte e a quei ragazzotti sempre al telefono con lo sguardo perso nel loro vuoto nevrotico.
All’inferno le interinali. All’inferno tutti loro, il Presidente della Repubblica Cosmodemonica, il partito dei riformisti beat, i direttori, i dottori, gli avvocati. Il vostro mondo sta sprofondando in un pantano di merda. E quando finalmente esalerete l’ultimo respiro io canterò. Sarà un canto stonato ma canterò. E danzerò sulle vostre carogne verminose.
Non ho soldi, né risorse, né speranze. Non ho il computer, né la televisione, né il telefono. E sono felice. Fino a tre mesi fa pensavo di essere libero. Ora non lo penso più. Lo sono.

Mentre cammino per via Lame, con le orecchie dritte, lo sguardo attento, vedo il tipo in camicia bianca e cravatta che accosta l’Audi A5 Sportback al portico, scende di getto lasciando la portiera spalancata e corre all’edicola. Il motore è acceso, pronta per me. Una manciata di secondi, mezzo minuto per il giornale o un’informazione, ma io sono più svelto. Salto a bordo, ingrano la prima e parto. Lo vedo nello specchietto mentre corre in mezzo alla strada e si sbraccia.
Guido veloce ma prudente fino alla carrozzeria Naldi. Parcheggio sul piazzale asfaltato, sotto agli alberi, accanto alle auto incidentate.
Naldi mi vede, si avvicina trafelato. Faccia da topo, capelli grigi scarmigliati, mani pulite. Non lavora lui, amministra. Fa lavorare gli operai, uno anziano, il capo, e un rumeno taciturno sempre incazzato.
Fissa l’Audi con le sopracciglia aggrottate. Non dice una parola.
“Nuova di pacca” faccio.
“Mettila dentro subito” dice, furtivo, indicando il capannone.
“Te lo sogni.”
Non mi lascio fregare da Naldi. Mettila dentro che vediamo.
“Dimmi quanto mi dai e caccia fuori i soldi.”
“Mille.”
“Tu sei matto” dico. “Mille per questa qui? Ne vale cinquantamila. Ed è nuova.”
“Lo sai com’è. Devo mandarla giù a Napoli, è rischioso.”
“Cazzi tuoi. La porto alle Roveri. Mille è una miseria.”
“Quelli delle Roveri sono dei marocchini, non si lavora coi marocchini.”
“E te cosa sei?” sbotto. Per Naldi i marocchini non sono gli abitanti del Marocco, ma quelli non affidabili, poco seri. I ladri disonesti insomma. “Ha solo 8000 chilometri. Dentro c’è il libretto e tutto.”
“Millecinquecento e punto. Se non ti va bene portala pure dai marocchini.”
Taglia corto, inutile insistere. E in fondo non mi frega di insistere. Millecinquecento euro mi stanno bene. Un colpo di culo favoloso.
“Dammi i soldi.”
“Mica li ho in contanti, cosa credi? Poi viene un balordo come te e mi rapina. Mettila dentro, sbrigati.”
Già, la rapina. Con una bella botta in testa. Ci penserò.
“Naldi, o mi dai i soldi in mano o me ne vado” faccio, guardando l’Audi.
Si gratta la testa, fa una smorfia.
“Aspettami qui. Devo andare in banca a prelevare. Torno tra mezz’ora.”
Gira i tacchi, va verso il capannone, inforca un motorino e parte a gambe larghe, come una specie di farfallaccia in caduta libera.
Dieci bigliettoni da cento e dieci da cinquanta.
Una cosa favolosa.

Quando Naldi torna coi soldi vado al supermercato coop, compro due bottiglie di Montepulciano, formaggio parmigiano, lasagne al forno precotte, frutta, caffè, dolcetti, uova, piselli in scatola, insalata. Pago con un cinquanta, con una sorta di gioia trionfale. Sorrido alla cassiera, una bella signora mora, che ricambia.
Fuori dal supermercato c’è una bicicletta legata a un lampione con un lucchetto ridicolo. Due occhiate in giro e lo apro in un secondo col coltellino passepartout.
Infilo i sacchetti nel manubrio e pedalo fino in San Donato. A casa.

Il nostro antro è in un quartiere lebbroso, un’accozzaglia di edifici abitativi decrepiti, magazzini e negozi vuoti con le serrande marce, aiuole spelacchiate, asfalto crepato. Siamo dietro a un centro di distribuzione di abiti per famiglie povere, con un viavai continuo di donne africane, vecchi, bambini zingari che corrono dappertutto urlando. E’ un magazzino o un laboratorio dismesso, che il Crotalo – uno strozzino che gestisce un campo nomadi abusivo in un cantiere abbandonato – ci ha affittato in cambio di tre etti di marijuana all’anno, che io e Dorian coltiviamo lungo l’argine del Reno. E’ un androne alto sei metri, con finestroni a filo del soffitto, i muri velati di una muffa nera, il pavimento di cemento grezzo. Non c’è riscaldamento, abbiamo installato una grande stufa a legna che produce un caldo favoloso, e per l’acqua abbiamo fatto entrare una derivazione da una fontana in cortile. Poi ho alzato due pareti di legno truciolare alte tre metri, perché voglio la mia stanza da letto, non mi va di condividere lo spazio con quello scorreggione depresso di Dorian.
Dorian è seduto al tavolo di cucina, con la testa tra le mani. Immagine abituale, ci ho fatto il callo ormai. Non alza la testa, non mi saluta.
“Oi!” grido, mentre sbatto i sacchetti sul tavolo. Apro lo sportello del frigorifero, metto dentro gli alimenti.
Dorian mi guarda, segue i miei gesti. Ha gli occhi rossi, avrà pianto come al solito.
“Che è?” fa, con voce arrochita.
“Ho fatto su una bici” dico.
Non mi va di scendere nei particolari, non è necessario che Dorian sappia che sono in pilla.
“Uh.”
“Stasera organizziamo una bella cenetta, pensavo di invitare quelle due” dico.
Una prospettiva favolosa. Quelle due sono una donna afro che faceva le pulizie dal padroncino di Dorian e una sua amica tunisina. Rappresentano il mio ideale di donna di questo periodo: floride, calde, accoglienti, di una bellezza strato.
“Uh” fa di nuovo Dorian.
“Ma vuoi tirarti un po’ su, perdio?” sbraito, scrollandolo per una spalla. Trovo insopportabili i tipi tristi e pessimisti. Quelli che si conformano al mondo morto, che cercano di assomigliare ai cadaveri che camminano.
“La fai facile te. Anche oggi ho fatto un giro per agenzie. Niente. Alla mia età nessuno ti offre nulla. Mi dici come faccio a tirare avanti?”
Alla mia età? E io come faccio? Cazzo te ne frega del lavoro? Mettiamo altre piante di maria, ci arrangiamo.”
“Sì, e prima o poi ci beccano e andiamo al gabbio.”
Basta, ci rinuncio. Con Dorian è tutto un problema, tutta una sconfitta. Va sempre male, e domani andrà peggio.
Domani non esiste. Esiste oggi. E io oggi sono libero e in buona salute.
Esco di nuovo, vado in farmacia e, facendo la sceneggiata con una bella farmacista dall’aria favolosamente borghese, la convinco a darmi una confezione di valium senza ricetta.

Ci siamo. La serata è iniziata. Verso il vino, rido con la pancia e con la gola. Di me dicono che ho una risata torrenziale, contagiosa. Dicono che comunico la mia allegria all’ambiente. E che dovrei fare, piagnucolare come Dorian?
Comunque stasera anche il mio socio maniaco depressivo ride, scuotendo la testa. E ridono Amina e Nidal, la tunisina che mi piace da matti. Ha 67 anni, opulenta, coi capelli tinti di un biondo chiarissimo, quasi bianchi. Ha un nasino all’insù che regala uno stile unico alla sua faccia rotonda, con le guance soffici come paste alla crema. Anche Amina è bellissima, giovane, cinquantenne, opulenta quasi quanto Nidal, nera del centroafrica, coi capelli lisciati, lucidi. Ha il rossetto e le unghie rosso scarlatto, sgargianti. D’un tratto spalanca i suoi grandi occhi, che sembrano fanali neri nella notte profonda, e indica un punto alle mie spalle. Mi giro verso l’angolo cucina e vedo uno scarafaggio di ragguardevoli dimensioni che si muove lento sopra al lavello.
Rido e alzo le spalle, mentre Dorian fa un balzo verso l’insetto, che si è già eclissato dietro al lavello.
“Qui ci sono loro” dico. “Abbiamo provato di tutto, polveri insetticide, trappole, ma tornano sempre. E allora che ci stiano, questi stronzetti. Vivono dietro il lavello, non si allargano troppo. Ogni tanto ne cade qualcuno nel minestrone.”
“Ohhh!” esclama Nidal, con una mano davanti alla bocca, e guarda seria il suo piatto di lasagne.
“Non preoccuparti” la tranquillizzo. “Queste sono precotte.”
Ridiamo.
Mi verso in gola una bicchierata scurrile di Montepulciano, ne verso a Nidal e Amina. Dorian ha il bicchiere ancora pieno. Non beve, gli basta la sua disperazione, che ha di nuovo preso il sopravvento, come avevo previsto. Non ha spazio per altro.
Cerca di vuotare il sacco con Amina. La sta deprimendo coi suoi discorsi mortiferi.
“Non si trova niente, capisci? Non ti permettono di costruire nulla.”
Cala un’atmosfera cupa. Amina ascolta a testa bassa, con aria afflitta. Lei stessa fa le pulizie in nero, ha lo sfratto, non vede prospettive. Perfetto, spalanchiamo le porte ai presidenti degli zombi, permettiamo loro di invadere anche le nostre case, le nostre menti. Offriamo loro su un piatto d’argento il sangue caldo delle nostre vite pulsanti. Non aspettano altro.
Se non intervengo subito la serata è rovinata. Amina e Nidal se ne andranno da qui tristi e deluse.
“Bene, ci facciamo un bel tè allegro ?” dico a voce alta, sbracciandomi come un attore di teatro.
L’allegro è tè verde con le foglie di maria. Le ragazze lo sanno. Anche Dorian lo sa, e ogni volta lo beve sperando di ridere un po’. Invece su di lui ha l’effetto opposto. L’erba sintetizza i suoi stati d’animo, li purifica per così dire. La sua depressione diventa assoluta, come una formula matematica.
Così lo aiuto. Verso nella sua tazza cento gocce di valium. Non ha quasi toccato il vino, con la maria avrà un effetto soporifero senza complicazioni.
Infatti dopo neanche un quarto d’ora inizia a ciondolare la testa, mentre noi ridiamo di tutto, degli scarafaggi, del vecchio divano coi cuscini logori, del fatto che non posseggo un telefono cellulare e sono un cavernicolo. Rido con gli occhi intrecciati con quelli di Nidal, colorati come i datteri della sua terra.
Intanto tengo d’occhio Dorian.
“Sarà meglio che ti metti a dormire” dico, in una pausa dalle risate.
“Uh” fa Dorian.
“Noi ci tratteniamo ancora una mezz’oretta, poi andiamo tutti a letto” soggiungo.
Dorian si alza barcollante, saluta confusamente, si ritira nel suo box. Lo seguo con lo sguardo, cerco di valutare se devo accompagnarlo. Ma ce la fa con le sue gambe. Meglio così. Aiutarlo, sostenerlo come se fosse un disabile imprimerebbe una svolta malata all’energia allegra che scorre tra noi.
Restiamo noi tre, finalmente. E’ la situazione ideale per me. Da solo con una donna avverto sempre una certa tensione, un confronto tra me e lei. Ma con due la felicità esplode, le battute si incrociano, l’eccitazione sale.
Mi avvicino, prendo le loro mani, le accarezzo. Mi siedo in mezzo a loro sul divano, bacio Amina su una guancia, poi bacio Nidal, accarezzo i capelli di Amina, le dico che sono bellissimi, abbraccio Nidal sulle spalle, cerco la sua bella bocca piena, morbida, aspiro il suo alito profumato. Continuo a scherzare e ridere, per aiutarle a superare l’imbarazzo, soprattutto Amina, che è rigida, sbalordita. Ma l’erba tailandese-renana fa il suo lavoro, ci guida nella leggerezza che sola può donare la vita, l’amore, e concederne il godimento.
Sfilo la maglietta di Nidal, bacio i suoi seni prorompenti, tiro a me Amina, che lentamente si lascia andare, si ammorbidisce, mi permette di accarezzare e baciare la sua pelle nera, di immergere la bocca nel suo cespuglio di rose nere. E sprofondo nei loro corpi opulenti, sprofondo nella pancia favolosa di Nidal. Precipito nel dolce abisso di Amina.

Al mattino mi alzo in forma straordinaria. Guardo il cielo azzurro dai finestroni, nuvole bianche in viaggio nella brezza di aprile. Ho la testa leggera, le gambe scattanti. Mi sento come se avessi quarant’anni. Voglio fare una lunga passeggiata nel parco, poi a pranzo con Dorian in un buon ristorante. Non ci faremo mancare nulla.
Anche Dorian si alza. E’ pallido, sembra sfatto. Ha le braccia penzoloni, le occhiaie, la pelle grigiastra. Cerca di rianimarsi, si sciacqua a lungo la faccia con acqua corrente, nel lavello della cucina.
“Com’è andata con le ragazze?” chiede.
“Tutto bene” faccio.
“Mi dispiace per ieri sera, non ce la facevo più” si scusa.
“Oh, fa niente” lo rassicuro.
Crolla seduto al tavolo, prende i dolcetti che ho comprato alla coop. Intanto io metto sul fornello la caffettiera.
“Ho preso una decisione” dice, con tono solenne. Talmente solenne che rido, mentre sollevo il coperchio della caffettiera.
“Basta buttarmi giù. Basta vedere tutto nero. Basta con le previsioni negative.”
Rido, mentre verso il caffè nelle tazzine.
“Sì, da ora in poi andrò avanti come una macchina. Cercherò lavoro con calma e tenacia, senza farmi venire l’ipertensione se tutti mi chiudono la porta in faccia. Ce la farò prima o poi. Devo farcela.”
Bevo il mio caffè e rido.
“Ma la smetti di ridere, cazzo. Non sai fare altro, te. Mangiare, ridere, scopare. Certe volte sei disgustoso. Quanto credi che durerà?”
Guardo la sua faccia emaciata e scoppio di nuovo a ridere.
“Dorian, con quella faccia cosa credi di fare? Se vai in giro così si toccano tutti le palle.”
Guarda il pavimento. Annuisce.
“Sì, ma la metterò via, questa faccia. Oggi ho testa pesante, non so, forse ho dormito male. Ma io credo in un progetto. Tu non hai nessun progetto. Vivi alla giornata. Sei un incosciente.”
Assaporo il caffè. Sento ancora l’aroma della bocca di Nidal, il suo alito fragrante. Chiudo gli occhi. Ti amo Nidal. Amo anche te, Amina. Non faccio che pensare a voi. Voglio vivere con voi.
“Che progetto, Dorian? Un nuovo lavoro da camionista, dodici ore al giorno seduto al volante? Facchino precario?”
“Sì, disprezza pure tutto. Ne farai di strada.”
“Non voglio fare strada. E non disprezzo nessuno. Voglio vivere gli anni che mi restano come un animale, come un selvaggio. Non me ne frega niente del progetto.”
Non sembra avermi sentito. Annuisce, guardando il pavimento.
“Sì. Andrà meglio, ne sono sicuro. Perché questa è la mia volontà.”
Andrà meglio, sì.
Meglio… meglio di così?

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