di Mauro Baldrati

Franco Arminio è un poeta cool. Uno alla moda. Già da questa premessa uno potrebbe dire: tu sei invidioso. Non potrei negarlo. L’invidia è un sentimento umano, troppo umano. È anche una delle malattie professionali di molti scrittori, insieme all’insonnia e alla paranoia dei rumori. L’importante è esserne consapevoli. Non negare, né rimuovere. Così possiamo dominarla, l’invidia, e non farci dominare da lei.

Ma io non sono invidioso di Franco Arminio come poeta, per un motivo che spiegherò più avanti. No, se l’invidia c’è, lo sono per il suo status di personaggio smart. Perché appartiene a quella élite upper class cui tutto è concesso. Quelli come lui se desiderano una cosa devono solo allungare una mano e prenderla. Non ci sono barriere tra loro e l’oggetto del desiderio. Nessun ostacolo. E’ nella loro natura. Lo è dalla nascita.

Il motivo di questo fenomeno è ignoto. Come ignote sono le cause scatenanti dell’amore, dell’arte, della fede religiosa. Fanno parte della storia millenaria della nostra specie. Di sicuro gli appartenenti a questa élite, come canta Frankie, “si sentono meglio”. È tutto molto comodo, e facile. Mentre per noi che ci agitiamo nella working class ogni piccolo gesto è carico di complicanze e di fatiche. Dobbiamo combattere duramente per raggiungere i nostri obiettivi, anche minimi, e spesso falliamo. E non ci sentiamo affatto meglio.

Per upper class e cool non intendo la ricchezza. I soldi non c’entrano. O meglio, non sono tutto. Un esempio molto significativo di cosa intendo è dato da un flash nel bellissimo Just Kids di Patti Smith. Janis Joplin era sempre attorniata da ancelle, ragazze che la seguivano ovunque e la accudivano. Accadeva che dopo i concerti Janis adocchiasse qualche giovanotto attraente. Allora cercava di sedurlo, di portarselo in camera, per scacciare la tristezza cronica che la perseguitava. Dopo una serata di chiacchiere, di risate, di canne, il giovanotto, d’un tratto se ne andava con una delle ancelle, che per tutta la serata non aveva quasi aperto bocca. E Janis ci rimaneva con un palmo di naso. Così si ritirava in camera, da sola, piangeva disperata e si strafaceva. Più di una volta Patti l’ha accompagnata per consolarla, tenendole la mano.

Franco Arminio è come quell’ancella. Gli basta uno sguardo, un gesto, e tutto diventa cremoso, e dolce. Ho visto un’intervista televisiva, lui in uno scenario dei suoi magnifici appennini. A un certo punto l’intervistatrice gli ha chiesto come mai non scrive romanzi. Franco Arminio ha risposto che non lo fa perché la narrativa è governata dal tempo, e lui non vuole essere dipendente dal tempo. Una risposta perfetta. Infatti l’intervistatrice era rapita. Spalancava gli occhi straripanti di ammirazione e sbatteva continuamente le palpebre. Stava assistendo a una scena epica. Il Poeta che rivelava una grande verità. Un momento irripetibile.

Ecco la differenza tra Franco Arminio e me. Se anch’io riuscissi a essere smart, a una domanda perché non scrivo poesia risponderei che la poesia è governata dalla rarefazione del tempo, e io non voglio dipendere dalla rarefazione del tempo. Invece cosa risponderei? Che non scrivo poesia perché non ne sono capace. Una rispostaccia. L’intervistatrice non spalancherebbe gli occhi, ma alzerebbe le sopracciglia con un imbarazzato “oh”. Ecco perché non sono invidioso del poeta Franco Arminio: perché non so scrivere poesia. Non ne vado fiero. È un limite che mi fa soffrire. Ma non riesco a trovare un modo fascinoso per dirlo. E sono costretto a esprimermi conformemente alla mia classe.

La mia classe è la più dura, e la più faticosa. Siamo in guerra. La guerra eterna. Per restare a galla, per andare avanti. Per non recedere nella over: la povertà, il precariato perenne, l’emarginazione. Se si fa politica, poi, è la sconfitta garantita. In realtà se si è giovani, e in buona salute, conviene rompere. Meglio mandare al diavolo il mondo con la sua teoria dell’ingiustizia, col culto del denaro e del privilegio. Rifiutare il ruolo della vittima consenziente. Del malato della Sindrome di Stoccolma. Henry Miller, un secolo fa, fece questa scelta. Ne parla diffusamente in Plexus, secondo me il suo capolavoro. A New York lavorava come direttore del personale alla Western Union. Tutti i giorni andava al lavoro, doveva gestire un’umanità pazzoide, derelitta, i disperati, i fattorini precari. Perché, si chiedeva, devo lavorare dalla mattina alla sera rischiando la pazzia, con l’incubo dell’affitto pagare, delle bollette, chinando il capo di fronte ai superiori, per poi accanirmi sui più deboli? All’inferno la Società Cosmodemonica, addio all’America puritana e conformista. Così spaccò tutto. Piantò il lavoro, gli impegni, e fuggì nella città dei suoi sogni, Parigi, con dieci dollari in tasca. Iniziò una nuova vita, una vita da marginale, da artista squattrinato. Da happy rock.

Conosco quel mondo. Ne ho fatto parte. Ma ora non sono più giovane, né in buona salute, per cui ho raccontato un po’ quei personaggi e quella vita in due racconti qui e qui.

Franco Arminio non ha questa esigenza.
Gli basta il suo morbido, strano destino di poeta cool di successo.
Ha tutto ciò che gli serve.
Franco Arminio si sente meglio.

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