di Giovanni Iozzoli

Alle volte, per cogliere qualche frammento di verità dentro grandi fenomeni globali di difficile lettura, possono essere utili libri “minori” – quelli scritti da autori eccentrici, privi di pedigree accademico e non facilmente inquadrabili. Se si parla del presente dell’Islam – uno dei nodi più complessi della modernità – vale la pena leggere due libri, non recentissimi: Viaggio al termine dell’Islam di Michael Muhammad Knight (Castelvecchi 2015) e Non c’è Dio all’infuori di Dio. Perché non capiamo l’Islam di Reza Aslam (Rizzoli 2015). Tra le infinite suggestioni che suscitano questi due testi, si intrecciano questioni diverse e attualissime: come sta impetuosamente cambiando l’Islam, sotto la spinta potente della modernità; come muta in tempi brevi l’immagine che l’Occidente coltiva dell’Islam; come si intersecano i nodi delle identità – occidentale e “musulmana” – tra conversioni laceranti e silenziose apostasie.

Due autori controversi, dicevamo. Knight è un americano dalla fanciullezza complicata – per essere eufemistici. Si è convertito ad un Islam purista e conservatore alla tenera età di 17 anni. La relazione tra la sua identità di americano – pienamente figlio della sua epoca, dei suoi miti spettacolari, dei suoi linguaggi – e la sua identità di neo-musulmano, riproduce pirotecnici contorcimenti. Affrontati comunque con ironia: in copertina la sua collezione di pupazzini dei personaggi di Star Wars circonda un modellino della Ka’ba – non si capisce se minacciosamente o in adorazione. E’ visto malissimo, Knight, dalle comunità islamo-americane, per i suoi toni dissacranti al limite della bestemmia. Pare invece letto e apprezzato dai giovani musulmani Usa. La sua storia, così estrema e paradossale, racconta molto della produzione di soggettività – abbastanza schizoide – che la modernità sta liberando. Basti dire che Knghit si è interessato all’Islam leggendo gli scritti di Malcom X – a sua volta conosciuto attraverso i testi dei Public Enemy -; si è poi avvicinato ai gruppi neri, separatisti, legati alla Nation of Islam; ha studiato in una madrassa pakistana, aderendo – pare – anche alla resistenza cecena antirussa. Per poi, in età adulta, diventare cultore e narratore della scena Taqwacores (l’area musicale punk-rock diffusa tra i giovani americani di provenienza mediorientale), produrre romanzi e film provocatori – sempre sul filo di lama delle identità meticce e dissacranti – e sfidare a wrestling i suoi eruditi detrattori in barba bianca. Insomma, un americano a tutto tondo.

preferirei essere uno sciita a New York che al Cairo o un sunnita a New York che a Theran. Preferirei essere un ahmadi a New York che a Lahore, preferirei essere un sufi a New York che alla Mecca. E’ una cosa stronza da dire? […] Forse l’America era davvero la nazione più sinceramente Islam-friendly del mondo. (pag. 19)

Ed è un nodo interessante: le democrazie tardo liberali ti lasciano essere ciò che vuoi, praticare qualsiasi eresia, coltivare qualsiasi culto; purché questi trasformismi identitari non intacchino la vera unica fede che deve far da sfondo a ogni identità: il monoteismo del profitto – della merce, del denaro, della supremazia anglosassone. Per cui si può tollerare benissimo la moschea – o la pagoda o qualsiasi altro tempio – nel grande melting pot della metropoli americana: ma si bombarderà spietatamente la medesima moschea in Afghanistan o in Pachistan se si sospetta sede di attività antiamericane. Non è questione di islamofobia, solo business e policy. E’ pur sempre il paese che ha avuto per otto anni un presidente dal nome arabo (di esibita fede cristiana, puntualizza Knight, perché avrebbe avuto il medesimo problema di accettazione se si fosse dichiarato musulmano o ateo).

Knight rievoca in continuazione gli eroi profetici di una storia non sua: come quella del Nobile Drew Ali, il fondatore del Tempio della Scienza Moresca, un predicatore di inizio secolo che, grazie a un eclettismo vertiginoso – tra teosofia e riscrittura coranica – portò per la prima volta il termine Islam nei ghetti di Chicago e New York, invocando l’“orgoglio moresco” dei popoli “scuri” e sventolando orgogliosamente la bandiera del Marocco ad Harlem. Ugualmente carismatico fu il suo seguace Wallace Fard Muhammad, poi fondatore della Nation of Islam, autoproclamatosi addirittura incarnazione profetica. Fard scompare misteriosamente negli anni ‘30 e Knight, nel suo personale pellegrinaggio americano, crede di averne persino ritrovato le tracce, che arrivano fino agli infuocati anni ’70. La cosa paradossale è che uno come Knight, agli occhi di Fard, sarebbe stato etichettato solo come “un diavolo dagli occhi blu”, essendo la teologia della Nation fondata su un afroislamismo che rievoca suggestioni e leggende circa la supremazia della razza nera e il carattere demoniaco di quella bianca. In quel furioso convulso inizio del ’900 americano, con le prime generazioni di ex schiavi che si riversavano nelle città ridisegnandone linguaggi e culture, la scelta di usare l’Islam come veicolo di militanza e organizzazione non era astrusa. Per tutto il ’900, l’Islam – o meglio “l’dea di Islam” di volta in volta più funzionale allo scopo – è stato spesso sventolato come bandiera di emancipazione o di resistenza antimperialista, non solo nelle colonie ma anche nei ghetti metropolitani. Negli Usa diventò potente fattore di attivazione di un orgoglio black motivato teologicamente: creare la Nazione nera dei puri e dei santi, contro la razza depravata dei bianchi oppressori. Erano anche gli anni in cui Garwey elaborava il mito parallelo del ritorno all’Africa come nuova Sion. Insomma, un guazzabuglio nel quale Michael Muhammad Knight si muove testardamente, quasi rassegnato all’idea che la sua vita debba essere fondata sull’incoerenza. Tanto da continuare a preferire i discorsi di Fard contro i “diavoli bianchi”, al Malcom X ultimo periodo, che lascia la Nation e si converte all’universalismo dell’islamicamente corretto. Del resto la letteratura è contraddizione, scandalo, paradosso: e se tutto si incanala nel binario giusto, cosa resta da scrivere ad un povero narratore della post-modernità?

Nelle sue pagine meno narcisistiche e dissacranti, Knight lascia affiorare un afflato spirituale reale, malinconico, dolente, che non trova nelle forme attuali dell’Islam un suo appagamento. Come ogni scrittore americano in crisi di identità, Knight partorisce il suo romanzo on the road, un racconto di viaggio mistico e prosaico, sacro e dissacrante tra Pakistan, Siria, Etiopia e lo conclude in Arabia Saudita, intraprendendo infine l’Haji, il sacro pellegrinaggio alla Mecca. Ovunque Knight semina la sua confusione e le sue domande irrisolte: prega nei grandi mausolei dei santi pakistani, visita il Minareto Bianco di Damasco da cui Gesù discenderà per decapitare l’Anticristo; irride il rigore iconoclasta della polizia religiosa saudita che vigila affinché le modalità del culto siano in linea con le prescrizioni governative; infine in un eccesso parossistico, proprio in casa del nemico saudita – simbolo della ipocrisia e della burocratizzazione del potere religioso – si “converte” allo sciismo e piange sul destino di Husayn e di tutti i martiri.

Knight è solo uno scrittore dall’identità impazzita come una maionese? E’ solo il figlio di un tempo in cui per la prima volta le persone possono decidere cosa essere – anche quale maschera indossare – per assecondare bisogni, desideri e frustrazioni dell’ego? Ma allora perché rimanere testardamente attaccato proprio alla più complicata, scomoda e “pesante” tra le tante maschere disponibili – quella musulmana? Per lacerarsi masochisticamente nei dubbi? Perché ormai si è ritagliato una fetta di mercato come convertito dissacratore?

Negli ultimi 15 anni Maometto era diventato il mio linguaggio, il tramite delle mie domande e risposte. Se questo linguaggio aveva un cuore concreto in questo mondo, se da qualche parte si poteva trovare una traccia di Maometto, allora portatemi là. Portatemi da lui. (pag. 269)

C’è dell’altro, in questo ragazzone, al di là delle pose, qualcosa di altrettanto contemporaneo e pungente: una malattia dell’anima, la struggente mancanza che si avverte anche quando si chiude il libro appena scritto, l’inafferrabilità della verità dietro le ombre colorate della società dello spettacolo, il senso di crisi e di decadenza che si intravede dietro ogni ottimismo tecnologico. Da questo punto di vista è una lettura stimolante per tutti, non solo per i cultori della materia.

Reaza Aslam, non è meno interessante, in tema di nomadismi identitari; la famiglia, iraniana, scappa dalla rivoluzione Khomeinista e lui cresce in America – la terra dove ogni gnosi e ogni materialismo, anche i più estremi, convivono serenamente. Si converte giovanissimo al cristianesimo pentecostale e poi si “riconverte” allo sciismo, di cui rivendica tutt’ora l’appartenenza, sia pure nelle forme estremamente eterodosse tipiche dell’intellettuale inquieto che è. Tra le molte cose del suo curriculum, si è occupato (ovviamente) dei gruppi spirituali marginali – le frange, i bordi estremi dell’esperienza religiosa – perorando la causa del Bahismo perseguitato in Iran; o provocando l’indignazione degli induisti americani per aver mostrato in un documentario un asceta tantrico che mangia resti di cervello umano, stile Hannibal.

Insomma, il tipo giusto per affrontare una questione colossale e stringente:

Dopo quattordici secoli di furiosi dibattiti su cosa significhi essere musulmano, di accese discussioni sull’interpretazione del Corano e sull’applicazione della legge islamica, di tentativi di riconciliare una comunità divisa appellandosi all’Unità Divina, di lotte tribali, crociate e guerre mondiali, l’Islam è entrato nel suo quindicesimo secolo e ha iniziato a realizzare la sua lungamente attesa e tanto combattuta Riforma. Questa non verrà però risolta nei deserti della Penisola arabica, dove il messaggio dell’Islam ha fatto la sua comparsa sulla terra, ma nelle capitali dei paesi in via di sviluppo del mondo islamico (Theran, il Cairo, Damasco e Giacarta) e nelle capitali cosmopolite dell’Europa e degli Sati Uniti (Londra, Parigi, Berlino e New York), dove il messaggio islamico viene oggi rielaborato da schiere di immigrati musulmani di prima e seconda generazione, stanchi della predominanza del tradizionalismo e della militanza nella loro fede […] Come le riforme del passato, anche questo sarà un evento terrificante, un evento che ha già iniziato a travolgere il mondo. Ma dalle ceneri del cataclisma emergerà un nuovo capitolo della storia dell’Islam; e anche se resta ancora da vedere chi scriverà questo capitolo, è imminente una nuova rivelazione che si è risvegliata, dopo secoli di sonno, e sta avanzando verso Medina per rinascere. (pag. 330)

Raza è ben consapevole della problematicità dell’uso della categoria “Riforma”, applicato all’analisi di fenomeni assolutamente estranei a quella storia. Ma mantiene il termine, proprio per il senso di drammatico passaggio storico che essa evoca: così come la Riforma Luterana ha ridisegnato poteri e culture in Europa, così la Riforma Islamica di cui prevede (e auspica) l’avvento, stravolgerà l’attuale forma del mondo politico-religioso musulmano. L’evocazione delle guerre di religione europee è anche pertinente storicamente: sarà un processo travagliato, doloroso, almeno quanto lo furono i conflitti intestini che spaccarono e incendiarono il nostro continente, fino alla conclusione della Guerra dei Trent’anni.

Ma attraverso quali segni l’autore preconizza l’inizio di questa grande Riforma? Essenzialmente nella decadenza delle istituzioni e delle élite specialistiche, destinate alla trasmissione del sapere nel mondo islamico – vedi la caduta di prestigio dell’Università di Al Azahr, l’istituzione più prossima all’idea di un “centro” teologico-giurisprudenziale comune, costituitosi in seno al variegatissimo universo islamico.

In passato se un musulmano del Cairo voleva una fatwa, ossia un editto religioso su un argomento controverso, doveva sedere ai piedi dei venerabili studiosi dell’Università Al Azhar, le cui opinioni su questioni religiose e sociali erano legge. Oggi quel musulmano può starsene a casa , connettersi a IslamOnline e frugare nel vasto archivio di fatwe nuove o precedentemente pubblicate […] Poiché provengono da un’ampia varietà di fonti, l’utente può accedere a numerose fatwe, spesso contrastanti, sullo stesso argomento: non deve far altro che decidere quale gli piace di più. […] Se il responso del cyber-mufti si dimostra insoddisfacente, l’utente può rivolgersi ad uno dei concorrenti di IslamOnline, come FatwaOnline.com, IslamismScope.net […] Oppure un migliaio di altri siti gestiti da uno stuolo di leader religiosi e laici, attivisti e accademici, guide spirituali, intellettuali e dilettanti, ognuno dei quali può estendere la sua influenza al di fuori della comunità locale con un semplice indirizzo IP. (…) E’ difficile esagerare l’impatto che ha avuto Internet non soltanto sull’evoluzione dell’Islam, ma in maniera più significativa, sul modo in cui l’autorità religiosa si è dispersa e democratizzata. L’unico paragone legittimo è con l’invenzione della stampa, perché esattamente come quel progresso tecnologico spinse l’Europa cristiana verso la Riforma protestante […], così Internet è diventato il veicolo grazie al quale la Riforma islamica si sta realizzando. (pag. 342)

Pur senza condividere eccessivi cyber-entusiasmi (da cui noi occidentali dovremmo ormai essere vaccinati), è evidente che dentro il mondo islamico, anagraficamente giovane, dinamico e in espansione, molte cose stanno bollendo e molti cambiamenti sono irreversibili. La moderna Umma globale non si fida più delle sue guide, le mette in discussione e grazie all’iperconnessione globale inventa nuovi centri di elaborazione, nuovi canali di comunicazione, nuove prassi che silenziosamente possono diventare egemoni.

Certo, è uno scenario che si sta sviluppando in due direzioni contraddittorie: da una parte si potrebbero moltiplicare le spinte centrifughe verso lo Jhiadismo globale, definitivamente svincolato dalla necessità di farsi legittimare teologicamente da una qualche autorità; dall’altro potrebbero sorgere fenomeni di ibridazione culturale molto interessanti in senso democratico – pensiamo ad una nuova generazione di guide comunitarie giovani e di sesso femminile, già visibili nel contesto italiano. Sia chiaro però che lo scontro non è tra “Tradizione e innovazione”: l’uno e l’altro esito saranno entrambi espressioni dell’impatto dell’Islam con la modernità. Infatti, al di là di mitopoiesi e apparati coreografici, il salafismo e lo Jhiadismo, sono fenomeni contemporanei e recenti (in senso relativo lo è anche il wahabbismo) che, pur richiamandosi a purezze arcaiche, hanno fatto la loro irruzione sulla scena solo da qualche decennio, occupando l’immaginario collettivo a suon di bombe e califfati fasulli – sempre, tra l’altro, dentro un forte intreccio logistico, militare e finanziario, con gli Stati impegnati nella contesa geopolitica globale.

Siamo davvero davanti a un passaggio epocale. Bisogna prestare molta attenzione a questi scenari, analizzarli, condividere con le comunità islamiche occidentali livelli di dibattito sempre più profondi, contrastare ogni anacronistica islamofobia: come dice l’autore, le periferie di Londra e di Parigi saranno palcoscenici importanti, quanto quelli mediorientali, nella definizione degli equilibri futuri del mondo.

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