di Mauro Baldrati

Exorma, Roma, 2019, pp. 331, € 16,50.

Baco narra le vicende mirabolanti di una famiglia di svitati – o di alieni? – composta da due figli, una madre, un padre e un nonno. Una famiglia tipo insomma. Solo che uno è più eccentrico dell’altro. Uno più fissato dell’altro. Vivono in un ex allevamento di polli, un ambiente misterioso, bellissimo: il silos del mangime è la dispensa, una roulotte senza ruote il bagno, “il bel lavandino scavato nella pietra”. Sul terrazzino ci sono le piantine di marijuana. E’ suddiviso in “cellule”, tutte “intelligenti”, tutte controllate e gestite da supercomputer. D’altra parte tutto là dentro è “intelligente”: la stufa a trucioli, il citofono, un’arnia speciale, persino il sellino della bicicletta. Ma lo sfratto incombe, presto l’edifico sarà demolito e ricostruito “per erigere scatole in cemento armato incastrate l’una nell’altra, con le siepi divisorie che sembrano appena uscite dal barbiere e con noiosi pratini all’inglese. Sul davanti si inventeranno un parcheggio asfaltato simile a una pista di atterraggio, sempre pieno di macchine e con tristi marciapiedi”.

Il narratore è un ragazzino sordo, ipercinetico, coi “globuli rossi” sempre in agitazione che lo portano, nei momenti di crisi, a mordere come un gatto selvatico chi lo sta stressando (la prof di inglese, un compagno di banco). Il fratello, QI185 (per i lettori un po’ ritardati come il sottoscritto sta per Quoziente intellettivo 185), è un semidio informatico che crea “reti neurali autocoscienti” in grado di entrare in qualunque sistema per carpirne i dati. Il padre è un altro guerriero digitalizzato, giovanissimo, tanto che lo scambiano per un fratello, che lavora ai software della Nutella, ma gestisce anche un algoritmo che “trova i terroristi”. Il nonno è invece un ex anarchico militante che odia ogni forma di “sfruttamento capitalistico”. Tutti i giorni si fuma “il suo spinello del pomeriggio”. Studia e classifica i lombrichi, trasformandone gli escrementi in “formule matematiche”. La madre è un’ecologista che alleva api e ama la campagna e i boschi. È in coma all’ospedale, per un incidente già annunciato nella prima riga dell’incipit.

In questo microcosmo folle e geniale ritroviamo le principali tematiche di Giacomo Sartori, autore kult in Italia molto tradotto all’estero: il fascino creativo dell’autismo, del diverso, e il rapporto struggente, di adorazione, con la madre, alla quale ha anche dedicato un poema, depositaria di tutte le delizie e le consolazioni che offre la vita. Sartori ci fa entrare in questo flusso narrativo sgargiante e straordinariamente intenso così in profondità che quando appaiono i “normali” ci sembrano loro gli alieni.

Di seguito pubblichiamo l’incipit di questo romanzo che, a mio modesto avviso, insieme a Piano Americano di Antonio Paolacci è il testo più originale che ho letto negli ultimi anni.

Come la palla di un biliardo colpisce il boccino

Il camion russo non poteva frenare, perché era una domenica cominciata storta fin dall’inizio. Le cose andavano male nel cielo trasformato in mare rabbioso, nella fiumana che intrecciava vortici di fanghiglia sull’asfalto, nelle arnie sotto la tettoia pericolante, e perfino nella nostra stufa a trucioli, che si ostinava a restare spenta. Immaginiamoci nella testa della mamma piena di preoccupazioni e di frasi da dire.
Con quel diluvio non si vedeva niente, il camionista ucraino non ci ha nemmeno provato a frenare. Era come essere davanti all’oblò di una lavatrice, ha detto nella sua lingua che nessuno capiva.

Nel nostro ex allevamento di polli si aveva l’impressione di essere sotto una cascata, e che l’acqua ghiacciata volesse sfondare il tetto di lamiera. Non ci sono grondaie, ma anche se ci fossero come nelle vere case l’acqua avrebbe formato gli stessi muri davanti alle finestre a baionetta. Io i rumori acuti non li sento, però quelle lame liquide picchiavano come forsennate: il loro rombo mi risaliva lungo le gambe e la spina dorsale, mi comprimeva il cervello. Invece di parlare tutti gridavano.
In casa, noi la chiamiamo casa, si vedeva il fiato, da quanto freddo faceva. Con una stufa normale sarebbe bastato un fiammifero e un pezzo di carta, ma la nostra è una stufa intelligente: può accendersi solo se i sensori miniaturizzati danno il beneplacito, e se i programmi di regolazione a autoapprendimento sono d’accordo. QI185 provava e riprovava a calcare i tasti della centralina, come un astronauta ormai isolato dal resto dell’umanità tenta tanto per tentare: i trucioli di legna restavano tristi e immobili.

Mia mamma aveva furia di partire per la sua assemblea del primo sabato del mese. L’estate scorsa ci sono morte diciassette famiglie, e in autunno altre cinque, perché sulle api sopravvissute ai neonicotinoidi è arrivata la mazzata della varroa. Ma pure negli altri allevamenti gli apicoltori raccolgono con la pala le api stecchite. Quindi quella loro riunione era decisiva, si trattava di combattere la morte. E la segretaria dell’associazione regionale è lei, mica uno dei grandi allevatori che si intascano gli aiuti nazionali e fanno i pasticci con il miele che viene dalla Cina. Tutto il peso delle api morte, o anche solo che piangevano, incombeva sulle sue spalle.

Con la testa era già partita: si ripeteva le frasi che avrebbe detto. Le loro assemblee sono terribili burrasche, c’è sempre chi non è d’accordo con questo o con quello, chi vorrebbe il contrario di tutti gli altri. E tocca sempre a lei prendersi i colpi più secchi e convincere i più testoni. Ma non poteva certo montare in macchina prima che arrivasse il papà. E quindi era un toro pronto a caricare qualsiasi fazzoletto in movimento.

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