di Alessandro Bresolin  (intervista al poeta Francesco Giusti, 14 novembre 2019)

Il giorno del disastro, il giorno seguente all’inondazione della notte tra il 12 e il 13 novembre, è quello degli esperti e degli opinionisti. Ma come la guerra è troppo seria per lasciarla ai Generali, così Venezia è troppo importante per osservarla affondare nel cancan mediatico che si accapiglia discutendo di Mose o non Mose. Per molti Venezia è ancora carne viva, una città che respira, non la retorica della grande bellezza. Penso ai molti buoni amici che ho in città, a Francesco Giusti e alla sua fragilità, a lui tremante che fa fatica a muoversi e allo spavento che deve aver provato. Se è vero che la vera poesia è merce rara, allora Francesco è una persona rara. Lo chiamo, e subito mi dice: “Te ‘speto, chiacchieriamo un po’ e andiamo a far l’aperitivo, ma vien coi stivai de goma!” Allora prendo il primo treno regionale e raggiungo Venezia Santa Lucia al binario 17, da sempre il mio punto d’accesso in città. Una volta Francesco accompagnandomi in stazione mi disse: “A Venezia il binario 17 è quello meno turistico di tutti, il più territoriale, da un lato collegava il quartiere popolare di Santa Marta alle fabbriche di Porto Marghera, dall’altro consentiva ai campagnoli di venire in città, un interscambio continuo e popolare”.

Per le calli l’atmosfera è spettrale. Pochi turisti smarriti, tanta gente incazzata e impaurita al lavoro, con gli stivali di gomma e con le pompe. Andando verso Campo San Giacomo, gruppi di studenti e ragazzi che ammassano sulle calli cataste di sacchetti neri: libri gonfi, scarpe, vestiti, macerie e oggetti di ogni tipo. Stavolta non era una semplice acqua alta, dicono: “E’ il mare che è entrato in città, onde grosse come cavalloni battevano sulle case come essere in mare aperto”. Un signore sostiene che i veneziani sono in via di estinzione. Due anni fa la soglia, che era anche psicologica, era ferma intorno ai 54 mila abitanti: “Ma ho un amico medico, e i medici di base hanno fatto una sorta di loro censimento, in base al numero delle persone assistite, perché solo le persone che hanno un’assistenza medica sono veri residenti, e siamo appena 44 mila!”

A Campo San Giacomo passo davanti all’Antico teatro anatomico  de la vida, dove fino a qualche tempo fa c’era uno degli spazi occupati più vissuti dalla cittadinanza che abbia mai visto. Corsi per bambini, attività artistica e culturale, laboratori, seminari su come ripensare la città e il modo di viverla in forma partecipata, feste di quartiere. Alla Vida potevi vedere bambini correre e giocare tra mamme e animatori, mentre, in disparte, personalità come Giorgio Agamben e Francesco Giusti discutevano fitto fitto. Passo davanti alla Vida, ora buia, vuota, in abbandono come il resto del Campo, in attesa di diventare l’ennesimo hotel, albergo o ristorante. Attraverso il ponte dell’Anatomia, raggiungo Francesco a casa e mi accoglie in camera sua, dove ci sono due amici, Elenio e Nicoletta, che ci fanno compagnia durante la conversazione. Classe 1952, Francesco è una figura storica della scena alternativa e creativa di Venezia. Ha al suo attivo una mezza dozzina di libri e collabora attivamente a riviste del settore. La sua è una poesia che segue i meandri dell’anima, prende nota di fatti e accadimenti. I suoi ultimi lavori sono Aicucù (Haiku con il singhiozzo) per Ossidiana edizioni e Quando le ombre si staccano dal muro per Quodlibet, con un’introduzione proprio di Agamben.

– Come hai vissuto questa tragica notte del 12/13 novembre 2019?

– E’ stato un esilio nell’esilio. Nel senso che ero chiuso in casa e non potevo fare nulla, non si poteva fare nulla.

– Tu hai vissuto anche l’inondazione del 1966, che differenze trovi tra i due eventi?

– Nel ’66 è stata una cosa impressionante ma lenta, che uno aveva il tempo di masticarla mentre accadeva. Questa volta è stata talmente violenta e immediata, che ti sentivi proprio sopraffatto da qualcosa di molto più grande, incontrollabile. Mentre nel ’66, dopo la disgrazia dell’acqua granda, si poteva pensare a un futuro e a come in futuro evitarla, stavolta non c’è la possibilità di ripensare a un momento di salvezza per la città e per chi la abita.

– Qual è il tuo stato d’animo oggi rispetto a Venezia?

Mi sento esiliato in una città che non sento più mia come potevo sentirla una volta. E’ assalita da torme di turisti che la invadono ogni giorno, senza requie. Una volta d’inverno c’era un momento di pausa in cui la città poteva “decantare” tutta la massa di turisti che veniva d’estate. Adesso non esiste più questa possibilità di rinascita, di respiro per la città, perché è un continuum di gente. Qui dove abito io la chiamo la Via dei Trolley, una volta c’era un silenzio totale, si stava bene, si sentivano solo gli alberi fuori nel giardinetto stormire con il vento. Adesso alle cinque del mattino si sentono i turisti che partono con il trolley, tum-tum-tum-tum, e poi dopo neanche mezz’ora quelli che arrivano a sostituirli nelle case che sono diventate alberghi, o magazzini diventati alberghi. Perciò, dopo i fatti dell’altra sera, mi sono sentito due volte esiliato.

– Venendo qua, ho trovato allo stesso tempo tanta solidarietà ma anche tanta rassegnazione.

– Eh, rassegnazione… rassegnazione… la gente impegna tutta la vita su qualcosa, un lavoro, e si ritrova in un attimo senza più nulla, senza più niente per rialzarsi e rimettere in piedi un’attività. Per esempio qui in zona San Giacomo dall’Orio, ci sono molti giovani che hanno aperto associazioni, laboratori, e hanno perso tutto, come una mia amica, Vanessa, che ha fatto l’accademia e ha aperto un laboratorio di serigrafia che fa degli stage, e lavora con questo. In un ora è andato tutto sott’acqua. C’è una delle ultime tipografie qui vicino, a Santa Maria Mater Domini, con due bellissime macchine Offset molto vecchie e ancora funzionanti che sono andate sott’acqua e praticamente l’unica cosa che possono fare è chiudere, se non arrivano finanziamenti. Ma parlare di finanziamenti, quando per il Mose hanno speso 6 miliardi di euro da quando l’hanno messo su ad adesso, e quei 6 miliardi sono stati come dire, il campo dove sono andati a pascolare i politici per prendersi le mazzette… uno non ha neanche più fiducia nel chiedere finanziamenti allo Stato come dovrebbe essere. Cioè lo Stato è un ente che quando guarda alla gente e deve fare qualcosa per la gente diventa un’entità astratta rispetto alla realtà davanti alla quale ci troviamo a combattere.

– C’è un immagine, un dettaglio, una situazione che ti ha colpito e che può simbolizzare la situazione che sta vivendo Venezia?

– I topi morti dopo l’acqua alta. I veneziani che muoiono soffocati, annegati dall’acqua alta come i topi. Rat-man. Gli ultimi degli ultimi. Da oggi il futuro non mi sembra più come prima, vedo questo rotolare della città verso forme invasive di assalto alla vita quotidiana dei pochi rimasti come inarrestabile. Ciò non significa che non bisogna opporsi a questo andazzo, anzi, non rimane  che la nostra individualità, la coscienza di mettere in campo la nostra individualità, insieme a quella degli altri, per “rompere i coglioni” affinché finisca questa politica di invasione della città solo per interessi economici importanti, dove i più piccoli vengono esclusi. Dobbiamo opporci il più possibile con la nostra coscienza individuale, questo ci rimane e fa parte di noi, è l’arma che abbiamo in questa situazione ormai senza via di scampo.

– Sono passati circa centodieci anni esatti da quando Filippo Tommaso Marinetti ha scritto Contro Venezia passatista e il suo Discorso futurista ai veneziani. Sono andato a rileggerlo, alcuni passaggi sono impressionanti riletti oggi: “Oh! non vi difendete coll’accusar gli effetti avvilenti dello scirocco! Era ben questo vento torrido e bellicoso, che gonfiava le vele degli eroi di Lepanto! Questo stesso vento africano accelererà ad un tratto, in un meriggio infernale, la sorda opera delle acque corrosive che minano la vostra città venerabile. Oh! come balleremo, quel giorno! Oh! come plaudiremo alle lagune, per incitarle alla distruzione!”

Marinetti nel momento in cui scriveva quel manifesto poteva anche essere una provocazione, però con il senno di poi si vede che sarebbe stato un disastro anticipato. Perché Venezia ha un suo senso incastonata nella laguna, nel mare, ha sempre avuto la sua storia legata, al Mediterraneo, all’Adriatico come rientranza del Mediterraneo, per cui tutta la sua cultura e il suo svilupparsi intellettuale è nei rapporti con l’oriente, diversamente sarebbe stata la fine. Quindi il futurismo è una cosa anche simpatica vista così, ma se lo si prende seriamente… meglio lasciarlo perdere. Quando negli anni Ottanta all’epoca di De Michelis si parlava della “città metropolitana”, volevano fare la metropolitana che passava per il Canale della Giudecca fino a Sant’Erasmo sotto la laguna! Abbiamo fatto battaglie enormi contro questa visione della città. E al momento abbiamo anche vinto, in un certo senso, se non fosse che poi lo stesso problema si ripresenta sotto altre forme, vedi con le grandi navi in laguna.

– Come rispondi a quelli che dicono o pensano che ormai Venezia è una città di muri vuoti, una Disneyland disabitata, una città morta, perduta?

Che è uno sguardo superficiale, anche se in parte può essere vero. In realtà a Venezia si sono sviluppate lotte di comunità per mettere a confronto la gente con i bisogni sociali reali. Per esempio l’occupazione delle case, l’occupazione dei centri sociali. Qui a San Giacomo per esempio due anni fa abbiamo occupato La Vida, ed è stato un momento di crescita, di confronto e unità di una comunità, che è venuta a crearsi intorno al Teatro la Vida Occupato, con attività di discussione, di crescita comune, di presa di coscienza rispetto ai problemi. Quindi è sì una città di mura, ma sotto le mura, per le calli più nascoste di Venezia, c’è una comunità che vive e ha un cuore che batte, non si può nasconderlo.

– Quando hai preso consapevolezza del tuo essere poeta e qual è stato il tuo percorso?

Ho un’immagine precisa, reale. Sono in divisa da autiere a Roma, faccio il militare, è il Primo maggio e sto seduto su una scalinata del quartiere africano. Scrivo immagini sul retro della copertina di un libro. In quel momento ho pensato di scrivere poesie, mettendo in contrapposizione il fatto di essere costretto a fare il militare lontano da casa, cosa di cui non avevo assolutamente voglia, e il trovarmi davanti a una città, il Primo maggio, in libera uscita, lontano dai cortei, in una parte della città vuota, a scrivere di un filo d’erba che cresceva tra le pietre di questi gradini bianchi sotto il sole di maggio. Da lì ho sempre preso appunti, ma solo più tardi, verso la fine degli anni Settanta, ho cominciato a scrivere con più assiduità. Sono andato a conoscere Carlo Marcello Conti delle edizioni Campanotto, che aveva uno dei più importanti archivi di poesia visiva d’Italia e non solo. Mi interessava quest’idea della poesia che andava al di là della parola, l’incontrarsi del segno con la parola.

– Quali sono state le collaborazioni che ti hanno dato di più?

Franco Beltrametti è un poeta con cui ho avuto un rapporto molto stretto di amicizia e lo ritengo un maestro, il poeta inglese Tom Raworth, Corrado Costa, Patrizia Vicinelli e tanti altri, tutti legati al Gruppo 63, alla poesia che cercava di pungolare la ricerca poetica in Italia.

– Come definiresti la tua poetica?

La mia poetica si è sviluppata progressivamente, per momenti. Ho cominciato a scrivere cose molto legate alla poesia orientale, e man mano dopo la morte dei miei genitori ho sentito il bisogno di ritrovare quei momenti dell’adolescenza. Mia mamma era di campagna, di Martellago, e da piccolo andavo sempre lì da mia nonna. Ho sentito la necessità di andare a fondo di quegli anni. E ho scritto molto su quel mondo che è un mondo relegato là nella memoria ma allo stesso tempo è il presente. Tutta l’ispirazione poetica la traggo da questo baule dei ricordi.

– Tu scrivi sia in italiano che in dialetto. Che differenza provi?

Il dialetto è una lingua che ho sempre parlato e che uso, è una cosa naturale, ho pensato prima in dialetto che in italiano. In terza media non parlavo bene in italiano, è venuto dopo. Quando scrivo in dialetto la cosa nasce dal suono, da un sottofondo che ho nell’orecchio, da una cadenza che è quella lenta dell’acqua. In italiano è una cosa diversa, penso più alla sintassi, alla costruzione del linguaggio, è una cosa più tecnica.

– Poesia e politica secondo te.

Poesia e politica nel senso che vita e poesia devono andare avanti di pari passo, non c’era una differenza, una valle messa tra le due cose. Politica proprio nel senso di mettere in pratica un’arte, un modo di essere e di vivere. Oggi le contraddizioni sono ancora più dirompenti rispetto agli anni Settanta, perché viviamo in un mondo in cui gli ultimi sono abbandonati. Quelli che vengono in Europa non tanto per lavorare ma perché hanno la necessità di vivere, hanno fame, fuggono le dittature, le guerre, o il cambiamento climatico… se non vedi tutte queste cose in un ottica di contraddizione tra capitale e classi sfruttate non riesci a risolverle, perché il capitalismo e il liberismo cercano di sfruttare tutto fino alla fine. La scrittura, la poesia, penso che di per sé dovrebbero essere una cosa politica, che si inserisce nella vita di tutti giorni. La poesia non crea profitto, quindi chi se la fila. Il fatto di scriverla è un impegno personale che va al di fuori della logica economica e di guadagno. Si scrive poesia perché ci si sente chiamati a scrivere poesia, per me è così. La poesia è aperta alla vita dal momento in cui tu la vivi e la dai agli altri perché la vivano in quanto tale. A me piace viverla insieme ai compagni e alla comunità con cui vivo e che lotta perché la città rimanga di tutti gli ultimi rimasti. Te ne leggo una, si chiama Disastro, l’ho scritta l’altra notte durante l’acqua granda:

 

Disastro

Falcidiati come i ricci ai bordi di una carreggiabile

conosciamo la paura di mettere fuori la testa nel disastro

siamo gli affastellamenti d’erba che marcisce nella pioggia

non cosa semplice svincolarsi dal disagio.

I liquidi percepiti essere messi in moto dalla luna

accesa dal guardiano del parco gioco in disuso

farsi marea e travolgere.

Una cosa più che seria, s’animavano fuochi verso il mare.

Una miriade di complicanze impossibili da controllare

se chiusi nelle case.

Poi il baule dei ricordi scorto già in braccio alla corrente

galleggiare solo nel fango del silenzio e del  tormento.

La taccola della notte non aveva gronda dove stare

unico lido il gesto antico senza fine.

E la strada da indovinare.

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