di Mauro Baldrati

Nel mondo animale esistono due categorie: quella del respiro lento e quella del respiro veloce. Gli appartenenti alla prima sono longevi: le balene (balenottera 80-90 anni; capodoglio 60-70; megattera 45-50), l’elefante 60-70; testuggine 80; rinoceronte 40-50. I membri della seconda sono più veloci, efficienti e dalla vita molto più breve: lupo 6-8; volpe 2-5; gatto 10-16; tigre 10-15; leone 10-14.

Alcuni studiosi hanno imputato questa differenza di longevità proprio al respiro, alla circolazione del sangue e dell’ossigeno. Poiché noi crediamo nell’imprinting zoomorfico, gli scrittori dal respiro lento hanno – hanno avuto – una vita letteraria lunga secoli. Invece i respiratori veloci, per mutevoli e misteriose concause, hanno vita breve, in molti casi brevissima, e si perdono nello sterminato fantabosco dell’editoria, dove si nasce, forse si sopravvive, oppure si finisce divorati, o schiacciati, o bruciati.

Naturalmente non si tratta per forza di una classifica di qualità. Un leopardo non è “inferiore” a un elefante. Semplicemente ha una costituzione diversa, un destino diverso. Ognuno ha il suo territorio, il suo percorso.

I due libri che presentiamo ci hanno convinto proprio per la velocità della scrittura, lo sprint del ghepardo (vita media 10-12), fulminante e di durata direttamente proporzionale all’intensità.

Ci sentiamo di consigliarli a tutti, soprattutto agli scrittori/artistici, perché il mondo moderno, con le deforestazioni, l’inquinamento, la pesca e la caccia indiscriminate, ha portato alla quasi estinzione delle megattere Proust, degli elefanti Tolstoj, per cui non esistono più quelle straordinarie longevità.

ANTICA MADRE di Valerio Massimo Manfredi

Mondadori, Milano 2019 pp 218 € 19

Romanzo storico quanto meno anomalo. Narra una storia complessa, epica, che affonda le radici nell’antica Roma imperiale, e ha come personaggi Nerone e Seneca. Manfredi è uno specialista, uno storico, un topografo, un archeologo. Ogni parola, ogni dettaglio è preciso e conforme ai fatti. Conosce anche il respiro lento: ha scritto un’opera monumentale su Alessandro, si è immerso nella Sparta guerriera, nella Romanità de L’ultima Legione. Forse per questo può permettersi questa velocità? Prendiamo un Wilbur Smith, un Christian Jacq: per raccontare la vicenda di questo romanzo, una spedizione nelle profondità dell’Africa di una task force militare alla ricerca delle mitiche origini del Nilo, con la presenza di una giovane e misteriosa guerriera in grado di abbattere i più esperti gladiatori dell’arena, fino al rogo di Roma e a un attentato al mostruoso, depravato imperatore, di quante pagine avrebbero avuto bisogno? Almeno mille, ma probabilmente avrebbero progettato una trilogia. Invece Manfredi fila come un’impala e sbriga l’intera operazione con poco più di duecento. E funziona. E’ questa la stranezza. Che funziona. Per dire, la guerriera Varea, bellissima e ostile, è stata catturata durante una battuta di caccia per rifornire le arene di belve da far sbranare e da scagliare contro i gladiatori. Che ne facciamo di questa ragazza? Dovrà per forza entrare in empatia col protagonista, il centurione primus pilus Voreno. Tra l’altro non ha mai visto i romani, non conosce la lingua né le loro abitudini. Beh, in un paio di paginette è pronta, e ha già imparato la lingua. Così come il viaggio – ci sono alcune descrizioni lampo degli scenari e delle popolazioni, persino una battaglia campale contro un esercito di possenti guerrieri africani – è a velocità sovralimentata, tipo “due mesi dopo arrivarono…” E’ anche un curioso compendio di stili: alle mini narrazioni materialiste, il viaggio, i dialoghi, si sovrappone un lirismo che fa strabuzzare gli occhi. Voreno, che appartiene a un popolo di imperialisti guerrafondai e spietati, è innamorato platonicamente di Varea, del suo mistero antico, e sembra un cavaliere dell’alto medioevo che pensa alla bella castellana idealizzata. Così alcuni scorci africani sembrano usciti da qualche ode romantica coi tramonti poetici e drammatici. Ma il tutto in 3-4 righe, e via.

Per cui non ci si annoia, mai. Non solo per la vicenda, che di per sé è avvincente, ma per questa mancanza di qualsiasi smanceria, di pause narrative e espedienti vari. Può essere un testo utile a chi si occupa di scrittura. Infatti ci si chiede come l’autore sia riuscito in questa impresa, arrivare a una sorta di sintesi della sintesi di tutto ciò che concerne la fiction.

Due campionamenti: 1 pag. 107: La foresta dell’Atlante era d’incredibile bellezza: fonti cristalline alimentate dalle nevi delle cime che reggevano il firmamento precipitavano poi in cascate spumeggianti; e c’erano tronchi colossali rivestiti da immense chiome e vaste falde azzurrine. Di fronte a questa meraviglia la leggenda di Atlante era una mirabile metafora. 2 pag. 109: Varea, immobile a poca distanza, aveva il volto molle di lacrime e guardava lo spirito di Haddad volare ai picchi nevosi e candidi, alle nubi tempestose, che salivano all’orizzonte a oscurare il grande disco vermiglio che tramontava, gonfie di folgori e di lampi palpitanti.

LA DANZA DEL GORILLA di Sandrone Dazieri

Nero Rizzoli, Milano 2019, pagg. 236, € 18

La storia è impegnativa, un’indagine pericolosa nella Milano attuale, immediatamente pre-virus, ma la velocità è nello stile. Sandrone Dazieri ha questa capacità di evocare ambienti, personaggi, epicità, con pochi, fulminei cenni che aprono squarci su mondi perduti, o sinistramente moderni.

Per esempio, il Gorilla è rintanato ad Amsterdam su un barcone a fumare ganja, per curare la propria nevrosi schizofrenica. Subito sale un brivido turistico pensando al romanticismo dei barconi coi fiori – e anche le piante di cannabis – che Dazieri “mette a posto” con due righe e mezzo, a pag. 1: Dopo i primi giorni sottocoperta avevo capito perché gli olandesi preferivano affittare agli stranieri invece che galleggiare di persona. Già sentiamo l’odoraccio delle acque scure mezze stagnanti, l’umidità che penetra dappertutto, e i topi che si arrampicano. Qui riceve la telefonata di un conoscente/socio in un pub che l’informa della morte di un vecchio pard, Albero (senza la “t”), compagno antagonista negli anni ruggenti dei centri sociali. Così vola a Milano per il funerale, e qui lo seguiamo nella camera mortuaria: L’appartamentino era al terzo piano, sporco, buio e pieno di persone che parlavano o piangevano, o bevevano vino rosso in bicchieri di plastica. C’erano pance da birra e barbe bianche, occhiali spessi, tatuaggi stinti e, qua e là, kefieh insieme ad accenni di vecchie divise skinhead. Il cadavere è disteso sul letto Ikea in jeans e camicia bianca, senza simboli religiosi ma con la bandiera anarchica appesa dietro. Pennellate lampo (il vino rosso in bicchieri di plastica, che è sempre stato una delle bevande ufficiali dei centri sociali, insieme alla birra), che ci mostrano, quasi con luci iperrealiste, un ambiente di reduci, di vecchi lupi della steppa un po’ imbolsiti. Il vecchio mondo del Gorilla insomma, ma soprattutto dell’autore, che è stato uno degli animatori del Leoncavallo di Milano, proprio come “il grande scrittore Valerio Evangelisti”, il nostro direttore, al quale il romanzo è dedicato, lo era al Crack di Bologna, .

Ma chi è il Gorilla? E’ un investigatore privato molto particolare, nato vent’anni fa e protagonista di quattro romanzi (questo è il quinto). Cinico, sarcastico, pessimista ma tenace, è “politicamente corretto” in una mitopoietica politicamente scorrettissima. Soffre di un gravissimo sdoppiamento di personalità: Il Socio, la sua seconda identità aggressiva e violenta, lo porta a compiere azioni devastanti, come farlo svegliare, di notte, in mezzo al fango e alla cenere di due capannoni bruciati, sui quali sta indagando. Come ci è arrivato? Oppure nudo, sul lettino d’acciaio di un obitorio, dove ha appena avuto un rapporto sessuale con la dottoressa anatomo-patologa, che lo chiama Tonto, di cui non ricorda nulla. Sembra Alfonso van Worden che nel Manoscritto trovato a Saragozza si sveglia continuamente sotto la forca di un impiccato, non si sa perché.

L’indagine, che riguarda i capannoni e la morte dell’amico Albero, archiviata come suicidio, mentre in realtà, è convinto il Gorilla, è stato assassinato, procede svelta, precisa, in una Milano che non solo non ha più nulla “da bere”, ma è stata bevuta dalla speculazione e dal malaffare: Milano? Stai parlando del nuovo capoluogo della Calabria. La ‘ndrangheta è dentro tutto: le nuove linee della metro, la ristrutturazione dei Navigli, la Bre-Be-Mi, la tangenziale esterna. Una Milano fatta di periferie spettrali, di cliniche clandestine che curano i poveri, i senzatetto, le prostitute, ma il tutto senza smancerie né lirismi di sorta. E’ una narrazione spietata, di un’ironia amara e aggressiva, alla Leonard per capirci, dove è impossibile annoiarsi. I dialoghi sono pirotecnici, taglienti, pazzoidi, di chi sta per prendersi a sberle e poi invece decide di collaborare, dopo aver mandato regolarmente l’interlocutore a farsi fottere. Per dire: l’amico Alex, il “nano di merda”, chiede al Gorilla perché vuole essere lasciato per forza in un certo posto, e lui: Basta che ti fermi prima, come doveva fare tuo padre invece di venire dentro tua madre. Uno dei tuoi padri.

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