di Armando Lancellotti

Paolo Borruso, Debre Libanos 1937. Il più grave crimine di guerra dell’Italia, Editori Laterza, Bari, 2020, pp. 244, € 20,00

Il più grave e cruento eccidio di cristiani africani è stato compiuto da soldati italiani e si è trattato di un insieme coordinato di azioni di “polizia coloniale” finalizzate alla repressione e alla vendetta. È accaduto poco più di ottant’anni fa, a seguito di una guerra di conquista imperialistica, che ha conosciuto il più ampio dispiegamento di uomini, armi, mezzi e risorse di tutta la storia del colonialismo europeo in Africa, eccezion fatta per il conflitto anglo-boero. Una guerra che ha visto i soldati italiani fare ricorso ad armi messe al bando una decina di anni prima da accordi internazionali sottoscritti dall’Italia stessa, che si è assunta la responsabilità di attaccare un paese sovrano e compartecipe di quella Società delle Nazioni che avrebbe dovuto impedire l’aggressione tra stati membri. È successo in un momento estremamente critico per le relazioni internazionali nella prima metà del XX secolo, quando l’Europa stava rapidamente avviandosi sulla strada del secondo conflitto mondiale, così da favorire un sostanziale disinteresse delle cancellerie europee per le sorti del paese aggredito. Una violenta guerra di aggressione che ha contribuito in maniera determinante all’avvicinamento e all’alleanza tra due dittature e due regimi – quello fascista e quello nazionalsocialista – che, seppur ideologicamente strettamente apparentati, avevano espresso, fino a poco prima, finalità diverse e talvolta divergenti.

Una strage così brutale da poter essere considerata paradigmatica della violenza scatenata da una guerra condotta da un regime totalitario e con finalità totalitarie, tra le quali, ad esempio, quella di introdurre una legislazione di discriminazione e segregazione razziali in un paese prima ingiustificatamente aggredito, poi sconfitto, con il sistematico ricorso anche ad armi chimiche ed infine sottomesso, attraverso una spietata politica di repressione di ogni forma di dissenso e di resistenza. Un crimine di guerra che ha avuto il suo culmine nel massacro di un’intera comunità religiosa, cristiana, perpetrato da militi cattolici dell’esercito di un paese governato da un regime confessionale, che meno di una decina di anni prima aveva sottoscritto un concordato col Vaticano che aveva inteso “consacrare” il connubio, solido e duraturo, tra fascio e altare.

Insomma, questo crimine così grave e violento è avvenuto in Etiopia, nell’Africa Orientale dell’Italia fascista, tra il febbraio e il maggio del 1937, come vendetta per l’attentato subito dal viceré Rodolfo Graziani ad opera di alcuni resistenti anti italiani ed ha portato alla morte, come effetto di una serie di azioni tutte coordinate e sovraintese dalle più alte autorità del regime e del governo coloniale, di poco meno di diecimila persone, duemila delle quali erano monaci, teologi, professori, studenti, pellegrini della città conventuale di Debre Libanos, ossia il centro più importante della chiesa cristiana ortodossa etiope (o copta).

Di una pagina di storia tanto tetra quanto densa come questa, la memoria collettiva di un paese dovrebbe conservare ed alimentare il ricordo, ma la realtà dei fatti è di tutt’altro segno: dell’eccidio di Debre Libanos, delle sue premesse, dell’insieme delle circostanze e degli eventi, delle sue conseguenze gli italiani conoscono poco o nulla. E questo si deve, più ancora che agli sforzi del regime fascista di occultare quei fatti nel 1937 e negli anni successivi, a quella gigantesca operazione di rimozione della memoria storica avvenuta nel secondo dopoguerra e che ha condotto all’oblio delle pagine più oscure del fascismo italiano, delle sue guerre, dei suoi crimini e alla sostituzione di essi, nel profondo della coscienza collettiva, con il mito autoassolutorio degli “italiani brava gente”, di cui si è scritto in altre occasioni [qui e qui] e su cui qui si ritorna a riflettere, a seguito della recente pubblicazione per Laterza dell’interessante libro di Paolo Borruso, Debre Libanos 1937. Il più grave crimine di guerra dell’Italia.

Borruso insegna storia contemporanea all’Università cattolica di Milano e da anni porta avanti le sue ricerche sull’Africa contemporanea, sull’Etiopia in particolare, sul colonialismo italiano, prestando una speciale attenzione ai fenomeni e agli aspetti religiosi, come in questo suo ultimo lavoro sulla strage di Debre Libanos, in cui l’accento è spesso posto sulla convergenza di fattori politici e religiosi, di interessi e di finalità del regime fascista e della Chiesa cattolica italiana, da intendersi come elementi che concorsero a creare i presupposti per scatenare e condurre a termine la guerra d’Etiopia, in un clima di piena collaborazione tra Stato e Chiesa: alla volontà del fascismo di “lavare l’onta” di Adua e di realizzare il sogno dell’impero africano, si aggiungevano le pretese civilizzatrici proprie dell’ideologia arrogante tipica di ogni colonialismo, che in questo caso facilmente si confondevano e si mescolavano con uno spirito missionario distorto, alimentato dal disprezzo per l’eresia scismatica del cristianesimo miafisita etiope. Gli obiettivi politici e militari del regime e quelli religiosi del cattolicesimo italiano si sovrapposero dal momento in cui la Chiesa abissina venne individuata come colonna portante della società e del sistema politico ed istituzionale dell’impero cristiano africano del negus neghesti, che da sempre, nella sua lunghissima storia, aveva trovato nella fede e nella consacrazione della Chiesa le basi della propria autorità. I più alti vertici dello Stato italiano, da Mussolini, al Ministro delle colonie Lessona, fino al viceré d’Etiopia Graziani, si convinsero sia dell’indissolubilità del legame tra Stato neghussita e Chiesa locale, sia dell’attività di sostegno o addirittura di organizzazione, da parte della Chiesa etiope stessa, della resistenza e della guerriglia anti italiana, anche dopo la fine della guerra e il ritiro del negus nel suo esilio londinese.

Infliggere un colpo mortale alla Chiesa etiope avrebbe significato destrutturare la società, quanto rimaneva del sistema politico precedente, l’identità e la coscienza nazionali della colonia appena conquistata, al fine di sottometterla totalmente. Una sottomissione che per la Chiesa italiana avrebbe dovuto essere anche religiosa, affinché la più antica comunità cristiana d’Africa potesse essere ricondotta sotto l’autorità cattolico-romana, più di millecinquecento anni dopo quel Concilio di Calcedonia del 351 che aveva segnato la separazione tra l’ortodossia cattolica e le chiese monofisite. La sconfitta e la completa sottomissione dell’Etiopia avrebbero condotto al trionfo della Roma fascista e della Roma cattolica in un unico colpo.

Il più convinto interprete di questa politica della inflessibile durezza della conquista, insieme al duce stesso, almeno fino a quando quest’ultimo non decise, tra la fine del 1937 e l’inizio del 1938, di correggere parzialmente la linea di condotta governativa in AOI, fu il generale Rodolfo Graziani, che durante gli otto mesi del conflitto aveva condotto le azioni militari sul fronte meridionale e che, dopo il rientro in Italia di Badoglio, assunse il titolo di viceré d’Etiopia. Fin dai primi mesi della sua esperienza di governo, si diede come obiettivo quello della “pacificazione” del territorio, ovverosia quello dello sradicamento di ogni forma di resistenza etiopica ed è in questo contesto che presero il via le grandi operazioni di “polizia coloniale”, che dovevano condurre all’assoluta imposizione della legge fascista e degli italiani sulla popolazione locale, il cui ruolo poteva essere solo quello dei sudditi sottomessi. Come ebbe a dire lo stesso Mussolini, nel governo dell’impero africano non sarebbe stata tollerata alcuna “mezzadria”; il comando sarebbe spettato solo agli italiani.

Insomma, nel caso dell’Africa Orientale Italiana, ad obiettivi, contenuti e metodi propri di ogni imperialismo coloniale, si aggiunse la natura totalitaria del regime politico del paese conquistatore, che fece dell’impero africano fascista un unicum nella storia del colonialismo. Un qualcosa di unico in particolare per la violenza praticata e per il disprezzo espresso nei confronti delle popolazioni indigene, disprezzo che individuò uno dei suoi bersagli principali nella Chiesa ortodossa etiopica, considerata l’anima nascosta della resistenza abissina. Ne conseguì, pertanto, la decisione presa da Graziani, qualche giorno dopo il 19 febbraio ’37, data dell’attentato alla sua vita al quale sopravvisse, di infliggere una punizione esemplare alla Chiesa etiopica, sulla base delle prove raccolte dalle autorità italiane che gli attentatori in fuga avevano fatto tappa al convento di Debre Libanos. Si trattò di un’occasione che Graziani, col pieno appoggio di Mussolini, non volle lasciarsi scappare e che si concretizzò nel «più grave crimine di guerra» compiuto dagli italiani, come si dimostra in questo interessante libro di Paolo Borruso, il quale, sulla base dell’ormai nutrita letteratura sull’argomento (gli studi di Campbell, Del Boca, Rochat, Labanca, giusto per citare i più importanti) e di accurate ricerche d’archivio, fornisce un’attenta e molto ricca disamina dei fatti accaduti tra febbraio e maggio 1937 in Etiopia.

Nei primi capitoli l’impresa abissina dell’Italia fascista viene collocata nel suo complesso contesto storico-politico nazionale ed internazionale e di particolare interesse risultano le pagine dedicate allo studio della posizione assunta dalla Chiesa cattolica italiana e dal Vaticano riguardo al cristianesimo etiopico, sia prima della guerra, quando organi e apparati ecclesiastici italiani si impegnarono a fondo nell’organizzare una sistematica campagna denigratoria nei confronti della Chiesa abissina, sia durante la guerra stessa, quando l’appoggio al paese in armi e al suo governo non venne mai fatto mancare, nelle prediche ai fedeli, negli articoli sulla stampa ecclesiastica o attraverso qualsiasi altro strumento utile allo scopo. Al contesto nazionale che si preparava alla guerra si aggiunse poi la cornice delle relazioni politiche internazionali, tutte incatenate a quella politica dell’appeasement che si rivelò essere una trappola letale non solo per l’Etiopia, ma, nel corso degli anni successivi, anche per l’Europa e che sarebbe culminata nella Conferenza di Monaco del 1938. Le pagine del libro incentrate sulla guerra [si veda anche qui], preparata con incidenti di frontiera creati e predisposti ad arte – soprattutto lungo l’incerto confine tra Somalia italiana ed Etiopia –, iniziata nell’ottobre del 1935 e conclusa nel maggio del 1936, conducono poi alla parte centrale del lavoro di Borruso, quella che ricostruisce nel dettaglio l’attentato a Graziani del 19 febbraio e soprattutto la furia vendicatrice che si scatenò subito dopo.

Alla mattanza condotta dai fascisti ad Addis Abeba nelle giornate immediatamente successive al 19 febbraio e che fece secondo le stime più contenute almeno 3000 morti tra i civili della capitale, si sommarono poi la cattura e l’uccisione di centinaia di cantastorie, accusati di fare propaganda anti italiana, di molti cadetti della scuola militare di Olettà, di decine di alti ex funzionari governativi. A questi, nei mesi successi, si aggiunsero altre all’incirca 1500 persone sommariamente fucilate, prima ancora che prendesse il via la fase ultima del “generale repulisti”, come ebbe modo di definirlo lo stesso viceré. L’attacco a Debre Libanos fu affidato al generale Maletti, che nelle prime settimane di maggio, con la sua marcia di avvicinamento al convento, causò la morte di 2500-3000 civili, insieme alla distruzione di una quantità enorme di beni materiali e giunse alla città conventuale per la festività del 20 maggio, giorno dedicato al santo Takla Haymanot, a cui è intitolato il convento stesso, consapevole di trovare molti pellegrini e fedeli, insieme ai religiosi del monastero. Secondo le ricostruzioni, l’eccidio, perpetrato tra il 20 e il 29 maggio, di monaci, preti, diaconi, insegnanti, pellegrini, ecc. toccò le 2000 vittime, prima catturate, poi momentaneamente internate, di seguito trasferite con alcuni camion verso località circostanti precedentemente scelte, ed infine fucilate e inumate in approssimative fosse comuni. Maletti e i suoi non si fecero sfuggire neppure l’occasione di razziare i beni e gli oggetti di culto preziosi custoditi nel monastero, che, trasferiti in Italia, non furono mai più ritrovati. Nei mesi successivi, fino a luglio, i pochi sopravvissuti alla strage vennero trasferiti – si trattò di alcune centinaia – nei campi di concentramento italiani in Africa, in particolare nel terribile campo somalo di Danane, dove molti morirono. Le puntuali analisi e le lucide riflessioni di Borruso seguono le vicende della strage di Debre Libanos per poi estendersi agli altri aspetti della politica di sottomissione fortemente voluta dal viceré Graziani: la legislazione razzista e segregazionista emanata nello stesso 1937 e la politica di discriminazione dei meticci, allo scopo eugenetico di difesa della razza bianca italiana attraverso la sua netta separazione da quella nera africana, che costituiscono di tale politica due momenti di essenziale importanza.

A più di ottant’anni di distanza, la strage di Debre Libanos rimane ancora qualcosa di sostanzialmente sconosciuto all’opinione pubblica di quel paese che ne fu responsabile, quell’opinione pubblica che invece – forse anche a causa di questi abissali vuoti di memoria – non si è indignata tanto quanto avrebbe dovuto quando, nel 2012, ad Affile, sua città natale, per iniziative delle autorità cittadine, è stato eretto un mausoleo in onore del principale responsabile di queste brutalità: Rodolfo Graziani.

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