di Alda Teodorani

[In autunno uscirà presso Stampa Alterntiva un nuovo libro, a carattere largamente autobiografico, di Alda Teodorani, intitolato Lettere dal ranch. Ne anticipiamo alcune pagine dedicate alla scrittura, che tanta importanza ha avuto nella vita dell’autrice.]

Anita carissima,

sono state create delle regole talmente rigide per la narrativa che sembrano la ricetta di una ciambella. Il punto è, però, che la scrittura non è una ciambella, non è una torta che non viene come tu la vuoi se non segui la ricetta alla lettera. Io penso invece che la scrittura esiga e permetta variazioni di regole. Tutta questa storia dell’eroe e dell’antieroe che senso ha?

Facile, direbbe lo scrittore perfetto, anche la nostra vita è così.

Però io mi chiedo: è davvero così la nostra vita o siamo noi uomini che ci vogliamo illudere sia così?

Quante volte gli scrittori, i poeti e i musicisti ci hanno dato a intendere queste balle colossali su amicizia, amore, eccetera? Cosa c’è di vero?

Facile, direbbe lo scrittore perfetto, la gente ha bisogno di sognare.

Forse è vero, o forse no, forse poi l’impatto con la verità diventa troppo duro, come lo è stato per me, sempre.

Così, alla fine, lo scrittore perfetto è specialista non solo nel raccontare balle, ma anche nel manipolare le cose (gli ingredienti della sua torta) come gli fa più comodo. Gioca con le nostre vite, ci costringe a pensare in modo socialmente utile.

E se invece di raccontare una sola storia io volessi narrare più storie? Se invece di parlare di una storia individuale volessi tracciare un affresco collettivo? E se le storie che raccontiamo fossero punti, spunti e appunti di qualcosa che, come una buona scaletta, contiene la possibilità di avere degli agganci narrativi, quasi fosse un albero, magari un pino, o un cedro del libano, con tutte le diramazioni delle sue fronde che si alimentano a un’unica fonte di vita. È una storia collettiva, ogni persona ne ha intessuto la trama ma potrebbe intesserla pure a libro pubblicato, poiché di eroi non ce n’è uno soltanto, ce ne sono diversi, e il mio libro potrebbe essere un punto di partenza per fare in modo che qualcosa si inneschi o meglio ancora potrebbe essere un ordito nel senso tessile del termine, un intreccio sul quale chiunque tra i lettori potrebbe intrecciare i suoi colori e costruire nuove stupende tessiture.

 

Oggi ho preso fuori da una scatola (ebbene sì ho ancora un sacco di cose nelle scatole, e alcune non ne usciranno!) un quaderno che non toccavo da un paio d’anni. C’erano delle righe iniziali di un nuovo libro, un’idea che è rimasta lì, in quelle due pagine scritte con una stilografica dall’inchiostro verde. Quanto era brillante quell’inchiostro, il giorno che vergai quelle note, e come si è spento con l’andare del tempo.

La penna l’avevo persa subito dopo aver scritto quelle poche righe, mentre scendevo dalla collina dove, in un giorno di fuga dalla città, diretta verso i due laghi, mi ero fermata a scrivere sotto un noce che, non potato da decenni, credo, ha assunto la forma di un salice piangente.

E fu a quel finto salice che appesi la mia cetra da cantrice.

 

Dopo l’assoluta meraviglia che fu lavorare al romanzo che amo di più, Sacramenti – mai fino a quel momento avevo tanto parlato di un libro in costruzione come quando lo scrissi – un tempo sterile mi era sfuggito sopra e attorno.

Un anno dopo la pubblicazione di Sacramenti, iniziai a scrivere Il margine del labirinto, sulla traccia di una sceneggiatura non mia, ma che poi era diventato tutt’altro. Dopo che era cambiato il direttore editoriale, il romanzo era rimasto a giacere, dimenticato, dentro un qualche cassetto alla Mondadori e immaginavo che chi un domani avesse aperto quel cassetto, avrebbe trovato la bozza stampata avvolta in una matassa di filo spinato, con punte talmente aguzze da trafiggere a sangue chiunque osasse toccarla. Nei mesi di scrittura del libro, quello stesso filo spinato si era avvolto attorno al mio corpo e al mio collo, ferendomi e soffocandomi, ma pure attorno al mio animo, al punto che una sera, sconfitta dalla desolazione e dal senso di inutilità, avevo deciso di farla finita, di affondarmi un coltello nelle braccia. Cosa mi abbia fatto desistere, prendere il telefono e chiedere aiuto, non lo so ancora, forse fu la pena dell’idea di lasciare solo il mio gatto Pumino, o forse fu un guizzo della vita che ancora mi aleggiava dentro. Il tempo mi aveva ferita, ero passata attraverso persone false e ingannatrici, mi ero smarrita, avevo perso la maggior parte di me e ancora oggi mi stupisco di essere sopravvissuta a quella sera, non so in che modo.

Dopo alcuni mesi il romanzo era stato terminato, finendo dentro quel famoso cassetto, intanto avevo progettato, in quel periodo doloroso, di tatuarmi un filo spinato attorno al corpo, poi non ne avevo fatto nulla.

A poco a poco avevo sconfitto i miei demoni, era tornato l’istinto di sopravvivenza, ma l’Alda scrittrice, con l’esuberante curiosità negli occhi, si era spenta quella sera e non aveva più fatto ritorno. Non avevo più storie da raccontare da diversi anni, le avversità mi si erano piantate dentro come radici di un albero tra le ossa di un cadavere. Non avevo più scritto nulla che non fossero disperati e disperanti raccontini a frammenti, idee disgregate.

Un morso alla volta vivevo la mia vita e la scrittura, allo stesso modo in cui, se fossi stata una pecora, un morso alla volta avrei strappato con i denti tutta l’erba di un’intera collina.

Il blocco scritto in verde, con dentro il libro arenatosi dopo la conclusione del giallo scritto in precedenza, era rimasto chiuso dentro una scatola nell’armadio, lo stesso armadio dove avevo chiuso tutto quel che potevo, congelando la mia vita, mentre mi diventava sempre più evidente che la gente come me non è adatta a vivere, che la scrittura mi salva, mi uccide e mi salva di nuovo, portandomi oltre i confini del tempo, che io non sono niente senza gli altri e in essi, come nella scrittura, mi annullo e mi vivifico.

 

Raccoglievo brandelli di testo, mentre non vivevo la mia vita.

Ma a quei brandelli mi ero aggrappata come i naufraghi della Medusa alla loro zattera.

L’idea, assai imprecisa, era quella di comporre una trama dalla mia solitudine e dalle relazioni vissute, agganciandola con i racconti di altre donne. Qualcosa di simile a Organi ma mentre lì la scrittrice protagonista prende qualcosa da ognuno, adesso c’era la consapevolezza di come non restava nulla da prendere. Avevo abdicato su tutto, ma non mi ero mai risolta a gettare quegli appunti che giudicavo inutili e strampalati, tirati fuori con le pinze quasi fossero denti strappati alle mie gengive per quanto era stato difficile e doloroso metterli su carta. Non era soltanto il narrare a esserlo, quanto arrivare a staccarmi da una quotidianità così sofferta – era una cosa che riuscivo a fare raramente e per pochissimo tempo, riappropriandomi di quella parte di me andata in frantumi, o forse della quale non ero più padrona.

Se dovessi raffigurare me stessa in quel periodo, mi penserei vittima di un qualche problema cerebrale, che dall’esterno non si vede. Se mi dovessi raffigurare dopo la perdita di Pumi, mi penserei come un ghiacciaio nel quale sono stati fatti brillare degli esplosivi, apparentemente integro ma che poco a poco si fessura, perdendo pezzi che vanno a sciogliersi nei fiordi, ma soprattutto perdono consistenza. Come mi era già successo altre volte, non ero più padrona di me stessa, presente a me stessa. Eppure, un pezzo alla volta, sto cercando di posizionarmi come un guerriero davanti ai lavori incompiuti o appena concepiti, di ritrovare nella mente le storie che ho abbandonato, di trasformare quegli appunti in ordito, di riscrivere Il margine del labirinto, che non mi ha mai soddisfatta fino in fondo, e in fin dei conti il fatto che Mondadori non lo abbia pubblicato è una fortuna, non ho nemmeno rischiato di far parte della crew fino a trasformarmi in un’insulsa bambolina con gli anfibi e il sorriso finto, in una autrice seriale.

Fuori, oltre l’albero di pepe, la collina risplende. Nel cortile, il ranchero è arrivato col suo pickup e il carretto da traino pieno di fieno. Ha chiamato il fratello brasiliano e insieme si sono messi a parlare di foraggi. Il ranchero stacca una manciata di fieno dalla balla, l’annusa, dice: «Senti qua» e la fa annusare al fratello. Mi sono sentita stranamente felice.

Un gallo canta: sono le sette di sera.

Alla prossima dal ranch!

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