di Paolo Lago

Monica Longobardi, Viaggio in Occitania, prefazione di Fausta Garavini, Virtuosa-Mente, Aicurzio, 2019, pp. 295, € 29,00.

Monica Longobardi, con il suo Viaggio in Occitania, ha realizzato un vero e proprio studio pionieristico nel campo della filologia romanza. Se, infatti, in Austria o in Germania, tale disciplina presta attenzione alle lingue romanze antiche e attuali, in Italia, essa, come scrive Fausta Garavini nella prefazione al volume, “rimane arroccata nel Medioevo e non varca la soglia della modernità, tanto meno della contemporaneità”. Garavini, i cui importanti studi già erano stati pionieristici in questo senso, continua affermando che “ci voleva un’altra filologa romanza come Monica Longobardi, esperta, sì di Medioevo, ma aperta a molteplici sollecitazioni – dalla letteratura latina alle lingue immaginarie alle contaminazioni testuali alla poesia dialettale – per saltare il fosso, interessarsi con passione e far interessare i giovani a questa cultura negletta nel nostro paese”. L’approccio interdisciplinare di Monica Longobardi alla filologia (oltre che occuparsi di filologia romanza ha infatti dedicato saggi alla letteratura latina traducendo inoltre due importanti romanzi come il Satyricon di Petronio e le Metamorfosi di Apuleio) le ha permesso di realizzare uno studio dedicato alla letteratura occitanica contemporanea, di prestare attenzione, quindi, alla cultura minoritaria di una zona d’Europa (bisogna ricordare che la studiosa da alcuni anni ha aperto, all’università di Ferrara, un insegnamento di letteratura occitanica contemporanea, unico in Italia). La prospettiva adottata, perciò, è anche quella di una precisa geografia letteraria, prospettiva che risente, per certi aspetti, dell’approccio critico già attuato da Carlo Dionisotti per quanto riguarda la letteratura italiana.

I tre autori presi in esame sono Joseph (Jóusè) d’Arbaud (1874-1950), Mas-Felipe Delavouët (1920-1990) e Joan Ganhaire (1941-). I temi naturalistici sono assai importanti nelle opere di questi autori: la Provenza e il fiume Rodano, presenti nella letteratura occitanica con una forte valenza mitopoietica, sono i luoghi ideali in cui si può riscoprire un nuovo rapporto con la natura rivestito di connotazioni mitologiche pagane. Ognuno dei tre autori – scrive Longobardi – “coglie, attraverso i tratti naturalistici, l’anima mitica dei luoghi e la lunga storia del mondo, che non coincide con la storia costruita dagli uomini”. D’Arbaud celebra lo stagno del Vaccarès e la Camargue, Delavouët il fiume Rodano, Ganhaire la foresta di Feytaud nella Nuova Aquitania. Per d’Arbaud e Ganhaire, “la sovranità della Natura trova un’incarnazione in un essere totemico, rispettivamente un essere simile al dio Pan, e il Grande Lupo Grigio”, figure che si presentano quasi come ibridi semidivini, metà bestia e metà uomo.

La studiosa adotta quindi, in un certo senso, una prospettiva ecocritica, concentrandosi, all’interno delle dinamiche letterarie, sui rapporti fra uomo e ambiente naturale. La delicata interazione fra uomo e natura, nel primo dei romanzi analizzati da Longobardi, La bestia del Vaccarès (La Bèstio dóu Vacarès, 1926) di Joseph d’Arbaud, viene tematizzata nel ritrovamento, in piena Camargue, di uno sperduto e decrepito fauno da parte di un mandriano. Assistiamo, insomma, al vero e proprio ritorno di un dio pagano in una precisa collocazione geografica, la Camargue, dopo l’esilio e la rimozione cui erano state condannate le divinità pagane con l’avvento del cristianesimo. Il fauno, come già accennato, è una figura del dio Pan, il quale diviene anche una potente incarnazione della Natura. Se l’uomo viola la natura e ne distrugge la valenza sacra, la stessa Natura, stavolta con l’iniziale maiuscola, può ripresentarsi sotto antiche forme rimosse ma mai sopite. E il panismo, come nota giustamente Longobardi, “conosce una sua elezione «geografica» specifica e ideale nella letteratura occitanica”. L’opera di d’Arbaud utilizza l’espediente del manoscritto ritrovato, usato spesso in letteratura a partire da Potocki fino a Poe e Manzoni, e riferisce di un incontro fantastico con la Bestia in una notte di luna nuova: l’essere si presenta con un “fondoschiena ispido”, con “due zoccoli a forca”, ricoperto di “un saio di stoffa grossolana incollato sulla schiena e sui reni”. Ma è soprattutto il volto a intimorire il mandriano: una “faccia terrosa, due corna di cui uno troncato miseramente a metà e l’altro ricurvo in una voluta, rugose e infangate e simili del tutto a quelle del capro, creatura delle tenebre e in onore del quale si celebrano orride messe nel sabba”. L’incontro con questa sorta di mostro biblico è suggellato da un segno della croce: come nota la studiosa, “agli occhi del cristiano, l’alterità di quell’essere pagano non può che essere assimilata al dettato della Chiesa che quell’antico pantheon ha demonizzato definitivamente”. La Bestia si dichiara infatti esiliato dalla storia, emarginato all’interno della propria amata terra. Dopo la repulsione iniziale, il mandriano, vinto da pietà, offre però del cibo al fauno e, lentamente, nasce una vera e propria amicizia (“io porto come un male, nel mio sangue, la sua amicizia”). Il romanzo di d’Arbaud mette in scena quindi un incontro con l’Altro, con il Diverso: dopo una repulsione iniziale, l’alterità viene, per certi aspetti, superata e messa da parte. Ma il Diverso, in questo caso, rappresenta quasi la stessa Natura violata, incarnata da un essere ferino e mitico come il fauno che è stato allontanato e rimosso prima dal cristianesimo e poi dal progresso che ha sempre di più allontanato l’uomo dalla dimensione naturale. Il fauno è un vero e proprio genius loci, un “Lare di una terra desolata”, un essere che condivide con il mandriano “un compito perpetuo: la salvaguardia di un habitat e di una cultura in pericolo”.

La successiva opera presa in esame è la Storia del re morto che andava alla discesa (Istòri dóu Rèi mort qu’anavo à la desciso, 1961) di Max-Philippe Delavouët, un poeta che tiene molto alla vocalità e all’oralità dei suoi componimenti, espressi in una lingua “primigenia, concreta e sensuale” come quella provenzale. L’opera appartiene ad un genere letterario sentito oggi come desueto, il poema epico, e vede la sua genesi in una lettera del poeta datata 16 novembre 1955, in cui egli parla del suo nuovo progetto relativo alla navigazione fluviale di un morto. Fra le fonti più significative del poema vi sono senza dubbio l’Odissea, col suo eroe navigatore, Le Argonautiche di Apollonio Rodio, un poema di viaggio e di navigazione, fino alla Chanson de Roland e, in tempi più recenti, all’opera di Mallarmé. Il vero protagonista del poema non è il re morto ma “il fiume sacro e gli Alyscamps, o Isole Fortunate, la cui voce ipnotica (i «cantici delle profondità»?) sembra magnetizzare la salma del re, in quel sonno-viaggio sciamanico che lo guida a quell’approdo”. Il poema andrebbe comunque interpretato in relazione ad un’altra opera del “Trittico del tempo cattivo”, il Camin de la crous, il quale si chiude con la deposizione del corpo morto di Cristo, mentre l’Istòri si apre con un re morto senza nome che viene deposto non da una croce ma da un’alta vetta. Del resto, a monte del poema vi è anche l’usanza culturale di affidare i cadaveri a navi funerarie: in molte civiltà, infatti, l’acqua è un elemento di passaggio e la barca il suo sarcofago galleggiante (basti pensare soltanto alla barca di Caronte).

Di Joan Ganhaire vengono prese in esame due opere: L’ultimo dei Lobaterras (Lo darrier daus Lobaterras) e Il sentiero dei ginepri (Lo sendareu daus genebres). La vera protagonista del primo romanzo è la Natura, sotto le vesti della foresta di Feytaud, “santuario di pace e di verde silenzio”. Come dichiara lo stesso autore, uno dei temi principali dell’opera è la rappresentazione delle interazioni fra uomo e natura. La foresta viene descritta come fittissima e impenetrabile e in queste caratteristiche, come nota Longobardi, vi è la volontà consapevole di mettere in rilievo la sua impenetrabilità nei confronti dell’ingerenza umana. Al centro del romanzo vi sono due importanti conflitti: quello fra uomini e lupi e quello fra uomini e bosco. La foresta di Feytaud, in passato, è stata teatro di sanguinosi scontri fra i lupi e gli appartenenti alla stirpe dei Lobaterra, che si sono affrontati in duelli all’ultimo sangue, in “un viluppo inestricabile di fauci spietate e di carni azzannate”. La vicenda si ambienta nella seconda metà del XII secolo, in una fase del medioevo in cui gli uomini avevano iniziato da tempo a disboscare. I dissodatori e i disboscatori sono “la prima macchina da guerra” della penetrazione dell’uomo nella foresta, fino ad allora dominio incontrastato dei lupi. La Natura si vendica delle menomazioni inferte dagli uomini e Gontran il giovane, padre di Jaufre, muore schiacciato da un tronco (“Ma la foresta non si lasciava sempre sopraffare e più di una volta il lavoro dei dissodatori era attraversato dal grido breve di un boscaiolo schiacciato da un tronco caduto male. Così morì, un giorno di dicembre, Gontran il giovane”). Ed è proprio nel momento in cui gli altri boscaioli recuperano il suo cadavere che scorgono per la prima volta “un Gran Lupo Grigio” che li spia, “con il suo unico occhio, dal bordo della radura”. Insomma, come ribadisce anche la studiosa, il vero tema del libro “è il grande libro della Natura”. Si potrebbe dire, quindi, che la prospettiva adottata da Ganhaire è rigorosamente quella dell’ecocritica: problematizzare, cioè, le interazioni fra uomo e natura e, appunto, le sopraffazioni di cui la natura è vittima da parte dell’uomo. Un altro importante conflitto che ritroviamo al centro del romanzo è quello fra Natura e Cultura: la Natura si ribella continuamente a qualsiasi costruzione umana, sia materiale che di pensiero. All’interno di questo insanabile conflitto viene tematizzata la presenza di un’alterità esecranda, sconosciuta e terribile, che appare sotto vesti ferine, come la “Bestia” di d’Arbaud: è la figura di Arnaud, vittima di una maledizione che lo trasforma in uomo-lupo, la quale introduce “l’antico motivo del meraviglioso, il mostro, in quanto ibrido fra uomo e animale”. Il massimo della mescolanza fra uomo e animale lo abbiamo poi nel momento in cui viene rappresentata una danza tribale fra uomini e lupi, la quale “ha una forte valenza di amalgama erotico, di contagio venereo e, finalmente, di un’ibridazione genetica”.

L’altra opera di Ganhaire analizzata, Il sentiero dei ginepri, è invece una favola gotica che molto deve ai racconti di Edgar Allan Poe. I pochi riferimenti alla contemporaneità non riescono a scalfire la “bolla atemporale” in cui la vicenda nera si ambienta. Ci sono tutti gli ingredienti del gotico e della favola: una dimora avita solitaria e inquietante, una Baronessa arcigna (una strega?), un signorino malato, l’ultimo della sua stirpe di aristocratici affetta da tare ataviche, avvicinabili alla licantropia o al vampirismo. E proprio a un larvato vampirismo può essere avvicinata la malattia che mina il giovane aristocratico (presentato come estremamente pallido e dalle vene più volte recise), il quale appare al cospetto del medico narratore durante una battuta di caccia ai margini di un Grande Bosco, regno, come lo stesso palazzo, degli “oggetti desueti” della letteratura, secondo la definizione di Francesco Orlando. Il racconto celebra un vero e proprio trionfo della morte all’interno del quale Eros e Thanatos si stringono in un funereo abbraccio, secondo una visione romantica ampiamente trattata da Mario Praz nel suo La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica.

Per concludere, si può affermare, senza ombra di dubbio, che questo nuovo saggio di Monica Longobardi è uno strumento prezioso per avvicinarsi alla letteratura occitanica contemporanea e, per di più, per sondarla con uno sguardo ecocritico. Il “viaggio in Occitania” che ci propone l’autrice è una vera e propria immersione in un mondo incantato, fantastico, regno del soprannaturale e di un possibile ritorno di antiche divinità pagane rimosse dal cristianesimo. La Provenza diviene allora un territorio dove la Natura è protagonista, dove è necessario, ora più che mai, continuare a preservarla e a difenderla. Ma diviene anche un territorio magico e incantato dove, proprio grazie a una presenza così forte di un paesaggio naturale per certi versi ancora incontaminato (nel quale il Rodano svetta come una regale divinità), si possono incontrare esseri fantastici e ‘pagani’ come fauni e licantropi. Un luogo dove, come nell’antica Grecia, forse è possibile incontrare una presenza divina presso le fonti, i corsi d’acqua, i boschi. E allora comprendiamo che natura e mito, natura e immaginario creativo vanno di pari passo. Se distruggiamo la prima, distruggiamo anche i secondi. Quello di Monica Longobardi appartiene alla categoria di studi critici che, per mezzo della letteratura, per mezzo della rivalutazione di opere letterarie che pongono la Natura al loro centro, ci intendono trasmettere la ritrovata coscienza di un’ecologia del pensiero.

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