di Franco Pezzini

Colin Wilson, Riti notturni, trad. dall’inglese di Nicola Manuppelli, pp. 441, € 18, Carbonio, Milano 2019.

“Sono convinto che la vita si possa vivere venti volte più intensamente di quanto non facciamo. In un certo senso, passo la mia esistenza a cercare il modo di riuscirci”.

Del versatile, eclettico, spiazzante Colin Wilson è capitato più volte di parlare su questa testata. Già si è raccontato del suo profilo di saggista anomalo e romanziere elegante quanto particolare, intrigato da temi “strani”; così come delle sue ambigue posizioni politiche. Irriducibile a etichette, Wilson resta una figura-cardine per comprendere una serie di trasformazioni dell’immaginario inglese – con ricadute internazionali – tra anni Cinquanta e Settanta, anche se il suo lavoro è proseguito ben oltre la boa del nuovo millennio. Morto nel 2013, lo troviamo in libreria persino con uscite postume di alcuni saggi e di ‘Lulu: an unfinished novel’, 2017.

Talvolta Wilson si è occupato di occulture e l’impatto dei suoi scritti sul Revival magico di cui quest’anno ricordiamo il mezzo secolo – almeno convenzionalmente – è abbastanza noto; ma il suo interesse riguarda un panorama assai più ampio di outsider, tra arte e letteratura, riti sociali, studi della psiche e relative deviazioni, e in generale la materia sessuale. Le sue posizioni teoriche risultano talora inaccettabili: l’idea che la donna aspiri purchessia a un compagno, mentre l’uomo sarebbe biologicamente portato a una lussuria indifferenziata per il corpo femminile flirta col pregiudizio da strada. Eppure in questo impasto di idee di un uomo nato nel 1931, figlio della classe operaia, autodidatta e pronto a vivere in situazioni-limite pur di scrivere (come il periodo in cui a Londra dorme all’aperto in un sacco a pelo impermeabile – spesso nell’area verde di Hampstead Heath – per risparmiare sull’affitto di una camera, campare con solo tre sterline a settimana e recuperare un’intera settimana alla scrittura tra le sale del British Museum) c’è anche una messe di ricchezze.

Così l’editore Carbonio sta oggi promuovendo una preziosa riscoperta della produzione narrativa di Wilson, con romanzi straordinari, insieme polizieschi & filosofici e di qualità narrativa davvero alta, come Un dubbio necessario e La gabbia di vetro (2017 e 2018). Se però questi erano apparsi in origine rispettivamente nel 1964 e nel 1966 in clima Swinging London, Riti notturni di cui ora si parla è un po’ precedente, 1960 (Ritual in the Dark): anzi questa è la data di uscita, ma Wilson ammetterà di averlo iniziato a diciassette anni – dunque attorno al 1948 – con un contenuto parecchio diverso che solo nel 1954 evolve nella trama odierna. Non ci siamo ancora, ma questa protoversione di Riti notturni conosce gestazione quasi parallela e anzi prelude al primo saggio di Wilson, il famoso The Outsider del 1956, che catapulta addosso allo squattrinato scrittore una fama improvvisa: una riflessione intrigante, provocatoria e di grande successo sull’alienazione, condotta esplorando vite “irregolari” di artisti e pensatori eccellenti. Outsider sono coloro che sanno che la vita non si esaurisce nella banalità quotidiana, tra le pastoie delle sue convenzioni, e si logorano nella tensione di una ricerca che pochi vedranno coronata dal successo, fatalmente divisi tra la ripugnanza per la propria ordinaria miseria e la frustrazione per una meta non raggiunta. Wilson racconterà in seguito le sue antiche frustrazioni giovanili, tra sogni di diventare scrittore e più prosaiche fantasie di sesso con una collega: tutto materiale che sta a monte di The Outsider e insieme di Riti notturni. Ma il discorso è più ampio, e l’uscita nel maggio 1956 del saggio che fa notare l’autore appena venticinquenne è contemporanea al successo teatrale di un altro “giovane arrabbiato”, Ricorda con rabbia di John Osborne, presentato per la prima volta l’8 maggio di quell’anno.

Va però fatto un passo in più, notando il nesso di Riti notturni con altre tre opere di Wilson di poco successive, sempre nell’ambito di una critica serrata, dell’evocazione d’una ribellione creativa a valori e feticci della società borghese del dopoguerra: Religion and the Rebel (1957), The Age of Defeat (1959) e Encyclopedia of Murder (con Patricia Pitman, 1961), che offrono qualche chiave ulteriore. In particolare Religion and the Rebel prosegue il discorso di The Outsider trattando di outsider religiosi, The Age of Defeat riflette su un senso epocale di sconfitta, futilità o insignificanza che Wilson sente serpeggiare nel suo tempo e lui stesso aveva avvertito in modo cocente, e l’Encyclopedia of Murder discetta ovviamente di delitti ma insieme dei paradigmi antropologici degli outsider criminali – tutti elementi importanti nel romanzo in esame, e fin dalle sue primissime remote prove.

Riti notturni è la prima avventura – autoconclusiva – del giovane Gerard Sorme, protagonista di una trilogia che Carbonio si appresta a proporre per intero (entro fine anno è atteso il seguito, L’uomo senza ombra. Il diario sessuale di Gerard Sorme). Ventiseienne, con torpide velleità di narratore, il Nostro trova improvvisa illuminazione a una vita che gli pare noiosa e insignificante (ecco The Age of Defeat) attraverso la conoscenza del raffinato Austin Nunne, talentuoso omosessuale che flirta sempre e comunque con gli eccessi. Gerard prova per l’anticonformista Austin un’attrazione non sessuale (come altri personaggi sospetteranno) ma calorosamente amicale, una strana sympatheia di tipo intellettuale e artistico che diventa complicità. O piuttosto un rapporto complesso che è insieme di attrazione e repulsione, comunque capace di coinvolgerlo profondamente.

Il fatto è che il disinvolto outsider Austin piombato nella sua vita in modo accidentale funge per il meno disinvolto (ma ci sta lavorando) outsider Gerard da catalizzatore esistenziale, da provocatoria risposta ai suoi rovelli: sia col destare in lui una dimensione vitalistica e creativa finora stentata – per il nullafacente Gerard, che passa il tempo a meditare, emerge la consapevolezza di tutto un mondo eccitante di domande e di emozioni sconosciute –, sia spalancandogli un orizzonte molto concreto di contatti nuovi. Tra i quali Gertrude, giovane zia di Nunne, un tantino repressa e anche per questo affascinante, e la disinibita nipote ventenne Caroline, due volti quasi paradigmatici di un’epoca ed entrambe corteggiate con successo dal nostro eroe; e un altro outsider, il pittore Oliver Glasp, capace di dare il proprio meglio coi pennelli per le attrattive – mai contatti fisici – di una musa di dodici anni (il che, a un certo punto, scatena un certo putiferio). Donde la citazione d’incipit a questo pezzo, il tema dell’incalzare una vita tanto più intensa di quella finora vissuta, alla ricerca di un’illuminazione che grazie ad Austin è ora una possibilità concreta.

Non solo: attraverso quei contatti si apre per Gerard un discorso di provocazione religiosa attraverso figure varie, tutte estranee al culto di stato della Gran Bretagna coeva (ecco Religion and the Rebel). Figure che restano nell’orizzonte del giovane pur senza coinvolgerlo confessionalmente: Gertrude simpatizzante dei Testimoni di Geova, e il giro dei suoi confratelli più convinti; alcuni sacerdoti cattolici, tra i quali il malconcio padre Carruthers dalle vedute aperte, con cui Gerard intesse un rapporto di confidenza quasi confessoria… A suggerire qualcosa di una realtà particolarissima come l’Inghilterra dai mille culti, ma anche le direzioni interiori che una ricerca quale quella di Wilson esplora insieme con ironia, autonomia critica e interesse.

E ancora, nella vicenda si innesta anche una serie di omicidi a Whitechapel che sembrano ricalcare – almeno parzialmente – quelli di Jack the Ripper: a saldare il tema del sesso con il delitto (ed ecco Encyclopedia of Murder). Si noti che l’ombra del vecchio Jack resta assolutamente defilata e come sotto la superficie del testo, quasi un Perturbante che sgomiti, finendo col farsi paradigma dell’irrisolto: l’assassino è davvero Austin, come Gerard a un certo punto prende a sospettare? ma soprattutto, perché dovrebbe farlo? Dove l’indagine, più che poliziesca in senso proprio, si fa filosofica, nel segno di una riflessione sulle pulsioni di morte che offra risposte più credibili delle banalità circolanti sul maniaco… Ovviamente non ha senso spoilerare: limitiamoci a considerare che starà a Gerard discernere nel suo lungo cammino di autoconsapevolezza – tra simpatie equivoche, speculazioni perplesse, soavi avventure in letti femminili – tra tipi diversi di trasgressione, fertilissima o distruttiva. Nonché meditare sul rapporto tra inferi di un serial killer e quelli di un’intera società, davanti allo psichiatra Franz Stein il cui cieco, moralistico legalismo è in fondo sempre lo stesso di quando militava per il Führer.

Attraverso i variegatissimi dialoghi tra Gerard e gli altri personaggi si dipana così via via la quest sui misteri di Austin, e in parallelo, in qualche modo maieutico, la quest interiore del protagonista: qualcosa che gli permette di riflettere sui tipi di ostacolo che impediscono all’uomo di realizzarsi appieno e sulle forze dominanti con cui fare i conti, in particolare il richiamo sessuale. Proprio la meditazione sugli istinti sessuali trova in questo romanzo uno spazio essenziale: sin dalla primissima versione (che lasciava in dubbio se una certa prostituta fosse stata davvero strangolata dal protagonista, perché non sarebbe cruciale la differenza tra sogno e realtà a fronte di un’esistenza umana come mero tessuto di illusioni) e comunque in questa che esaminiamo, assai diversa quanto a trama, e tanto più sottile e levigata. Qualcosa che certo si giustifica con gli interessi personali di Wilson – dai racconti del nonno sul vecchio Sventratore alle torbide fantasie adolescenziali, e via via per tutta la sua carriera di saggista – ma anche con motivi d’ambiente, in una Gran Bretagna che sta abbandonando solo in quegli anni una serie di atteggiamenti e convenzioni vittoriane, e il tema sesso che sfiata come da una pentola a pressione. Ma c’è di più, perché la biblioteca di Austin può in fondo contenere testi che di lì a poco appaiono un po’ defilati ben oltre i confini di Albione e persino nella provincialissima Italia (vogliamo parlare della raffinata collana Sugar Olimpo nero, che vede impazzare Sade?): a suggerire l’avanzata epocale delle curiosità per il sesso in forme svariate, appartate ma dilaganti, in parallelo del resto ai fasti dell’eros gotico, velato e simbolizzato ma chiarissimo, di tutto un cinema fantastico con la Hammer in testa.

Tra i molti spunti offerti da Riti notturni, nutrito di una messe di letture del giovane Wilson – per sua ammissione Joyce, Hemingway e Faulkner, forse già L’uomo senza qualità dove resta colpito dal personaggio Moosbrugger e molto altro, come evidentemente il Dorian Gray – mi limiterei a soffermarmi su tre dimensioni.

Anzitutto l’ambientazione. Evocata a colpi di pennello di grande efficacia e puntualità è tutta una Londra dove ultimi strascichi di un rigore postbellico stanno lasciando posto al salto Swinging, e il più vittoriano dei serial killer sembra riemergere tra locali notturni e alloggi moderni un po’ troppo riservati. Un mondo spesso notturno che vede tipi come Gerard vivere da privilegiati ma non troppo – una modesta rendita, una pensioncina fin troppo rumorosa, scaldabagni per cui contare le monete – e che però sta aprendosi a quell’arte e a quella cultura che negli anni successivi vedranno Londra centro del mondo. Per dire, Gerard e Austin si incontrano emblematicamente a una mostra sui Ballets russes e il grande danzatore Vaslav Nijinsky, proprio uno degli outsider del testo del ’56 (e anzi un profilo che nelle teorie di Wilson rientrerebbe nella categoria degli “outsider fisici” assieme, per dire, a Jack the Ripper). Ma quel palcoscenico esteriore di una società in trasformazione, quel teatro metropolitano tra misteri in case chiuse e nuove spudoratezze d’epoca, è del tutto congruo – come qualche critico ha osservato – al teatro interiore di Gerard, quasi la mappatura di Londra riproducesse le sue mappe mentali. I meccanismi della sua quest esistenziale, la sua illuminazione (magari confusa, velleitaria, ancora magmatica) su un rapporto con la realtà ordinaria e la libertà dell’oltre, l’eccitazione per le scoperte emerse grazie a quell’Austin che a Nijinsky assomiglia un po’, e il brivido che trasfigura persino la dimensione dei rapporti sessuali – prima per Gerard tradizionale e annoiata – echeggiano tensioni che stanno fermentando nella società dell’isola, trasgressioni nuove a una gabbia di regole avvertite come asfittiche, brancolamenti alla ricerca di qualcosa… Un’urgenza vissuta da Wilson e da tanti giovani come lui, e che rende testi come The Outsider e Riti notturni voci di un disagio e degli sforzi per superarlo, anzi dell’intuizione dirompente di nuove potenzialità. In chiave insieme di effetto e di causa – visto l’indubbio impatto dell’autore e delle sue provocazioni sulla cultura Swinging (nonché, in modo meno diretto ma significativo, sul Revival magico): e il teatro d’ambiente rende Riti notturni la vivida evocazione di un mondo.

Una seconda dimensione è quella delle mitologie collegate. Jack the Ripper era già apparso ovviamente in opere letterarie e narrazioni popolari, ma è nel calderone di questa Gran Bretagna e grazie in particolare ai saggi di Wilson – tra underground e pop – che “Gianni col coltello in mano” conosce una ridefinizione per il grande pubblico moderno. Con una formula che innova radicalmente il genere true crime dei vecchi Newgate novel e i repertori macabri della Chamber of Horrors di Madame Tussauds: il taglio “alla Wilson” è qualcosa che unisce un po’ di criminologia e scienze umane, un po’ di letteratura, misteri à gogo – compresi quelli dell’occulto – e tradizione britannica. Shakerando bene il tutto, il risultato è diverso sia dai repertori criminali all’americana, sia da quelli di mirabilia alla Charles Fort. Wilson spiega, argomenta, filosofeggia, a volte polemizza in modo irritante, non si accontenta delle stranianti ipotesi dei Book of the Damned che pure conosce, lavora sulla sociologia ed è a suo modo un figlio dell’empirismo britannico: i repertori criminologici popolari che troviamo oggi sugli scaffali di true crime della grande distribuzione libraria inglese trovano in lui il nonno o almeno lo zio matto – quello che impazzava nelle riunioni di famiglia e che ci ha lasciato una stramba eredità. A questa ridefinizione moderna del mito dello Sventratore si ricollega anche Riti notturni, con il suo finale non conciliatorio che rimanda in fondo proprio agli sviluppi ambigui della saga del 1888: e non a caso tale mostro-fantasma (per la definizione si rinvia qui) riappare qui in contemporanea con i colleghi dei primi, vittorianissimi film gotici della Hammer. Anche in questo senso, Riti notturni è un ottimo esempio di come le ombre dell’età vittoriana riemergano in chiave perturbante alla fine degli anni Cinquanta in una Gran Bretagna che sta riassestando la sua identità; e il neovittorianesimo pop di oggi trova in quel passaggio una delle sue radici fondamentali.

Una terza dimensione del romanzo su cui merita soffermarsi – last but not least – è poi quella del piano formale: e non solo per la scrittura tersa, elegante, magneticamente letteraria. A differenza che in altri suoi romanzi, qui Wilson ricorre a una formula narrativa curiosa. Non è un flusso di coscienza, a narrare – peraltro in stile piano – è un terzo onnisciente che ha Gerard per focus; e i dialoghi sono molto belli, perfettamente calibrati allo sguardo introspettivo, ma anche al rapporto maieutico grazie ai vari interlocutori. Eppure la mancanza di virgolette a marcare le battute e il particolarissimo impasto testuale che ne deriva lasciano la sensazione di una narrazione echeggiante quasi all’interno – di Gerard? dell’autore? del lettore? – e come sommessa. Una sorta di risacca narrativa dove partecipiamo in chiave di ipotesi alle solidarietà di un outsider per l’altro, tra scoperte libertà e ombre d’orrori almeno potenziali, sogni d’estasi e perversioni da cronaca nera – a tratti con un’equivoca osmosi di vedute, a tratti ponendo punti fermi almeno temporanei. Qualcosa comunque che evoca anche formalmente un dedalo personale: e confidata con eccitazione dalle pieghe di un’esistenza che si sta schiudendo alla primavera di qualche nuova consapevolezza, la narrazione ne mantiene l’ondivago fluire in pagine affascinanti, avvincenti e conturbanti.

Come i protagonisti del saggio del ’56, con le loro lacerazioni tra pastoie quotidiane e vertiginose soddisfazioni – celesti o infere – di una quest esistenziale, gli outsider di questo romanzo si modulano in “tipi” diversi: e sta al protagonista che è uno di loro capire qualcosa di più, capire dove potrebbe arrivare. Per cui è importante tener alta la guardia fino in fondo, non perdere di vista l’ultimo tassello del puzzle, in un finale che non tranquillizza i cultori del giallo, anche se giunge alla messa a fuoco filosofica – più o meno convincente, ma tant’è – del distinguo tra alcune categorie fondamentali. Qualcosa che non dissipa totalmente l’ambiguità propria dell’approccio di Wilson ma rappresenta (possiamo dirlo) anche una categoria inalienabile della modernità. E comunque raccontato in modo meraviglioso.

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