di Sandro Moiso

Omaggio al Rojava. Il fronte siriano, la rivoluzione confederale e la lotta contro il jihadismo raccontati dai combattenti internazionali YPG, RED STAR Press, Roma 2019, pp. 212, 16 euro

“Saper riconoscere chi o cosa
in mezzo all’inferno non è inferno
è dargli spazio, farlo durare”

Poche settimane or sono, in occasione di una serata in omaggio a Ivan Della Mea uno degli intervenuti ha affermato che per il cantautore comunista l’ultimo degli eroi era stato Che Guevara.
Quelle parole, pronunciate da qualcuno che sembrava fare proprio il giudizio di Ivan mi hanno fatto comprendere, ancora una volta, l’enorme iato che è andato aprendosi tra la cosiddetta sinistra, non solo istituzionale, e la realtà del mondo attuale.

Senza voler nulla togliere né alla figura del Che, né tanto meno a quella di Della Mea mi sembra palese che una simile mancanza di produzione di figure adatte a nutrire l’immaginario antagonista contemporaneo sia emblematico, almeno per quanto riguarda l’italietta con cui dobbiamo fare giornalmente i conti, di una crisi profonda di una frazione politica della società, sempre più rinchiusa nelle sue sconfitte e nei suoi superati modelli novecenteschi.

Come è noto Bertolt Brecht, nella sua Vita di Galileo, aveva affermato: “Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi”. Purtroppo, o per fortuna dipende solo dai punti di vista, il mondo contemporaneo, soprattutto quello giovanile, ha ancora un forte bisogno di eroi, ovvero di modelli di riferimento in grado di catalizzare energie, desideri, speranze e rabbia di chi comprende, anche solo inconsciamente, di non essere ancora uscito, sia individualmente che socialmente, da ciò che nel XIX secolo Marx definiva come la ‘preistoria dell’umanità’.

Il recente successo della figura del Joker nelle rivolta sociali, soprattutto cilene e libanesi, che ha rapidamente sostituito la maschera di Anonymous tratta dal fumetto e dal film V for Vendetta, ci parla non tanto di un predominio dell’industria culturale e cinematografica americana nella cultura di massa contemporanea, quanto piuttosto della ricerca di un modello che non ripeta soltanto le stantie ricette e mitografie di una sinistra novecentesca non solo sconfitta, ma anche decisamente traditrice nel suo percorso storico (dalla Russia alla Cina e dall’Europa ad ogni angolo del pianeta) delle aspettative dei diseredati di tutto il mondo. Soprattutto in un momento in cui, contraddicendo le promesse del capitalismo e confermando le previsioni di Karl Marx, la proletarizzazione è andata allargandosi con l’immiserimento di quelle che un tempo erano definite classi medie.

Ecco allora che il testo appena pubblicato dalla Red Star Press, i cui proventi per esplicita volontà degli autori contribuiranno alla costituzione dell’Associazione Culturale “Lorenzo Orsetti”, può costituire un autentico manifesto per il nuovo eroe contemporaneo, anzi per i nuovi eroi contemporanei. Eroi anonimi, conosciuti principalmente attraverso il nome di battaglia, mossi da motivazioni diverse e non uniti da un’unica appartenenza politica e tanto meno partitica. Spesso accomunati dalla giovane età (anche se questa è una caratteristica costante degli eroi di sempre) e, soprattutto dall’aver saputo riconoscere immediatamente, in maniera quasi epidermica più che profondamente cosciente, una causa in cui ritrovarsi e per cui valesse la pena di rischiare la prigionia e anche la morte.

Vengono da molti paesi (Italia, Francia, Irlanda, Catalogna, Stati Uniti, Russia, Albania, Germania, Paese Basco e Québec, ma altri paesi avrebbero potuto essere aggiunti se fossero stati diversi gli autori scelti per la selezione della realizzazione del libro) e, anche se nel libro attuale le testimonianza sono soltanto maschili, appartengono indifferentemente ai due sessi. Si spera infatti in una successiva pubblicazione di memorie di donne combattenti per la stessa causa.

La causa, lo rivela il titolo, è in questo caso quella dell’indipendenza curda e del Rojava in particolare e tutte le testimonianze sono tratte dalle esperienze fatte o nell’IFB (International Freedom Battalion) oppure nell’YPG (Yekîneyên Parastina Gel – Unità di Protezione Popolare) a fianco dei combattenti e delle combattenti kurdo-siriane.

Come si afferma nelle pagine introduttive da parte dei curatori, sarebbe estremamente riduttivo leggere la partecipazione degli internazionalisti alle battaglie condotte dai curdi nel nord della Siria in chiave esclusivamente anti-ISIS. Questa è una motivazione spesso messa in primo piano dai media, anche se in realtà anche chi è partito inizialmente per combattere a fianco di una causa anti-fascista e contraria al radicalismo islamico più efferato si è trovato ben presto coinvolto nella difesa di un esperimento politico e sociale, quella del confederalismo democratico e dell’organizzazione politico-militare dal basso, ancora più importante e significativa della prima.

Sono giovani anarchici, comunisti oppure privi di ideologia politica di partenza a parlarci delle loro esperienze, al fronte e non, attraverso le pagine del libro. Alcuni di loro hanno fatto un solo turno nell’YPG e nell’IFB, per poi dedicarsi a propagandare la causa del Rojava una volta tornati nel paese d’origine; altri hanno fatto più turni nelle due formazioni e non vedono l’ora di poter tornare là per continuare a dare il loro contributo in prima linea.

Esprimono talvolta pareri diversi su differenti aspetti della vita, della disciplina, dei rapporti intercorsi con gli altri combattenti arabi, turcomanni e curdi, ma tutti esprimono una vivacità, una determinazione, un coraggio quasi sempre scevro da qualsiasi tipo di retorica. Qualcuno si concentra maggiormente sugli aspetti militari, per esempio il russo-polacco Ilyas, altri sulla vita e la disciplina dei tabur (plotoni) di appartenenza. Tutti hanno conosciuto combattenti, uomini e donne, morti in seguito durante le operazioni e spesso, come alcuni compagni-combattenti italiani e di altra nazionalità, hanno dovuto affrontare dei guai con la giustizia o l’informazione manipolata dei media ufficiali una volta rientrati nei paesi di provenienza.

Ma è tutta la brutalità, la casualità, la crudeltà e la violenza della guerra a riverberare dalle pagine di Omaggio al Rojava. La violenza di cui i pacifisti imbelli, gli intellettuali da salotto e i compagni da osteria non vogliono sentire parlare e che, anzi, non riescono neppure ad immaginare proprio perché non riescono a immaginare, e nemmeno a comprendere, lo scontro di classe così come esso si manifesta al suo culmine e ridotto alla sua essenza: quello della guerra di classe e civile.
Senza romanticismo e senza paraocchi ideologici e moralistici.

“Arrivo in paese distrutto, sono giorni che non mi lavo, e sono completamente coperto di sangue. Non mi interessa, mi butto su un materasso a terra e crollo in un sonno profondo. La mattina dopo uno degli anziani mi accompagna in un’altra casa. Mi offrono mille sigarette, mille çay (tè curdo), e una colazione abbondante. Accetto tutto più che volentieri. Mi sono lavato le mani come meglio potevo, ma l’acqua era poca, e l’odore del sangue attraversava la tazza fumante di the. Mi dicono di restare un paio di giorni per riposare, ma non mi interessa, a parte qualche acciacco non sono ferito e posso continuare.
Insistono, gli dico che voglio solo la mia arma e raggiungere l’altro gruppo sulla collina. Questa volta accettano, e dopo un paio d’ore e qualche telefonata un compagni mi viene a prendere: Ringrazio per la colazione, ci salutiamo con grande calore. Scoprirò solo poi che tutti i presenti in quella stanza sarebbero morti il giorno dopo.
La prima notte sulla nuova collina è la notte dei “cobra”. L’elicottero ci vola proprio sopra, spara raffiche a caso su tutti i cespugli. Aspettiamo che si allontani per fare manovra e girarci e arretriamo verso altri cespugli. Passiamo lì la notte, senza coperte, con le orecchie tese al cielo. Risentire il giorno dopo, sotto il sacco a pelo, il calore riaffluire nelle gambe sarà una delle sensazioni più belle che ricordo.
Stiamo fermi due giorni, e non capisco come mai. Il volo dei droni e degli aerei da guerra si fa più intenso. Diluvia, sono bagnato fradicio, ed è mentre mi chiedo come farò ad affrontare il gelo della notte in quelle condizioni che mi avvertono che ci muoviamo. Una squadra più fresca prenderà il nostro posto e avremo qualche giorno per riposare.
Ringrazio il cielo e raccolgo in fretta le mie cose.
Al villaggio noto subito che l’atmosfera è molto cambiata, non c’è più quasi nessuno, e quei pochi che ci sono fanno molta più attenzione. Le facce sono tese, e c’è poca voglia di scherzare.
Vedo le macerie dell’edificio dove avevo fatto colazione, many sheit dice un compagno.
Gli aerei che in quel giorno si erano sentiti passare avevano colpito molto duramente. Buona parte dei combattenti erano stati spostati sulle colline, altri in qualche postazione più sicura.
Avrei voluto scrivere un finale diverso, uno in cui magari strappavamo il villaggio al nemico senza problemi, ma la realtà non è un bel racconto, e in fin dei conti per questa storia un finale ancora non c’è; sulle colline di Afrin si resiste, si vince e si perde, si vive e si muore, ma se la lotta non si spegne vuol dire che la speranza vive ancora”1

E’ proprio nelle parole di Tekosher, forse annoverabili tra le ultime righe scritte da Lorenzo Orsetti, che chiudono il libro, che possiamo trovare tutto lo spirito delle testimonianze in esso racchiuse. Testimonianze che rinviano alla memoria di altri eroi anonimi di altre guerre di classe, dalla Spagna alla Resistenza italiana, spesso tradite e quasi sempre sconfitte nei loro fini ultimi, ma utili a rinnovare la speranza in un mondo altro e diverso dall’attuale.
Quello in cui finalmente non ci sarà più bisogno di eroi.


  1. Omaggio al Rojava, pp. 209-210  

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