di Giorgio Bona

Qui le precedenti puntate.

Maledetta fibra. Abbiamo già avuto modo di dire che la polvere d’amianto non coinvolse soltanto i lavoratori della fabbrica, ma anche molti di quei cittadini che in fabbrica non avevano mai messo piede.

Certo che il problema assunse un dramma, prima di tutto, di rilevanza familiare. Le mogli che lavavano le tute dei mariti venivano a contatto con la fibra, per cui anche loro diventarono, inconsapevolmente, soggetti a rischio. Molte furono vittime di mesotelioma, come se avessero fatto parte integrante di quel mondo. Così i figli.

E non solo. La polvere di amianto aveva una dispersione che arrivava a contaminare a 27 km di distanza dal luogo dei processi di lavorazione. Una catastrofe.

Quando l’ordinanza 83 decretò la chiusura dello stabilimento Eternit, giunsero anche da altre realtà dati sconcertanti. Possiamo provare a segnalarne qualcuno, così, tanto per dire che il problema Eternit non aveva una rilevanza soltanto provinciale, ma una portata nazionale e anche fuori dai nostri confini.

Da un summit tenuto alla fine del 2004 a Tokio risultava che di amianto se ne producevano ancora circa due milioni di tonnellate. La Russia, la Cina e il Canada coprivano ancora due terzi della produzione mondiale. L’unica arma per convincere le multinazionali a cessare la produzione era quella di portare avanti denunce per le malattie provocate dalla fibra, accompagnate dalla richiesta di forti indennizzi per risarcimento danni. In questo modo, le multinazionali medesime, costrette a pagare, dovevano per forza interrompere, perché i costi sarebbero aumentati notevolmente e non avrebbero potutopiù essere competitive.

Rimanendo, però, nell’ambito territoriale nazionale non ci privammo di nulla. I danni provocati dall’amianto causarono prima di tutto un disastro ambientale e, in secondo luogo, tragedia immane, malattie che non lasciavano scampo.

Considerando che la Eternit di Casale Monferrato fu il più grande stabilimento  a livello europeo, che negli anni 60 si fece carico anche degli scarichi e degli scarti di manufatti di quel materiale che provenivano da altri siti, devastando il territorio casalese con discariche a cielo aperto, possiamo ricordare altre realtà che non ebbero nulla da invidiare in fatto di danno ambientale e di mortalità a causa delle polveri.

La Fibronit Bari provocò danni alla popolazione barese a causa dell’amianto che veniva smaltito attraverso il mare, perché l’azienda costituì la spiaggia come suo luogo privilegiato per lo smaltimento dei rifiuti, scaricati nei quasi trentanni di lavorazioni. Così come a Casale Monferrato, dove si scaricava nel Po e la spiaggia era altamente contaminata. A Bari il problema principale si concretizzò nel corso degli anni, quando la gente che frequentava le spiagge si ammalava a causa della presenza dell’amianto nella sabbia.

La medesima cosa si riscontrò alla Eternit di Siracusa. Nei fondali marini siracusani erano presenti enormi quantità di manufatti di scarto prodotti dallo stabilimento siciliano. Anche questo era uno stabilimento di una certa importanza. Tra gli anni sessanta e gli anni settanta vi lavoravano circa trecento dipendenti e oltre cinquanta morirono per tumore alle vie respiratorie. Molti di questi lavoratori si ammalarono in seguito.

In ultimo aggiungiamo la Fincantieri di Monfalcone, dove il reparto di Oncologia dell’ospedale cittadino, nei primi anni settanta, scoprì tra i cartieristi un’altissima incidenza di mesoteliomi. L’amianto venne sostituito dalla lana di vetro e di roccia, e con questo divenne difficile prevedere fin dove arrivavano i danni provocati dall’amianto e dove cominciavano quelli con le materie con cui fu rimpiazzato.

Terribili le testimonianze raccolte dai lavoratori. La vedova di un operaio della Fincantieri di Monfalcone riporta: mio marito ha fatto il tubista per trentacinque anni in quella fabbrica. Ha incominciato a star male quattro giorni dopo che era andato in pensione. Un anno dopo arrivò la diagnosi: mesotelioma pleurico. Morì dopo quattro mesi. Per questo con fermezza i lavoratori dichiararono “Comparire per non scomparire” e l’aula di un tribunale a questo punto era l’unico spazio per chiedere un po’ di giustizia. Anche i lavoratori della Fincantieri avevano in passato gli stessi metodi di lavorazione dell’amianto che avevano i colleghi casalesi. A mani nude senza protezione. “Noi ci tiravamo i sacchi di amianto puro, lo scaricavamo dalle navi che venivano dal Sud Africa. L’amianto ci finiva anche in tasca. Chi di noi ha lavorato in cooperativa non ha neppure un padrone con cui prendersela.”

Tutti questi risultati hanno contribuito nel tempo a confrontare i risultati delle commissioni lavoro su quattro grandi tematiche: salute ed epidemiologia, bonifiche, legislazione e previdenza.

Una cosa è certa, che le cifre erano pesanti. Tremila morti ogni anno in Italia per tumori ai polmoni, milioni di metri cubi di eternit da rimuovere, anche negli asili, nelle scuole, in edifici pubblici e privati. I dirigenti degli stabilimenti dove si lavorava l’amianto avevano sempre sostenuto di non sapere della sua pericolosità, e se fosse stato abbattuto prima forse avremmo ridotto i danni.

Ci si chiede, in ogni caso, quanto le aziende fossero tenute a prendere in considerazione tutte le precauzioni a protezione della salute dei lavoratori. E se nessuno aveva preso in considerazione le condizioni di salute dei lavoratori con tutti i possibili rischi che ne derivavano, figuriamoci se veniva preso in considerazione la situazione che si era creata all’esterno.

Dopotutto, quando l’amianto è stato abbattuto, erano passati cinque anni dall’ordinanza che fece chiudere la Eternit di Casale Monferrato. Era il 1992. Da una conferenza emergeva, però, che gli ultimi paesi entrati nell’Unione Europea adoperavano ancora l’amianto. Dovevano metterlo al bando, applicando una direttiva europea che avrebbe dovuto essere avanzata per i paesi dell’est.

Ma prima di arrivarci c’era ancora parecchia strada da fare.

(continua)

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