di Valerio Evangelisti

Amparo Dàvila, L’ospite e altri racconti, Safarà Editore, 2020, pp. 144, € 16,50.

Amparo Dávila (1928-2020) esce per la prima volta in traduzione italiana (L’Ospite e altri racconti, trad. di Giulia Zavagna, ed. Safarà) a pochi mesi dalla sua scomparsa, ed è un peccato non poterla più conoscere o ascoltare. Si tratta di un’autrice messicana di racconti fantastici, una rarità in un Paese in cui quel tipo di narrativa è decisamente minoritario. Ciò non impedisce a Dávila di vincere in patria, negli anni, premi letterari importanti, e di conquistare fama nell’intera America Latina. In seguito, avrà traduzioni in inglese e francese, con ottime accoglienze dovunque appaia. Elena Poniatowska, forse la più importante scrittrice messicana, la definirà “unica”, altri la incoroneranno “regina del racconto”.

La produzione letteraria di Amparo Dávila è rada, quasi centellinata nel corso di decenni, eppure impressiona, delinea un’immagine di autrice esclusivamente sua. Sono stati tentati numerosi accostamenti, da Shirley Jackson, a Franz Kafka, a Julio Cortázar, a Poe. Nessuno di quei paragoni funziona per intero. Meno che mai sono legittimi riferimenti alla letteratura horror, incluse figure di riguardo. Dávila con l’horror non ha niente a che fare, naviga in tutt’altri spazi.

Quali? Quelli dell’inquietudine, del sospetto, della paura non si sa se giustificata, della paranoia, del terrore forse interno o forse esterno. Un incrocio di punti di vista, aggiungendovi quello del lettore, che impedisce di trovare pareti solide cui appoggiarsi. Era la chiave di molti racconti del belga Jean Ray, che molto probabilmente la nostra autrice non conosceva. Centrale è l’angoscia, il più delle volte ispirata da un nemico sconosciuto, che può arrivare a essere uno sdoppiamento del narratore (sosia? Proiezione fantastica? Frammento esterno e apparentemente convivente nel reale della sua biografia?).

Oppure la minaccia può essere generata da una creatura che non si sa se sia un essere umano o un animale, un fantasma o la materializzazione parziale di intime ossessioni. In uno dei racconti più suggestivi, Moisés e Gaspar, a metà della storia si pensa che il protagonista, il “signor Kraus”, sia alle prese con due cagnolini ereditati da un amico. Solo che quelli piangono a calde lacrime, fanno scherzi maligni, spingono il pover’uomo alla rovina. Creature diaboliche? No, quando sono spaventati si rifugiano in fondo a un armadio per nascondersi.

Stessa ambiguità nel racconto che dà il titolo alla raccolta, L’ospite (il primo pubblicato dalla Dávila). Il coinquilino che il marito della narratrice ha voluto alloggiare, e che terrorizza per aspetto e comportamenti lei e la domestica Guadalupe, è uomo o animale? Si sa solo che è spaventoso di aspetto. Merita la fine crudele che gli è riservata dalle due donne? Forse sì, pare avere ferito un bambino. Per il resto, è la sua semplice presenza a gettare nel panico e a scatenare lugubri fantasie.

Quanto a Őscar, che chiude la raccolta, è certamente umano, ma non si sa di che specie. Non entra in scena direttamente. Si limita a produrre rumori assordanti e a compiere atti distruttivi, ma alternati a scroscianti risate, che tengono in ostaggio una tranquilla famiglia borghese, obbligandola a regole di vita e ad azioni insensate. Difficile capire se la follia è solo sua, oppure condivisa da chi lo tiene in casa, serrato in cantina ma libero la notte di deambulare.

Per disegnare quadri così incisivi e spiazzanti, Amparo Dávila scrive con grande eleganza e, mi azzarderei a dire, con astuzia raffinata, Il lettore è trascinato dolcemente, gradualmente, nell’incubo, e una forza ipnotica, forse dovuta a un’apparenza di contesti “normali”, lo imprigiona in sabbie mobili in cui di normale non c’è nulla. Difficile sottrarsi a un fascino così sottile, fatto di una prosa semplice eppure capace di catturare fino allo scopo. Che non è la paura (anche nei racconti più apertamente orrorifici, come L’ultima estate), bensì un’angoscia rafforzata dallo sconcerto. Con, alla fine della discesa, un pavimento di dolore

È il dolore il tema ricorrente. Sì, ma di quale specie? Nel racconto di apertura, Frammento di un diario, qualcuno che trascorre le giornate seduto sulle scale di un caseggiato ha classificato il dolore in gradi, e li sperimenta uno a uno. Ma non si tratta di un male fisico; piuttosto di un tormento intimo, devastante e inestirpabile, da affrontare con l’immergersi in esso, tanto da trarne una sorta di voluttà. E l’intera antologia rappresenta per i lettori quella stessa operazione, che cattura grazie allo stile limpido, che tale pare perché complessità e profondità sono affidate a poche frasi, di incredibile suggestione.

Si sa che Dávila ha sofferto molto, a cominciare dall’età giovanile, quando le morirono i tre fratelli. Solo la sofferenza poteva generare una simile narrativa, e tuttavia non è motivo sufficiente. Tanti scrittori hanno sofferto, ma sono in pochi quelli capaci di immergersi nelle volute dello spasimo, tanto da ricavarne una prosa praticamente perfetta.

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