di Sandro Moiso

Alessandro Pellagatta, Cronache rivoluzionarie a Portoferraio. I comunisti internazionalisti e la lotta del proletariato elbano contro lo smantellamento degli altiforni (1944-1951), Quaderni di Pagine Marxiste, Milano 2020, pp. 96, 8 euro

Non molti di coloro che oggi visitano l’isola d’Elba per una vacanza più o meno lunga possono sapere o anche soltanto lontanamente immaginare le lotte, nei settori minerario e siderurgico, e la composizione sociale proletaria che ne hanno caratterizzato la storia fin dall’Ottocento.
Tutti intenti a rimirare le sue spiagge oppure le ville napoleoniche, i turisti, anche quelli virtualmente di sinistra, ignorano una storia caratterizzata, dall’unità d’Italia in avanti fino agli anni Ottanta del XX secolo, prima, dallo sfruttamento della forza lavoro coatta dei detenuti nelle saline (nella rada di Portoferraio) e nelle miniere di ferro a cielo aperto (tra Rio Elba e Rio Marina) e, successivamente, di una forza lavoro “libera” seppur coatta, proveniente in gran parte sia dal Nord che dal Sud dell’Italia, nelle miniere di ferro della zona di Capoliveri e del suo monte Calamita e negli stabilimenti siderurgici dell’ILVA di Portoferraio.

Certo molti conoscono la storia “antica” dello sfruttamento del ferro elbano sia da parte degli Etruschi che dei Romani, ma nessuno (o quasi) ricorda un’epoca in cui la presenza anarchica e comunista segnò le politiche e le iniziative dal basso di una popolazione che per secoli ben poco ebbe a che fare con il mare e con il turismo. Turismo, prima di élite (negli anni Sessanta e Settanta) e poi di massa (a partire dagli anni Ottanta), che con il suo illusorio benessere ha stravolto non solo il paesaggio ma anche il tessuto sociale (e politico) della terza (per grandezza) delle isole mediterranee italiane.

Ricordare qui gli episodi che caratterizzarono le lotte a cavallo tra XIX e XX secolo, in particolare il lungo sciopero del 1911, oppure figure come quella di Pietro Gori e, successivamente, dei numerosi antifascisti elbani, sarebbe troppo lungo.
Per questo motivo la seconda edizione del testo di Pellagatta, riveduta e ampliata in maniera significativa rispetto a quella del novembre 2005, è già di per sé utile al fine di rammentare al lettore quelle vicende passate e i personaggi che ad esse contribuirono.

Ma il testo, che si dilunga particolarmente sul periodo 1945-1951, ha il suo punto di forza (e forse di attualità) proprio nel raccontare le lotte condotte nel secondo dopoguerra dal proletariato elbano per impedire la chiusura degli altiforni di Portoferraio che avevano costituito, dalla loro apertura fino alle distruzioni del secondo conflitto mondiale, una linea di produzione importante della società ILVA, che prendeva il nome (lo ricordino ancor oggi gli operai impegnati nelle lotte odierne negli stabilimenti della stessa società di Taranto e di Genova) proprio da quello più antico dell’isola più grande dell’arcipelago toscano.

“Dopo la fine del primo conflitto mondiale il mancato adeguamento degli impianti rilevati dalla società ILVA, le mutazioni della domanda interna, la crescente concorrenza di altri stabilimenti e gli scontri al vertice della borghesia industriale portarono a un declino lento ma costante degli altiforni di Portoferraio. I pesanti bombardamenti aerei della seconda guerra mondiale contribuirono a rendere inutilizzabile il complesso industriale.
Nel 1945 l’attività industriale a Portoferraio è praticamente ferma. Se inizialmente ciò è dovuto principalmente agli effetti dei danneggiamenti bellici, questi poco a poco finiscono per rappresentare di fatto un alibi teso a rafforzare una serie dis celte politiche miranti allo smantellamento degli impianti siderurgici.”1

E’ proprio dalla volontà di smantellare definitivamente gli impianti che prende avvio un ciclo di lotte che, seppur sconfitte, ebbero almeno il merito di segnalare non solo la protervia imprenditoriale, sorda a qualsiasi domanda proveniente da maestranze già duramente provate dalla guerra e dalle politiche fasciste, ma anche la fine di qualsiasi possibilità di fare affidamento su una risoluzione governativa e parlamentare della crisi. Non solo, ma anche quello di far venire pienamente alla luce la politica sostanzialmente collaborazionista del PCI togliattiano e dei sindacati.

A svolgere la funzione della voce fuori dal coro fu appunto la rappresentanza significativa di militanti del Partito comunista internazionale, di tendenza bordighista, che tenne alto il vessillo dell’iniziativa proletaria e rivoluzionaria nei confronti dei padroni, dello Stato e dei suoi finti avversari democratici di sinistra. Ed è questa la parte del libo che oggi, come non mai, può far riflettere sulle voci disperse di una tradizione rivoluzionaria che sia il PCI di Togliatti che la successiva sinistra extraparlamentare degli anni Settanta contribuirono a rimuovere dall’orizzonte del discorso politico e dell’iniziativa operaia in Italia.

Ma un altro discorso che è sotteso a quello principale è quello di un conflitto imperialista che, pur nelle ridotte dimensioni dell’isola, fu vissuto in tutte le sue sfaccettatura più infernali per la popolazione civile. Dall’affondamento di un traghetto di collegamento con l’isola ad opera di un sommergibile britannico, ai bombardamenti, prima anglo-americani e poi tedeschi dopo l’8 settembre, su Portoferraio e i suoi stabilimenti che causarono non solo la distruzione degli altiforni ma anche di una parte significativa del porto e del centro storico della ‘capitale’ elbana, con centinaia di morti tra i civili. Non ultimi, infine i morti, le violenze e gli stupri, che i si verificarono sull’isola dopo lo sbarco delle truppe ‘liberatrici’ francesi.

Fu in questo contesto di sofferenze che si sollevò la voce e la protesta dei lavoratori elbani e delle loro famiglie. Inascoltate e sconfitte, grazie anche ad un apparato politico e sindacale che già da tempo aveva scelto la via dell’unità e dell’interesse nazionale rispetto a quello proletario che avrebbe invece dovuto difendere. Unica voce diversa, appunto, quella di quei militanti che non avevano tradito la tradizione rivoluzionaria di Livorno nel 1921 e che ancora nei primi giorni dopo l’8 settembre avevano caratterizzato la stampa distribuita lungo il litorale tirrenico toscano, caratterizzata dagli evviva per il Pcd’I e Bordiga (volantini e fogli oggi conservati presso la Biblioteca Franco Serantini di Pisa), provenienti dalla base di un Partito che ancora doveva digerire la svolta di Salerno.

La vecchia Sinistra Comunista parlerebbe ancora oggi delle “lezioni delle controrivoluzioni” da cui apprendere gli insegnamenti per le lotte attuali e future. Basti appunto pensare alle lotte odierne all’ILVA di Taranto e alle speranza riposte in un suo salvataggio, riconversione o adeguamento alle norme sull’inquinamento industriale. Autentiche fanfaluche con cui i governi, i partiti politici e i sindacati asserviti continuano a riempire le orecchie e le teste degli operai coinvolti.

Ma infine anche un grido d’allarme per chi nella chiusura degli stabilimenti inquinanti crede di vedere la via principale per la risoluzione del problema ambientale.
L’isola d’Elba è lì a dimostrarlo, ancora oggi, con lo stravolgimento edilizio del suo panorama, con l’inquinamento del suo mare a causa di scarichi fognari insufficienti e sversamenti di navi e petroliere, con la velenosità dei fumi provenienti dalla vicina Piombino (dove gli stabilimenti e gli altiforni furono spostati per poi essere rivenduti in anni recenti a società di ogni nazionalità, risma e tipo di disonestà imprenditoriale) e molti altri problemi che ancora tradiscono, se analizzata da vicino e con più attenzione, la sua immagine da isola dei sogni.

Il testo di Pellagatta, ben documentato e attento, ci è d’aiuto ancora una volta sulla strada del disvelamento di un passato che, purtroppo, ancora non passa. L’eterno presente di un modo di produzione che è già morto ma che ancora cerca di riproporsi come unica soluzione possibile dei mali da esso stesso creati.


  1. A. Pellagatta, Cronache rivoluzionarie a Portoferraio, pp. 31-32  

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