di Alexik

Il 22 e 23 novembre l’economista ecuadoriano Alberto Acosta Espinosa parteciperà a due appuntamenti salentini che affronteranno, da angolazioni diverse, i temi dell’aggressione del profitto alla Terra e della criminalizzazione di chi la difende.

Notevole, in questi incontri, la statura dell’ospite.
Ex Ministro dell’Energia e delle Miniere nel primo governo Correa, Alberto Acosta è stato presidente dell’Assemblea Costituente di Montecristi che ha promulgato la nuova Costituzione dell’Ecuador, la prima a riconoscere la Natura come soggetto di diritto.

Attualmente, oltre che docente presso la FLACSO, è autorevole membro del Tribunale Internazionale dei Diritti della Natura1, che sottopone ad investigazione e a giudizio le violazioni dei diritti di Madre Terra perpetrate in tutto il mondo2.

Pienamente interno al dibattito dei movimenti ecuadoriani che hanno animato la rivolta contro le politiche del governo di Lenin Moreno e del FMI, Acosta sostiene il  “Parlamento de los Pueblos, Organizaciones y Colectivos Sociales del Ecuador3 nel processo di definizione di un nuovo modello economico da contrapporre alla vulgata neoliberista.

Dall’Ecuador …

La produzione intellettuale e l’esperienza politica di Alberto Acosta offrono molte opportunità di ragionamento.
Sostenitore della prima ora del Movimiento Alianza PAIS di Rafael Correa,  Acosta ricoprì nei primi mesi del 2007 il ruolo Ministro dell’Energia e delle Miniere nel primo governo della “Revolución Ciudadana”.
Un ruolo insolito per un intellettuale antiestrattivista, svolto ai tempi in cui il programma del governo Correa recitava: “Soñamos  en  un país en donde  no  sea  posible  la  mercantilización  depredadora  de  la  Naturaleza”.
Poi i tempi cambiarono, ma nel 2007 l’atmosfera era ancora quella di una rivoluzione possibile.
L’Assemblea Costituente costruiva un testo nel cui preambolo il Popolo Sovrano dichiarava la sua decisione di “costruire una nuova forma di convivenza tra cittadini, nella diversità e nell’armonia con la natura, per raggiungere il buen vivir, il sumak kawsay” (che in lingua kichwa significa “vivere la vita in pienezza”).
Un’utopia da costruire, alla cui elaborazione lavorarono, nel corso di un ricchissimo dibattito costituzionale,  esponenti del pensiero indigeno, ecologista, socialista, femminista e decoloniale – e Alberto Acosta fra loro – in stretto contatto con i movimenti sociali, con la teologia della liberazione, con gli intellettuali del Foro Social Mundial.

Il sumak kawsay venne declinato attraverso l’inserimento in Costituzione di una lunga serie di diritti fondamentali: diritto all’acqua e al cibo, alla comunicazione, informazione, cultura, educazione e scienza, all’ambiente sano, alla casa, alla città e allo spazio pubblico, alla salute, al lavoro e alla sicurezza sociale.
Diritti delle persone (al di là della loro condizione di cittadini), diritti delle comunità, dei popoli e delle nazionalità, diritti della natura.

Ma al di là delle codificazioni, il buen vivir  rappresentava la fragile sintesi di concezioni ideologiche che davano di questo concetto interpretazioni diverse, e che prima o poi sarebbero arrivate necessariamente a confliggere:

Un’accezione indigenista, che voleva ricreare le condizioni armoniche della vita dei popoli originari, che poneva al centro la loro visione del mondo e il recupero dell’identità ancestrale perduta.

Un’ accezione socialista e statalista, variante ecuadoriana del socialismo del 21° secolo, che tradusse il buen vivir in un obiettivo da raggiungere attraverso un “nuovo modello di sviluppo”.
Un obiettivo pianificato da Correa nei Piani Nazionali quinquennali del Buen Vivir, che prevedevano una prima fase di accumulazione fondata sull’estrazione di materie prime come base per il successivo sviluppo dell’industria nazionale, in un contesto di integrazione economica latinoamericana.
Uno sviluppo accompagnato da forti politiche redistributive, dove lo Stato rappresentava il principale agente politico e l’unico interprete della volontà popolare.

Infine, un’accezione ecologista e post-desarrollista del Buen vivir, che rifiutava l’idea dello sviluppo moderno come aspirazione sociale, considerandolo come una forma di dominio.
Recuperava l’esperienza storica delle comunità indigene nella loro capacità di vivere in armonia con la natura, senza fossilizzarla nella nostalgia di un mondo idilliaco precoloniale, per lo più inesistente, ma  rivalutandola come pratica quotidiana che si nutre di cinque secoli di lotta e resistenza contro il colonialismo.

Alla base di questa accezione del Sumak Kawsay  vi è una profonda critica delle attuali teorie sullo sviluppo, comprese quelle eterodosse, che non mettono tale concetto realmente in discussione.
Il Buen vivir non è dunque la proposta di uno sviluppo alternativo, ma di una alternativa allo sviluppo.
E’ la rivalutazioni di soggettività periferiche che, proprio perché ai margini dello sviluppo capitalistico ne hanno subito meno la potenza performativa, e possono più facilmente immaginare delle “strategie di uscita” basate su un sistema valoriale di completa alterità.
All’interno di questa corrente di pensiero, Alberto Acosta è uno degli esponenti principali.

La sua critica dello sviluppo si nutre di un’attenta analisi sulle conseguenze di un neoliberismo dalle salde radici coloniali, che impone al suo paese il ruolo di esportatore di commodities petrolifere, agricole e minerarie.
È un’analisi che parte dallo specifico dell’Ecuador, ma assume una valenza generale nella denuncia di un assetto economico che pone società intere alla mercè del mercato mondiale e delle multinazionali, generando indebitamento, dipendenza, miseria, devastazione della natura, distruzione del tessuto sociale, corruzione, espropriazione delle comunità, furto di democrazia, violenza.
È la “maledizione dell’abbondanza” che trasforma la ricchezza di risorse naturali in una rovina, e l’istituzione pubblica in uno Stato di Polizia.
Una maledizione che non cambia nemmeno quando a governarla si candidano borghesie nazionali emergenti, rappresentate da caudillos “progressisti” (inevitabile in questo senso, la rottura e lo scontro con Correa).

Una maledizione che forse potrebbe cominciare a dissolversi davanti a quella rivolta senza caudillos che ha riunito, negli ultimi due mesi, i popoli originari, i lavoratori rurali e il proletariato urbano dell’Ecuador in una lunga e multiforme insubordinazione di massa.

… al Salento

Cosa offriremo a questo illustre ospite, che possa condividere ?
Come membro del Tribunale Internazionale dei Diritti della Natura  lo informeremo sulle ferite dei territori di questo paese, inflitte dalle grandi opere e dalla speculazione.
Gli parleremo della maledizione che colpisce non solo i luoghi di estrazione, ma anche quelli di passaggio dei flussi di materie prime.

Oggi  la grande draga di TAP, con la sua benna da 27 metri, è al lavoro al largo di San Foca, marina di Melendugno, incurante della Posidonia e dei coralligeni.
A terra, sotto il cantiere TAP, la falda è stata inquinata da cromo esavalente, altamente cancerogeno e mutageno.
Chiudono quindi i pozzi dei contadini, ma non il cantiere della multinazionale, che nonostante l’inchiesta della Procura di Lecce per scarico abusivo di sostanze pericolose, continua a lavorare.
Continua, fra l’altro, nonostante la Valutazione di Impatto Ambientale  fosse in scadenza a fine settembre, ma i ministri Costa e Franceschini l’hanno graziosamente prorogata per due anni.
Oltre Melendugno il tubo cambia padrone.
Diventa la bretella della Snam che collegherà TAP alla Rete Adriatica presso il centro di interconnessione in contrada Matagiola, tra Brindisi e Mesagne.
Il tubo è in posa nel territorio del Comune di Lecce, vicino alle case della gente, mentre dal leccese al brindisino, a centinaia, si espiantano gli ulivi per far posto al suo passaggio. Non c’è  rispetto nemmeno per quelli monumentali, rimossi anche prima di ottenere le autorizzazioni previste dalla V.I.A..
Altri migliaia dovranno essere espiantati per “liberare” i 55 km necessari alla costruzione della bretella. Il pretesto della xylella, a questo fine, torna utile.

Racconteremo ad Acosta di un nuovo assalto del fotovoltaico speculativo, con 44 ettari in attesa di autorizzazione a Nardò, 17 ettari sui seminativi a Corigliano d’Otranto, e progetti per 500 ettari nel Brindisino.
Del nuovo progetto di una superstrada che dovrebbe estendersi su 600 ettari di suoli agricoli, uliveti e abitazioni nel Capo di Leuca.
Delle prospettive di sostituzione dell’olivicoltura tradizionale con impianti superintensivi,  così palesi nelle intenzioni di un Protocollo appena firmato dalla ministra Teresa Bellanova e dalla Confederazione Italiana Agricoltori.
Dei vecchi veleni che restano, a Taranto e a Cerano.
E della criminalizzazione di chi lotta contro tutte queste devastazioni: dalla Valsusa, che ormai costituisce un esempio da manuale, al Salento, dove un centinaio di compagne e compagni a breve finiranno sotto processo per l’opposizione al TAP, aggiungendo nuove rappresaglie alle tante e pesantissime multe e ai numerosi fogli di via.

Dinamiche tipiche di un modello estrattivista che si attua, in ogni parte del mondo, nella sottrazione sistematica di ogni tipo di ricchezza dai territori, con il conseguente trasferimento di sovranità da chi quei territori li abita a chi li depreda.

Gli appuntamenti:

Venerdì 22 novembre 2019, ore 9,30
Aula Ferrari, Palazzo Codacci Pisanelli, Piazza Angelo Rizzo, Lecce
Giornata di studio con Alberto Acosta, Tribunal Permanente de los Derechos De La Naturaleza
È reato difendere la natura? L’uso asimmetrico del diritto nei conflitti ambientali
Programma

Sabato 23 novembre 2019, h. 16.00
Nuovo Cinema Paradiso di piazza Risorgimento 50, Melendugno (LE)
Estrattivismo, diritti della Natura e diritti dei Popoli
Programma

 


  1. Il 20 aprile 2010, alla “Conferenza popolare mondiale sui cambiamenti climatici e i diritti della Madre Terra” tenutasi a Cochabamba – Bolivia, è stata approvata da oltre 35.000 persone la Dichiarazione universale dei diritti della Madre Terra.  Poiché i governi  si rifiutano di garantire il rispetto di questi diritti, la società civile globale ha preso l’iniziativa per tradurli in realtà. A tal fine è stato istituito nel 2014 il Tribunale permanente per i diritti della natura e della Madre Terra. 

  2. Il Tribunale ha sottoposto a giudizio le attività inquinanti di Chevron-Texaco (Ecuador) e BP (U.S.A.), il progetto di estrazione petrolifera  Yasuní-ITT  (Ecuador), l’estrazione del carbone in Australia, le miniere metallifere di Cóndor Mirador (Ecuador), le attività di fracking  negli U.S.A., oltre a casi che hanno rilevanza globale, come gli organismi geneticamente modificati e le cause dei cambiamenti climatici. 

  3. Il Parlamento de los Pueblos, Organizaciones y Colectivos Sociales riunisce più 180 organizzazioni sociali ecuadoriane. Si è costituito lo scorso 25 ottobre presso la sede della Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador, in seguito alla rivolta generalizzata contro le misure economiche decise dal governo di Lenin Moreno e imposte dal FMI. 

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