di Marc Tibaldi

Escuela Moderna / Ateneo Libertario, Chiese in fiamme, Milieu edizioni, 2020, pp. 206, € 22,00.

«L’unica Chiesa che illumina è quella che brucia. Contribusici!». È la scritta che compare sopra un pacchetto di fiammiferi inserito come opera d’arte all’interno della mostra “Un saber realmente útil”, del 2014, del collettivo femminista Mujeres públicas. La frase viene attribuita a Petr Kropotkin, scienziato e teorico anarco-comunista, anche se non ci sembra propria del linguaggio di questo “Cristo dalla barba bianca”, come lo descrisse Oscar Wilde in De profundis.

Chiese in fiamme (Milieu edizioni, 200 pagine, 22 euro, 2019) è curato dal gruppo di lavoro Escuela Moderna/ Ateneo Libertario, che “studia le eredità degli ideali illuministi, repubblicani, socialisti e anarchici nelle prospettive del rapporto tra arte, società, didattica, filosofia e territori” dal titolo e dalla copertina potrebbe far pensare a un libro incendiario. La splendida copertina – una foto di un rogo durante manifestazione a Santiago del Cile nel 2019 – e il curioso titolo del libro portano l’immaginazione del lettore in molte direzioni: storiche, geografiche, immaginative, difficilmente però lontano da approdi non iconoclastici. Dopo la lettura registriamo il libro come fondamentale per la documentazione storica di un fatto significativo avvenuto centodieci anni fa. Sono oltre cento le cartoline d’epoca che documentano l’incendio di circa centocinquanta edifici religiosi (chiese, conventi, collegi cattolici) avvenuto a Barcellona e in altre città della Catalogna durante la cosiddetta “Settimana tragica” – cinque giorni di scontri tra esercito e popolazione che manifestava, sostenuta da anarchici, socialisti e repubblicani, contro l’intervento coloniale in Marocco.

La pubblicazione di tre articoli, scritti nei mesi successivi all’insurrezione, dallo scrittore Joan Margall, contribuiscono a situare l’evento nel clima di un’epoca, ma, vista la ricchezza di pubblicazioni rivoluzionarie di inizio Novecento, forse sarebbe stato meglio registrare la parola anche di chi sostenne e partecipò a quella rivolta. Margall nei suoi articoli tiene una posizione ecumenica, dando un colpo al cerchio e uno alla botte, accusando un po’ (poco) la Chiesa cattolica – che sosteneva il governo – e un po’ (tanto) i manifestanti, insomma la posizione di certi “letterati ‘felici pochi’ […] sempre pronti a rifugiarsi in un soave borgo campagnolo quando l’epoca ruggisce” per citare Paolo Virno. Margall scrive tra l’altro: “bombe ed empietà, in particolare, sono una cosa sola: uno sfogo distruttivo dell’incapacità di creare”. “Confidiamo nell’eterno spirito che distrugge solo perché è la fonte imperscrutabile ed eternamente creatrice di tutta la vita. Il desiderio di distruzione è anche un desiderio creativo”, gli aveva già risposto oltre mezzo secolo prima Michail Bakunin, che aveva studiato bene la dialettica hegeliana, come gli riconosceva anche Marx.

Il lavoro di ricostruzione storica è affidato a Matteo Binci, il contributo più articolato e interessante del volume. Trentacinque pagine in cui si racconta il colonialismo spagnolo, la diffusione delle idee libertarie e socialiste nella penisola iberica, la settimana dell’insurrezione e le conseguenze nella società catalana. Nelle conclusioni Binci inciampa in un commento che forse uno storico avrebbe potuto evitare: scrive che la ribellione “degenerò”, ossia – visto che le parole hanno significato – cambiò in peggio, scadde, e quindi giudicando un fatto storico.

Nel volume inoltre possiamo trovare inoltre un saggio sull’iconoclastia attraverso un parallelismo tra la “Settima tragica” e l’11 settembre, partendo dalle riflessioni di Jean Baudrillard (un’operazione bizzarra, è come confrontare l’impegno delle milizie internazionaliste nella Spagna rivoluzionaria del 1936 con i foreign fighters che si arruolano con l’Isis); una fuorviante analisi della distruzione iconoclasta come premessa alla costruzione modernista di Barcellona; uno strano parallelismo tra “libretti rossi” (di Jung, Beuys, Ferre, Vettori, Mao…) che di analogo hanno il colore della copertina; un contributo sulla pedagogia libertaria; un progetto artistico dell’Archivio F.X. di Pedro G. Romero che si propone di “urbanizzare la provincia del nichilismo”, quest’ultimo sintomatico del nostro presente avvitato sulla Retromania, concetto che Simon Reynolds usa per definire la musica rock attuale ma che è estendibile alla società, e della Retrotopia, ossia della fase contemporanea dell’utopia, come sostiene Zygmunt Bauman. Alberto Asor Rosa in Scrittori e massa, contenuto nell’ultima edizione di Scrittori e popolo (Einaudi, 2015), sostiene che “la Storia è una risorsa formidabile […] ma impone rigide regole all’invenzione e al rapporto con il pubblico. Se si parla del passato, significa che è più importante del presente, ovvero che del presente, non si può parlare come si vorrebbe” e continua, sollecitando gli scrittori che fanno questa scelta, “per andare incontro al futuro si dovrebbe chiarire meglio se la Storia è una scelta o un obbligo insuperabile, e in ambedue i casi perché”. Troppe volte nella letteratura e l’arte contemporanea l’esaltazione di figure storiche segnalano un’incapacità di analizzare e di agire nel presente.

 

Due digressioni a proposito di manifestazioni iconoclaste. In alcuni saggi di Chiese in fiamme emerge l’importanza di Francisco Ferrer y Guardia, il pensatore e agitatore anarchico, che dopo la legge marziale del 1909 seguita alla «Settimana Tragica», fu dichiarato uno dei mandanti dell’insurrezione, processato da un tribunale militare e fucilato. Ferrer fu fondatore della Escuela Moderna, progetto pedagogico libertario per bambini e ragazzi, in particolare quelli provenienti dalle classi più disagiate. Sempre nel 1909, il filosofo Carlo Michelstaedter (che si suiciderà un anno dopo, ventitreenne) dopo aver letto in un giornale che in una manifestazione operaia (una delle moltissime che si svolsero in tutto il mondo) contro la condanna di Ferrer, i partecipanti avevano applaudito un aeroplano, reagì contro quell’entusiasmo scrivendo il “Discorso al popolo”, di cui ci sembra significativo riportare alcuni passaggi: “Se domani voi doveste ancora riunirvi e non con lo sdegno indeterminato d’oggi, ma con l’indignazione fresca, con la ferita viva, con la minaccia presente, se doveste domani riunirvi qui, per affermare la vostra volontà fino in fondo, per far trionfare coi fatti e nella vita attuale, e per l’interesse vostro personale d’ognuno – contro le autorità costituite dalla legge, contro le autorità costituite dal danaro, contro governo e borghesia – quell’ideale che oggi vi muove, fratelli, quel mirabile istrumento che ora avete applaudito misurerebbe su di voi la sua forza – e alle fucilate dall’alto risponderebbero dal basso, davanti e a tergo e ai lati altre fucilate a seminar la morte fra le vostre file, a spegnere nel sangue il vostro sdegno, a rovinare per sempre le vostre speranze più care. Fin che queste speranze sono vaghe e lontane, fin che voi soffrite in silenzio la vostra miseria materiale e sociale, voi siete un’innocua moltitudine d’infelici da sfruttare; e la società borghese vi sfrutta in pace e in silenzio, – e perché vi tiene col giogo del vostro bisogno di farvi sentire la forza micidiale delle sue armi. Ma le sue armi le prepara nel silenzio e nella pace, e le sa coprire con le apparenze luminose d’umanità e di progresso, e voi – voi le applaudite!… – Ma il giorno che voi acquisterete piena coscienza dei vostri diritti e della vostra forza, il giorno che sarete raccolti attorno ai vostri eroi, attorno ai Ferrer della vostra rivoluzione, sotto le bandiere della libertà popolare, il giorno che vorrete affermare l’inizio della nuova vita di giustizia e di fede – quel giorno, fratelli, l’umanità e il progresso della borghesia vi riveleranno la loro vera faccia, vi stringeranno in un cerchio di ferro e di fuoco, senza pietà per gli schiavi che si ribellano. – voi sarete schiavi in terno se non arriverete a smascherare la miserabile ipocrisia della potenza borghese, che copre di fiori le sue difese e nasconde in seno il pugnale”.

A proposito di distruzione e creazione. In Les situationnistes et les nouvelles formes d’action dans la politique et l’art, che segnava l’apertura del fronte di lotta “artistico” dei situazionisti, Guy Debord si chiedeva: “quale omaggio più grande a Van Gogh che prendere in ostaggio i quadri di una mostra e chiedere la liberazione dei prigionieri politici? Quale uso migliore dell’arte del passato per renderla ancora più viva se non impadronirsi delle opere dei musei e portarle sulle barricate?”.

Ma si sa – tranne che in pochi casi – purtroppo oggi l’immaginazione e la creatività non battono più lo stesso tempo della rivolta e della ribellione.

  • Una versione più breve di questa recensione è apparsa su Il manifesto del 31 marzo 2020
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