di Sandro Moiso

Luca Gorgolini, Gioventù rivoluzionaria. Bordiga, Gramsci, Mussolini e i giovani socialisti nell’Italia liberale, Salerno Editrice, Roma 2019, pp. 290, 22,00 euro

“O tutto o nulla, noi dicevamo. E la guerra ci ha dato ragione. O tutto o nulla deve essere il nostro programma di domani. Il colpo di mazza, non lo sgretolamento paziente e metodico “ (Vecchiezze in «Avanti», 13 luglio 1916 )

Il testo di Luca Gorgolini, nel ricostruire le vicende della gioventù socialista italiana dall’inizio del XX secolo fino alla fondazione del Partito Comunista d’Italia, ha certamente più di un merito.
E non soltanto nell’ambito della storiografia politica.
Riesce infatti a ricostruire il clima sociale e politico di un ventennio in cui, all’interno di uno stesso ceppo socialista o socialisteggiante, si vennero a creare le condizioni sia per la formazione di una nuova formazione politica rivoluzionaria che di un movimento politico e sociale di estrema destra.
Entrambe le esperienze infatti, sia dal punto di vista organizzativo che ideologico, rappresentavano sicuramente un approccio alla politica di massa impensabile soltanto qualche decennio prima.

Entrambe le correnti, sia quella destinata a dar vita nel 1921 al Pcd’I che quella destinata ad animare le origini del fascismo mussoliniano, presero vita in un contesto in cui le contraddizioni sociali ed economiche, oltre che imperialistiche, sviluppatesi a partire dal tumultuoso sviluppo del moderno capitalismo industriale e finanziario in Europa e in America, sarebbero sfociate da un lato in forme di lotta di classe e reazioni politiche di parte proletaria difficilmente esperite in precedenza (anche solo per il crescente numero di lavoratori coinvolti) e dall’altro nella prima e violentissima carneficina mondiale, definita poi, in seguito e disgraziatamente, come Grande Guerra.

Ma un elemento di importanza capitale che l’autore sottolinea e risottolinea continuamente, a ragione, è sicuramente quello dello scontro generazionale che si sviluppò all’interno della compagine socialista, non solo a livello nazionale.
Elemento fondamentale di uno scontro che vide protagonisti, all’interno del movimento socialista internazionale e nel Partito Socialista nato in Italia nel 1892, da una parte i fondatori di tali esperienze, rinchiusi sempre più all’interno di un’azione parlamentare che, spesso, non rispettava certo il mandato della base sociale che avrebbero dovuto rappresentare e che faceva del riformismo l’orizzonte ultimo della propria azione, e dall’altra una generazione più giovane e sensibile dal punto di vista politico e sociale che chiedeva un radicale stravolgimento di quell’impostazione, ormai destinata a rinviare all’infinito qualsiasi reale mutamento all’interno dell’ordina sociale ed economico esistente.

Giovani contro adulti e rivoluzione contro riformismo e parlamentarismo: questi furono i due binari lungo cui si svilupparono le battaglie interne alla compagine socialista. Battaglie cui lo sviluppo delle politiche imperialistiche e coloniali avrebbero poi aggiunto un fattore determinante: quello dell’antimilitarismo di classe contrapposto ad un più blando pacifismo, destinato sempre e solo a sfociare nell’appoggio alle politiche dei governi liberali e nella comune difesa (tra forze borghesi e pretese proletarie) dell’interesse della Nazione e della Patria.

Per quanto riguarda le vicende italiane, che sono al centro della ricerca di Gorgolini ma senza dimenticare le dinamiche internazionali sugli stessi temi, certamente sia la guerra di Libia che la susseguente partecipazione, o meno, al primo conflitto mondiale furono determinati e dirimenti per definire i soggetti impegnati nella lotta e i programmi che questi avrebbero portato nell’agone politico.

Non c’è certo da stupirsi se a lottare contro il servizio militare, le compagnie di disciplina, le condizioni di vita in caserma e il massacro prevedibile, e poi di fatto avvenuto, sui campi di battaglia fossero di fatto i militanti più giovani, i proletari, i contadini e le donne: erano infatti questi soggetti a cogliere con certezza il fatto di essere destinati in prima persona, sia al fronte che a casa, ad essere toccati pesantemente dalle politiche e dalle scelte militariste e imperialiste messe in atto dalla borghesia italiana.

I parlamentari socialisti non nutrivano eccessivi timori personali in questi termini e potevano quindi crogiolarsi in un’insipida posizione neutralista che, nel corso del primo conflitto mondiale, sarebbe poi sfociato in quel né aderire né sabotare che li avrebbe condotti in seguito a bloccare l’azione rivoluzionaria messa in atto dai proletari e dai soldati italiani nell’anno più buio della guerra, il 1917, sia nelle città che al fronte (Torino, agosto 1917 – Caporetto nell’autunno dello stesso anno) e richiesta a gran voce dai rappresentanti più attivi della Federazione Giovanile Socialista.

Una contrapposizione generazionale che, nei fatti, diventava autentica contrapposizione di classe e che vide la formazione di una frazione intransigente, anche all’interno del Partito, che da un lato avrebbe dato vita, in nome dell’unità dello stesso, alla corrente poi detta massimalista e dall’altro a quella frazione che avrebbe poi dato vita alla scissione di Livorno nel 1921. Anche in questo caso, il testo affronta la questione della differenza di età tra le due frazioni e sottolinea come fossero i giovani e i giovanissimi, tranne quelli appartenenti sostanzialmente alla federazione di Reggio Emilia, a spingere in direzione di un’azione autonoma e rivoluzionaria, libera da qualsiasi fardello parlamentare e da alleanze con le forze moderate, sia che si definissero queste ultime repubblicane o radicali quando non addirittura liberali.

Il testo ha grandi meriti: quello di chiarire come inevitabilmente il Partito nato dalla scissione livornese non avrebbe potuto essere altro che astensionista in campo parlamentare e per questo fosse destinato a scontrarsi, nel 1922 (anche se quella data non rientra nel periodo preso in esame) con le indicazioni dell’Internazionale Comunista. Il percorso parlamentare era stato esperito del tutto nella storia del socialismo italiano e si era rivelato per quell’enorme bugia e bagno di opportunismo panciafichista (termine coniato dagli interventisti mussoliniani e nazionalisti, ma ben adatto a cogliere l’essenza dei comportamenti dei parlamentari socialisti) che avrebbero soltanto continuato ad illudere una parte del proletariato italiano (specialmente quello operaio del Nord) e a rimandare all’infinito qualsiasi ipotesi di trasformazione radicale della società, anzi opponendosi a quest’ultima come ad un nemico mortale.

L’altro è quello di cogliere nella svolta mussoliniana, dall’opposizione anti-militarista all’interventismo, non la causa agita da un deus ex-machina (lo stesso Mussolini) in grado di determinare, quasi da solo, una grave frattura nel movimento socialista e un tradimento “sicuramente” maturato all’esterno del Partito Socialista, ma la conseguenza di un’incoerenza politica, nata all’interno degli stessi partiti socialisti aderenti alla Seconda Internazionale, che aveva portato quelli più importanti (ad esempio quello tedesco e quello francese) a votare per i crediti di guerra fin dal 1914.

Confusione e tradimento che nel non avere abbandonato i concetti di Patria e Nazione in nome di un più severo e radicale internazionalismo fece sì che nell’ora dell’intervento anche numerosi “giovani”, non ultimi Gramsci e Togliatti, sposassero per un più che lungo momento la causa dell’azione militare a favore o in difesa della Patria. E’ proprio in tale contesto che l’autore sa dipingere la figura di Amadeo Bordiga come strenuo difensore di un’intransigenza non fine a se stessa, come troppo spesso è stata dipinta dai successivi e stalinizzati detrattori, ma assolutamente necessaria per salvare l’azione politica antagonista al capitale e rivoluzionaria dalla palude del nazionalismo e del collaborazionismo interclassista. Spesso travestito, come capita ancora oggi, da missione di soccorso o da raccolta di fondi per i presunti aiuti umanitari (all’epoca messi in atto nei confronti dei profughi che avevano dovuto lasciare i territori italian dopo Caporetto e che la frazione dei giovani intransigenti si rifiutò di appoggiare e sostenere).

L’azione repressiva del governo, soprattutto dopo Caporetto, che colpì duramente i rappresentanti della frazione intransigente e soprattutto della sua ala giovanile (carcere, compagnie di disciplina o della morte, ripetuti richiami alle armi, morte al fronte), non fu sufficiente a vincerne la spinta rivoluzionaria, così come i precedenti tentativi di eliminare la Federazione giovanile come se si trattasse di una serpe in seno non servì al gruppo parlamentare socialista per distruggere la corrente rivoluzionaria che in essa si rifocillava ed animava.

Certamente l’azione del gruppo parlamentare e l’inanità “unionista” della corrente massimalista impedirono, nel biennio rosso, una più radicale azione politica a guida degli operai, dei reduci, dei contadini e di giovani in rivolta, ma non impedì che alla fondazione del Partito Comunista d’Italia l’età media dei cinque membri dell’Esecutivo del nuovo partito, nato dalle basi poste dalla nuova Internazionale, fosse di 31 anni: Bordiga (n.1889), Fortichiari (1892), Terracini (1895), Grieco (1893) e Repossi (1882).

Un libro importante, pur nella sua sintesi, quello di Gorgolini; utile non soltanto dal punto di vista storiografico, ma anche da quello di chi oggi si interroghi seriamente sulle prospettive di un movimento estremamente variegato come quello che, sia a livello internazionale che nazionale, oggi si va riformando e agitando ad ogni latitudine. In vista di una guerra civile già messa in atto dai differenti governi dell’esistente, ma tutti uniti dall’istanza repressiva anti-popolare e anti-proletaria, che molti ancora non vedono appellandosi ad inutili istanze umanitarie, riformistiche, parlamentari e nazionali.
Che, oggi come allora, appannano lo sguardo antagonista e l’azione di contrasto alle politiche del capitale, finanziario e non. Purtroppo, anche tra i giovani.

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