di Armando Lancellotti

Louis Mercier Vega, La cavalcata anonima, Elèuthera, Milano, 2019, pp. 174, € 15.00

L’editore Elèuthera ha recentemente ripubblicato La cavalcata anonima, scritto – e stampato postumo in lingua originale francese nel 1978 – da Louis Mercier Vega, alias Charles Ridel, alias Charles Cortvrint, per citare solo alcuni dei tanti nomi e pseudonimi utilizzati dall’autore per intraprendere ed attraversare una vita da rivoluzionario, combattente, sindacalista anarchico, giornalista, studioso ed intellettuale, in ogni caso militante libertario, sempre lucidamente fedele agli ideali che abbracciò in gioventù e che sostenne fino alla morte, avvenuta per suicidio nel novembre del 1977.

Come si legge nella bella Prefazione scritta già per la prima edizione da Marianne Enckell – storica, responsabile del Centro internazionale di ricerche sull’anarchismo di Losanna, sua amica e collaboratrice per anni – Louis Mercier Vega era nato in Belgio nel 1914 col nome di Charles Cortvrint da madre cilena; il cognome Ridel lo assunse quando per sfuggire al servizio militare, all’inizio degli anni ’30, emigrò in Francia, dove ebbe modo di corroborare la propria precoce scelta politica anarchica, partecipando alle lotte sindacali e militando nella Federazione comunista libertaria, che era nata da una spaccatura dell’Unione anarchica al Congresso di Parigi del 1934. Nel 1936, in Spagna, prima del pronunciamento franchista di luglio, entrò in contatto con la CNT e allo scoppio della guerra civile decise di prendervi parte, arruolandosi e combattendo nella Colonna Durruti.

E proprio la guerra civile spagnola è lo sfondo che sta alle spalle, ovvero nel passato prossimo, dei protagonisti di questo breve romanzo, i quali sono quasi tutti reduci sconfitti e rifugiati in Francia, combattenti anarchici che in Spagna hanno vissuto il momento al contempo più esaltante e tragico dell’anarchismo novecentesco: hanno coltivato la speranza della vittoria rivoluzionaria ed hanno sperimentato la delusione e lo sconforto per la sconfitta dei propri ideali e il fallimento di una rivoluzione. Se la guerra di Spagna è il passato dei personaggi del La cavalcata anonima, il presente ed il futuro sono lo scoppio del secondo conflitto mondiale e la conquista nazista dell’Europa, che trasformano la Francia dei tanti reduci di Spagna e più in generale l’intero continente in una potenziale morsa, in una pericolosa trappola, alla quale occorre sottrarsi con ogni mezzo.

Le vicende raccontate negli undici brevi capitoli di questo interessante libro che, come si è già detto, è una via di mezzo tra il romanzo, l’autobiografia e il resoconto storico e politico, vanno dal settembre del 1939 al giugno del 1941; hanno inizio in Francia, a Marsiglia, all’indomani dello scoppio della guerra mondiale e terminano a Santiago del Cile, mentre in Europa l’inizio dell’Operazione Barbarossa straccia il Molotov-Ribbentrop, ricollocando a forza l’Urss di Stalin dalla parte dei paesi in guerra contro il fascismo, con il conseguente recupero della linea politica dei fronti popolari antifascisti, quella stessa di cui l’autore e i suoi compagni libertari della Durruti avevano già sperimentato l’inefficacia qualche anno prima in terra iberica, dove – anche in quel caso – erano rimasti intrappolati sulle barricate di Barcellona, presi a fucilate dalle milizie staliniste.

La materia storico-politica maneggiata dalla narrazione è pertanto assai densa e complessa e da Louis Mercier Vega viene affrontata sempre dalla prospettiva del militante, del rivoluzionario anarchico, senza che questo produca una perdita di lucidità analitica nella lettura dei fatti; la stessa lucidità che guida Parrain e Danton, i due alter ego dell’autore, nelle loro scelte: il primo si rifugia in Sud America, dove partecipa attivamente alle lotte politico-sindacali del movimento anarchico cileno; il secondo, nonostante l’antimilitarismo che prima lo aveva condotto alla renitenza alla leva, decide poi di arruolarsi, ma questa volta per sua volontà, nell’esercito gaullista della Francia libera. Scelte molto diverse, ma sempre compiute come conseguenze di una consapevolezza politica forte, radicata nell’ideale del socialismo anarchico.

Frequenti sono nelle pagine del libro i riferimenti agli accesi dibattiti dialettici e agli scontri politici che animavano l’internazionalismo a cavallo degli anni Trenta e Quaranta, come quando Parrain si reca dal trotzkista Fernand per raccogliere un po’ di documenti falsi coi quali organizzare la fuga per sé e alcuni suoi compagni. Il primo accusa il secondo di dogmatismo che tende a spiegare tutto attraverso «le formulette magiche bolsceviche» ed il secondo critica il primo per lo scarso rigore nell’analisi politica e l’eccessiva improvvisazione dimostrati dagli anarchici in Spagna, sostenendo che «un po’ d’analisi marxista e un briciolo di esperienza politica» non avrebbero fatto male. E se Parrain ribatte sostenendo che il «collaborazionismo» del fronte unico antifascista sia stato una delle cause della sconfitta e che non si debba mai cadere nell’errore dell’avanguardismo politico del partito, Fernand risponde sostenendo che si tratti solo di chiacchiere per nascondere la realtà e cioè «che eravate il movimento rivoluzionario e avete perso la guerra e la rivoluzione».

E come in Spagna il «collaborazionismo» del fronte unico antifascista, secondo l’autore, aveva rappresentato la trappola politica nella quale erano caduti i progetti rivoluzionari e gli ideali libertari, così la doppiezza e l’ipocrisia delle democrazie liberali d’Europa – quelle stesse che non avevano esitato ad abbandonare e sacrificare la repubblica spagnola – non si fanno scrupolo di arrestare, rastrellare, recludere in campi di raccolta e respingere oppositori, disertori, renitenti alla leva, combattenti reduci di Spagna, richiedenti asilo, profughi e rifugiati.

Si tratta di una massa di uomini e donne il cui errare per l’Europa e per il mondo viene definito come una cavalcata “anonima”, perché le persone che ne fanno parte vivono nell’anonimato di chi non è accolto, ma è osteggiato e rifiutato, o di chi abbandona il proprio “nome”, ovverosia la propria casa, la propria terra, la propria precedente esistenza, senza averne altre ad immediata disposizione. Oppure è l’anonimato di chi si trova nella necessità di dover assumere tanti differenti nomi, per rimanere libero, per avere un documento che garantisca l’anonimato, attribuendo un nome falso.

E allora leggendo le peripezie e le storie dei refrattari e dei ribelli, dei rifugiati e degli apolidi raccontate da Louis Mercier Vega, la mente corre doverosamente agli uomini e alle donne in fuga, ai clandestini, ai migranti e agli “anonimi” di oggi, nella “cavalcata anonima” dei quali rivivono le sofferenze e le ingiustizie di tutte le peregrinazioni della storia, rese “anonime” dall’indifferenza e dal disinteresse del resto del mondo.

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