di Franco Costantini

PARTE PRIMA: TRE CONSIDERAZIONI SPARSE (rigorosamente raffazzonate e mal argomentate)

  1. A) Molti esponenti del mondo della cultura si stanno lamentando: il governo italiano, nelle misure per contrastare la crisi indotta dal Covid-19, ha dimenticato gli artisti; o quasi.

Negli altri Paesi sembra esserci più considerazione per gli operatori di cultura-arte-spettacolo. Tre soli esempi (risalenti all’aprile 2020: quando in Italia nulla, ma proprio nulla, era ancora stato fatto): 1) in Gran Bretagna, erogarono 160 milioni di sterline per artisti e associazioni culturali; 2) a Berlino fu istituito un fondo speciale di 500 milioni di euro per artisti e liberi professionisti berlinesi;  3) negli Usa, il “J. Paul Getty Trust” attivò un fondo di 10 milioni di dollari per musei e organizzazioni no profit, e altri 10 milioni furono donati agli artisti dalla “Andrew W. Mellon Foundation”.

Le proteste degli artisti sono certamente fondate. Ma a mio avviso il problema non è transitorio: è cronico.

Dalla metà degli anni Cinquanta, fino alla metà degli anni Settanta, i finanziamenti a istruzione e cultura erano pressoché stabili: circa il 15 per cento della spesa pubblica complessiva. Poi è iniziata una lenta ma progressiva riduzione, e oggi quella percentuale si è dimezzata: tanto che nel 2019 (fonte: AGI, Agenzia Italia), il nostro paese era l’ultimo in Europa per la percentuale di spesa pubblica destinata al settore.

Non c’è nulla di congiunturale, pertanto, nel “maltrattamento” degli artisti ai tempi del coronavirus. Il “maltrattamento” è figlio di scelte strategiche che vengono da lontano, e non di una malaccorta gestione dell’emergenza sanitaria e della conseguente crisi economica.

  1. B) E se ci fosse un piano “strategico” per sabotare la cultura? Una cosa è certa: l’idiotificazione di massa sarebbe funzionale alla produzione di merci; il “consumatore perfetto”, infatti, non deve avere cultura, né spirito critico. Mi tornano in mente alcune profetiche considerazioni di Pasolini (P.P.P., “Corriere della Sera”, 9 dicembre 1973): «Per mezzo della televisione, il Centro ha assimilato a sé l’intero paese, che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un uomo che consuma, ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. […] La responsabilità della televisione, in tutto questo, è enorme. Non certo in quanto “mezzo tecnico”, ma in quanto strumento del potere e potere essa stessa. […] Non c’è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. […] Il fascismo non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano; il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto, la televisione), non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata, bruttata per sempre».

 C) Mi sovviene un’altra citazione. La quale, con ogni probabilità, è falsa; completamente inventata; una bufala, insomma. Ma poco importa, ché a volte – nelle fole – si nascondono grandi verità. In letteratura ci sono migliaia di opere d’invenzione, in cui personaggi inventati pronunciano frasi inventate; e spesso queste ultime contengono più saggezza delle parole vere di un politico vero in un comizio vero.

La pseudo-citazione è questa: «Quando chiesero a Churchill perché mai non tagliasse i fondi per l’arte, al fine di meglio finanziare lo sforzo bellico, quello rispose: Ma allora per cosa combattiamo?».

In conclusione, io credo che anche noi dobbiamo produrci in uno “sforzo bellico”. Non dobbiamo arrenderci, anche se ci aspettano tempi duri. Difendere la cultura sarà un’aspra lotta, una guerra di lunga durata, una difficile “resistenza partigiana”. Ma, per parafrasare lo pseudo-Churchill: «Se non per la cultura, per quale motivo dovremmo combattere la pandemia?».

 

PARTE SECONDA: DUE PROPOSTE CONCRETE PER SOPRAVVIVERE (in ordine crescente di efficacia; in ordine decrescente di fattibilità)

1) Il lockdown, di fatto, ci ha costretto agli “arresti domiciliari”. Trasformiamo gli arresti domiciliari in “ARTISTI DOMICILIARI”. Organizziamo mostre, live painting, recital, concerti, letture, proiezioni, danze, performance… tra le mura di casa nostra. Con inviti rigorosamente privati; e fregandocene di ogni norma e regolamento (lo Stato ci sta ignorando? Noi ignoreremo lo Stato; e le sue leggi). Accettiamo forme rivoluzionarie di compenso, considerando che esso sarà esente da Siae e da ogni altra imposizione fiscale. Il sottoscritto, per esempio, organizzerà letture dantesche nel proprio salotto. Per sette persone al massimo. E accetterà qual guiderdone non solo la vil pecunia, ma anche compensi in natura: dai pomodorini cresciuti nell’orto dello spettatore… fino alle torte fatte in casa (abbasso il danaro, che nasconde il carattere sociale della produzione e reifica i rapporti; evviva il baratto, che ripristina relazioni umane).

2) La presa di Palazzo Madama (e Montecitorio). Sì, insomma, una rivoluzione. Che disintegri la logica del profitto (la stessa che in questi mesi – malamente travestita da “dittatura sanitaria” – ha mortificato ogni arte e ogni artista), e rimetta l’uomo (e la cultura) sul podio dei valori.

 

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