di Alessandro Villari

«Me lo ricordo come fosse ieri. Ero da due mesi nella miniera-penitenziario di Las Vegas, mi avevano preso perché avevo lasciato scadere delle bollette: erano tempi duri, voi non potete nemmeno immaginarlo. Insomma, un giorno dopo il turno, mentre stavo per addormentarmi in cella, portarono dentro uno nuovo: era un vecchio, ma in forma, almeno per come si poteva essere in forma a quell’età e a quell’epoca. Aveva l’aria di uno che ne aveva passate di tutti i colori: alto, asciutto, un fascio di muscoli induriti dal tempo; i capelli, bianchissimi, glieli avevano tagliati cortissimi col rasoio elettrico, come si fa in prigione; sulla mascella quadrata aveva la barba di una settimana, i peli parevano tante punte di spillo. Le braccia, scoperte sotto la canotta lurida, erano tutte tatuate: sul destro tribali e scritte illeggibili, sul sinistro il disegno straordinariamente dettagliato del muso di una renna, con le corna che partivano dall’avambraccio e risalivano su fino alla spalla. Sapevo di una sola persona con un tatuaggio come quello, e quella persona era…»

*

L’uomo che era stato Babbo Natale non oppose resistenza mentre la guardia nerboruta lo trascinava per le catene legate ai polsi e lo gettava in cella. Era stremato dopo un tempo infinito (un giorno intero?) trascorso a scavare carbone nella miniera. Si sentiva sporco e puzzolente come non lo era mai stato – e sì che ultimamente non brillava per igiene personale – ma troppo esausto per muovere un passo verso il minuscolo lavello. Gli parve di vedere un’altra persona in cella con lui, pensò di fare un cenno di saluto ma non era sicuro di averlo fatto davvero. Pazienza. Non riuscì a far altro che issarsi sulla branda, un asse di legno coperto da pochi millimetri di pagliericcio sudicio; chiuse gli occhi, ma era troppo stanco perfino per prendere sonno.

Riconsiderò la catena di avvenimenti che l’aveva condotto in quell’infelice situazione. Vagava da giorni con la motoslitta nelle distese desolate del Mojave, in fuga da una banda di teppisti invasati a cui aveva sottratto con l’inganno – un inganno non troppo sottile, evidentemente – un paio di taniche di benzina e qualche pezzo di ricambio. Si era fermato in un villaggio, non distante dalla Bolla di Vegas, per fare provviste e magari cercare un letto. C’era una specie di emporio, per due soldi aveva preso una stanza, contava di ripartire la mattina dopo. Prima di coricarsi aveva preso le solite precauzioni, ma a quanto pareva non erano bastate. Nel cuore della notte l’avevano trovato, pestato e derubato di tutto, compresa la motoslitta. Era tanto che non l’avessero ammazzato. Ma forse sarebbe stato meglio… Scambiandolo per un accattone – una valutazione che tecnicamente, a quel punto, non poteva nemmeno contestare – l’avevano preso e spedito nella miniera-penitenziario sotto la Bolla di Vegas.

Finalmente prese sonno.

Quando il suono della sirena gli esplose nelle orecchie gli sembrò di aver dormito per cinque minuti.

«Da queste parti, questa è la sveglia, amico. Preparati, tra cinque minuti passeranno col rancio e tra dieci ci porteranno nelle gallerie.»

Allora c’era davvero qualcun altro in cella. Era in piedi davanti al lavello che si dava una pulita decisamente sommaria, un tipo non tanto alto, magro, quasi emaciato in realtà – doveva essere la prigione – con la testa rasata era difficile stabilirne l’età, ma il volto era giovanile e aveva l’aria sveglia.

«Grazie del consiglio. Scusa se non ho salutato ieri, non ero nemmeno sicuro di averti visto», bofonchiò il vecchio con la voce ancora impastata dal sonno.

«Tranquillo. Era il primo giorno, eh? Vedrai, dopo un po’ ci si abitua. In realtà non è vero, è sempre una merda. Io sono John, John Valteen », si presentò mentre si asciugava la faccia con un cencio sudicio.

L’ultimo arrivato si alzò e si diresse a sua volta verso il lavello. Non era abituato a fare conversazione, tantomeno appena sveglio.

«E tu sei?», proseguì l’altro. Non ebbe risposta. «Uno a cui piace farsi gli affari suoi, ho capito. Non fa niente, ti lascio in pace, Babbo. E io che speravo che domani per Natale mi avresti portato un regalo.»

Si girò di scatto e gli lanciò uno sguardo omicida. Ma non ebbe il tempo di replicare perché in quel momento entrarono due guardie: uno reggeva un pentolone, l’altro con un mestolo ne versò il contenuto in due gavette, stando attento a non schizzarsi e, pareva, a non ustionarsi.

«Mangiate in fretta che si fredda!», sghignazzò uno dei carcerieri prima di richiudere la cella e ripetere l’operazione con i malcapitati successivi.

Il vecchio si rese conto in quel momento che stava morendo di fame. Dimenticato l’affronto di pochi istanti prima, si avventò sulla scodella.

«Aspetta! Aspetta, così ti ustioni: ti faccio vedere come si fa.»

Prese delicatamente la gavetta tenendola per il bordo, si avvicinò al lavello e vi versò dentro una metà del liquido limaccioso che conteneva, facendo attenzione a non far cadere i pezzi di… cose solide, qualunque cosa fossero, che galleggiavano all’interno. Quindi fece scorrere l’acqua – fredda, ovviamente – e tornò a riempire il recipiente. Lo porse, non più incandescente, al nuovo venuto.

«Grazie», lo ricevette l’altro, pensoso. Mentre il compagno ripeteva il procedimento con l’altra gavetta, aggiunse sommessamente: «Puoi chiamarmi Klaus. L’altro nome non conta più: è sparito insieme ai ghiacci del Polo Nord, agli elfi, alle renne, alla magia.»

*

«Il mondo a quel tempo era molto diverso da adesso. Tutto era in mano a pochi: l’acqua, l’aria, l’energia. C’erano state guerre, avevano provocato cataclismi, e a furia di sfruttare il pianeta l’avevano come prosciugato: io questo lo so perché me lo hanno raccontato, non ero ancora nato allora. E così i pochi che avevano tutto si erano costruiti delle città su misura, perfette, chiuse da bolle di energia invalicabili. Dentro le Bolle, dove non mancava nulla e il sole non bruciava, abitavano i ricchi e i loro servitori; fuori stavano tutti gli altri: sotto il caldo impietoso, con la sola acqua concessa a caro prezzo dai padroni; per sopravvivere lavoravano nelle fabbriche che rifornivano le Bolle di ogni ben di dio, o vivevano di espedienti, cacciatori di rottami, delinquenti comuni; sapevano che avrebbero vissuto poco, comunque: quando non erano la fame o un coltello, erano le radiazioni del sole che non lasciavano scampo. E poi c’erano le miniere, dove venivano mandati tutti quelli che andavano in prigione; ce n’erano ovunque si potesse spremere qualcosa dal sottosuolo: gas, petrolio, carbone. L’energia finiva tutta nelle Bolle, serviva a proteggerle dal calore, dalle radiazioni e… da noi. E più il pianeta veniva prosciugato, più era necessario prosciugarlo perché i ricchi potessero stare al fresco. Alcune miniere erano scavate direttamente sotto le Bolle, per evitare i costi e i rischi del trasporto: come quella sotto Las Vegas, che con il carbone forniva energia e aria fresca alla città più lussuosa di tutto il mondo.»

*

A quanto pareva c’era stata un’infornata di nuovi “ospiti” nella miniera. Le guardie provvedevano con solerzia ad addestrarli a suon di frustate: le gallerie erano tutte un rincorrersi di grida di dolore da un lato, di scherno dall’altro. Tutti i prigionieri avevano un braccialetto che misurava la produttività ed era controllato da remoto: quando il ritmo calava, arrivava puntuale un carceriere a spronarlo con le cattive o con le cattive.

A pochi passi da Klaus e John, un secondino grosso come un armadio provava particolare gusto a tormentare un vecchietto sdentato, che a stento si reggeva in piedi. All’ennesimo richiamo, il disgraziato protestò che non aveva più forze, era a digiuno da troppe ore.

«Ah, vossignoria ha fame?» lo scherniva la guardia, «Chiamo subito il servizio in camera: presto portate della zuppa a questo gentiluomo!» Diede istruzioni a un sottoposto, e nel giro di pochi minuti, che il vecchio aveva trascorso accucciato per terra, tremante di stanchezza e di paura, arrivarono i due secondini con il pentolone; invece della gavetta, avevano un imbuto.

Senza smettere di lavorare, con la coda dell’occhio Klaus osservava la scena sconsolato. Il vecchio cominciò a gridare, terrorizzato, mentre uno dei carcerieri lo afferrava tenendolo fermo.

John aveva le lacrime agli occhi, mentre proseguiva a sua volta a scavare. Un’altra guardia ficcò l’imbuto in bocca al vecchio, soffocandone le urla, con l’effetto di farle risuonare ancora più strazianti.

Le tre sentinelle ridevano di gusto, mentre intimavano agli altri prigionieri di continuare a lavorare. Quella che reggeva il pentolone lo sollevò e lo inclinò all’altezza dell’imbuto. Il vecchio cercava di divincolarsi, pareva tarantolato, ma era tutto inutile. Klaus si sentiva fremere di rabbia.

«Il Polo Nord, gli elfi e le renne non ci sono più. Ma se ti è rimasto anche solo un briciolo di magia, questo sarebbe un buon momento per utilizzarla», sussurrò John al compare.

«La magia non ci può aiutare. Ma questo non significa che noi non dobbiamo aiutare quel poveretto.»

Le prime gocce del liquido rovente scendevano lungo l’imbuto. Il vecchio gridava impazzito. Il secondino che reggeva il pentolone sghignazzava. La risata gli si spense in gola, quando la piccozza di Klaus gli aprì il cranio. Tutte le altre persone nella galleria, carcerieri e minatori, rimasero per un istante come congelati: perfino il vecchio con l’imbuto ancora in bocca aveva smesso di gridare.

Ma dopo un attimo fu il caos. Le guardie estrassero manganelli e teaser elettrici, chiamando rinforzi; i prigionieri cominciarono a colpire le catene con le piccozze, cercando di liberarsi. Klaus e John furono colpiti e caddero a terra, ma i secondini non fecero in tempo a infierire su di loro perché nel frattempo in molti si erano liberati. Arrivavano nuove guardie, ma la voce si spargeva anche nelle altre gallerie e la scena si ripeteva ancora e ancora. La battaglia durò quasi un’ora, ma alla fine le sentinelle erano state sopraffatte e tutti i minatori erano liberi, la piccozza in una mano e le armi sottratte ai guardiani nell’altra.

Non restava che una cosa da fare: la pensavano in tanti ma fu Klaus, con un occhio tumefatto e il sangue che stava rapprendendosi su una tempia, a ruggire «Saliamo nella Bolla!»

«Nella Bolla!» risposero uno dopo l’altro due migliaia di minatori.

Si misero in marcia, un serpente umano lungo centinaia di metri che risaliva di cunicolo in cunicolo gli ottocento metri che lo separavano dalla luce del sole: l’impresa era più facile a dirsi che a farsi, tanto più che nessuno conosceva l’esatta planimetria della miniera. Almeno cinque volte ci si dovette fermare per scegliere la strada, inviare esploratori, attenderne il ritorno prima di riprendere il cammino. Qua e là incontravano gruppetti di guardie che si erano perse, o si erano nascoste una volta capita la malaparata: la maggior parte consegnava le armi senza combattere, in un paio di casi dovettero disarmarli con la forza. Klaus marciava in prima fila: tutti lo seguivano.

Ci vollero ore prima che si cominciasse a intravedere la luce naturale; altre ore per scoprire che la direzione era quella sbagliata: il sole verso cui stavano salendo non era quello mite e delicato della Bolla, ma quello brutale delle terre selvagge. Da lì non sarebbe stato possibile entrare a Las Vegas.

L’avanguardia si fermò per decidere il da farsi. Nelle retrovie non si capiva che cosa stesse succedendo: bisognava uscire, uscire al più presto. Cominciava a montare la confusione. Qualcuno era preso dallo sconforto e cercava di tornare indietro, nuotando controcorrente e moltiplicando il caos. Staffette improvvisate riferivano a chi stava davanti quel che accadeva in fondo, ma ben più difficilmente viceversa.

Da una porta secondaria, un drappello di guardie sbucò improvvisamente nella saletta in cui si era costituito una specie di stato maggiore, formato da Klaus, John e altri tre “veterani” della miniera. I secondini erano disarmati e venivano avanti a mani alzate.

«Non fateci del male, siamo disarmati e vogliamo aiutarvi», annunciò prontamente il primo del gruppo.

I cinque fuggitivi si scambiarono occhiate fra il perplesso e lo scettico.

«E perché mai dovremmo fidarci?», domandò tale Louis, un afroamericano mingherlino dai lineamenti scavati.

«Perché anche noi siamo prigionieri qui: il nostro unico privilegio rispetto a voi è quello di poter scegliere se rimanere seppelliti qui sotto a farci odiare da voi, o andare a crepare di fame e radiazioni là sopra. Quelli là dentro, nella Bolla, non hanno nessuna riconoscenza verso i loro cani da guardia.»

«Come ti chiami?», chiese Klaus, pacato.

«Alex», rispose la guardia.

«Alex, potete portarci dentro la Bolla?»

«L’unico modo è attraverso il sistema fognario, e da lì per i condotti di aerazione e climatizzazione. Gli impianti devono essere prima disattivati: noi sappiamo come farlo.»

«Allora che cosa stiamo aspettando?», intervenne John, entusiasta.

Il gruppo si mosse, l’ordine fu più o meno ristabilito anche nelle retrovie. Mentre camminavano, John si avvicinò a Klaus, per chiedergli sottovoce: «Ma tu non eri ferito alla tempia?»

L’altro si portò una mano nel punto che fino a qualche ora prima sanguinava, la ritrasse e osservò le dita sporche di fuliggine, ma senza tracce di sangue. Scrollò le spalle.

*

«La scena dei minatori che uscivano dai tombini di Las Vegas avreste dovuto vederla. Tutti coperti di fuliggine, era come in quel film della vecchia era che vi piace tanto – com’è che si chiama? Ah, sì Mary Poppins – quando gli spazzacamini escono dai comignoli sui tetti di Londra. Solo che noi non eravamo lì per ballare con i figli e i lacchè dei banchieri: volevamo spaccargli la testa e liberarci una volta per tutte dalla loro schiavitù. In realtà non ce ne fu neppure bisogno. Venne fuori che i padroni di Las Vegas erano appena un paio di centinaia di persone, mentre gli altri abitanti della Bolla, cinquanta volte tanti, erano tutta gente che lavorava per loro. Ma i ricchi li sfruttavano, li disprezzavano, se appena osavano levare lo sguardo li gettavano in miniera: vivevano più di quelli fuori dalla Bolla, certo, ma solo per essere spremuti  più a lungo dagli stessi sfruttatori. In poche parole, praticamente nessuno, compresi quelli che in teoria avrebbero dovuto garantirne la sicurezza, levò un dito per proteggere i propri padroni, che dal canto loro, a opporre resistenza, neppure ci provarono.»

*

Le duecento persone più ricche del mondo erano radunate nella piazza principale di una riproduzione di una famosa città italiana della vecchia era, circondata da canali: Klaus se la ricordava, Venezia, era finita sott’acqua prima ancora del Polo Nord. Alle loro spalle, poco distante, un vulcano in miniatura stava eruttando quella che pareva lava vera, rosso fuoco contro il buio della notte. Per i minatori era un’esperienza sconvolgente: l’aria fresca, le fontane e i canali con l’acqua, la pulizia, il lusso semplicemente inconcepibile.

John era in preda all’eccitazione, non smetteva di guardarsi intorno e gesticolare e ridere. Andò da Klaus: «A quanto pare, alla fine Babbo Natale ha portato il carbone ai bambini cattivi!», sussurrò.

Il compagno lo fulminò con lo sguardo. Ma era uno sguardo diverso, luminoso, come se le ombre che lo velavano prima si fossero dissolte. Dopo un istante non poté non sorridere: «Idiota, quella è la Befana.»

Risero, ridevano tutti. Finché a un certo punto Louis si rifece serio: «Che ne facciamo di questi qui?»

«Dei padroni? Secondo me possono farsi un giro in miniera. Quanto agli altri, distruggiamo la bolla di energia e lasciamo che ognuno vada per la sua strada. Per molti di quelli che abitano qua intorno, fuori dalla bolla, la loro strada li condurrà qui», rispose Klaus.

«Ma senza la bolla di energia, qui rimarranno deserto e radiazioni», obiettò l’altro.

«Io credo che con le risorse e la tecnologia che sono custodite qua dentro, un sistema per rendere la vita tollerabile per tutti lo troviamo.»

John si avvicinò a uno degli uomini legati in mezzo alla piazza: era il sindaco di Las Vegas, un anziano dal fisico ancora atletico, la pelle del viso così liscia che luccicava. «Tu, come si spegne la bolla di energia?»

«N-non si può…», balbettò quello, «è stata progettata per essere sempre attiva.»

«Ci sarà pure un generatore che si potrà spegnere, con le buone o con le cattive!» insistette il minatore.

«Sì ma…»

«Ma…?»

«Si trova su un satellite, ecco, e non lo controlliamo da qui.»

«Merda!».

«Allora è come dice il detto: “quel che succede a Vegas, rimane a Vegas…”», chiosò Louis.

«Non questa volta.» Era Klaus a parlare. Solo che non era la sua voce. Era il rombo del tuono che si avvicina, l’onda che sale prima di rompersi sulla battigia. Tutti in quel momento dimenticarono il finto vulcano in eruzione, la laguna posticcia in cui sorgeva la piazza, le fontane e tutto il resto: si girarono verso l’uomo che era stato Klaus. Ma non videro altro che un’esplosione di luce. Da quel punto si propagò per l’intera superficie della città, fino a raggiungerne il perimetro. La bolla di energia fu dissolta. Klaus non c’era più.

Quando passò il fragore dell’esplosione, si sentì come un’eco che si allontanava: Oh-oh-oh, è la magia del Natale! È tornata!

*

«Si seppe poi che tutte le Bolle erano state aperte, man mano che Babbo Natale le sorvolava. Gli ingegneri e gli scienziati che prima lavoravano per i pochi ricchi, ora collaboravano per risolvere i problemi per tutti. E ce la fecero. Pian piano le cose migliorarono e al Polo Nord tornarono a formarsi i ghiacci. Ricomparvero anche le renne, che parevano estinte. E dicono che pure gli elfi ripresero ad aiutare Babbo Natale. Ed ecco com’è che domattina avrete i vostri regali», concluse il nonno.

I bambini, nel frattempo, si erano addormentati. Fuori nevicava sopra la città che si stendeva a perdita d’occhio. Non c’erano più bolle né padroni.

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