di Nico Maccentelli

(Capitolo 20)

20.

— I shot the sheriff, but I did not shoot the deputyyy…

La testa gli ronzava come un vecchio frullatore.

— I shot the sheriff, but I did not shoot the deputyyy…

E quel canto sgangherato gli rimbombava nella cervice come un gesso che riga una lavagna.

— All around in my home tooown…

Cattabriga scosse la testa per scacciare la voce. Non riusciva ad aprire gli occhi perché una grande luce si insinuava tra le palpebre, aggredendo le pupille.

— They’re trying to track me down…

Dov’era, chi storpiava quel pezzo di Bob Marley… cos’era successo…

— They say they want to bring me in guilty, for the killing of a deputyyy!!

Il labirinto… Si coprì il volto con un gomito per abituare gradatamente gli occhi alla luce.

— Buongiorno ispettò!

A poco a poco riuscì a mettere a fuoco l’ambiente. — Ciro?

— Indovinato ispettò!

— La figura che aveva davanti divenne sempre più nitida. Ciro Mutolo imbracciava una mitraglietta Uzi e lo fissava con un’espressione affabile. Dietro di lui, appeso a un gancio per il mento, dondolava placidamente il corpo di Tore Russo, con la faccia e la camicetta a fiori insanguinate. Era letteralmente crivellato di colpi in tutto il corpo e sotto i suoi piedi si era già rappresa una pozza scura.

— Lui? Eh sì, ho dovuto farlo. Voleva vendere tutto. Poteva farlo, aveva la maggioranza delle quote e io non potevo comprare la sua parte. Addio Laser game: ci avrebbero fatto un fast-food o chissà cos’altro. E io non potevo permettermelo, vero Tore?

Ciro diede un buffetto affettuoso su una guancia del cadavere.

— Dov’è Silvia?

— Una cosa alla volta, ispettò! Prima mi deve dire cosa ci faceva in una proprietà privata.

La constatazione del napoletano suonò grottesca, come quella di un inquilino intento a questionare sui millesimi della cantina durante un terremoto.

— Lei è un assassino, Mutolo.

L’espressione affabile di Ciro si trasformò all’improvviso in un ghigno perfido. Puntò l’arma contro Cattabriga e strillò: — Volevate fermarmi, bastardi!!

— Si calmi Mutolo, si calmi. — Il cuore di Yuri batteva all’impazzata. Più della sua pelle però, gli stava a cuore la sorte della ragazza. Ma non doveva farlo intuire al pazzo, per non dargli un’arma in più, la più importante, se ancora c’era…

Il tono di Ciro tornò calmo: — Risponda ispettò.

— Ho fatto solo il mio dovere.

Il pazzo gridò: — Ha fatto solo il suo dovere, eh? Nessuno le ha mai insegnato l’educazione?! — Poi aggiunse più a se stesso: — Voleva mandarmi a puttane la grande mattanza…

E restò a fissare il vuoto con un’aria stralunata.

— Grande mattanza?

Ciro scosse la testa. — Venga ispettò, cosa fa ancora lì per terra? si alzi.

Yuri si sollevò in piedi. Sentiva un gran dolore alla spalla, fortunatamente però non aveva perso sangue. Il piombo lo aveva solo accarezzato, ma non poteva dirsi fortunato. — Mi risponda Mutolo. Cosa intende per mattanza?

— Stia lontano e con le mani bene alzate — gli intimò Ciro. E rispose: — Ha mai pensato a un grande magnifico eccidio, a un assassinio simultaneo di almeno una ventina di guaglioni?

— Assassinio simultaneo?

— Sì, di stupidi ragazzi senza arte né parte, individui inutili, figli di individui inutili.

— Lei è pazzo, Mutolo.

Il napoletano cambiò rapidamente espressione, allargando gli occhi con sguardo minaccioso: — Non mi dia del pazzo, ispettò!

— Mi scusi. Però converrà con me che è un po’ troppo severo con questi ragazzi.

Gli occhi di Ciro si spalancarono con fervore. — Ma ci pensi solo per un istante. Ha mai notato il loro modo di vestirsi, i loro stemmini del cazzo? Simboli che significano tutto e nulla, che rivelano il vuoto. È una questione di igiene, caro ispettore, di igiene mentale. Se la loro vita è un gioco, io lo farò diventare un gioco di morte.

— Come ha fatto nei luna park di mezza Italia, vero?

— Vedo che è venuto qua con le idee molto chiare, ispettò. Francamente non mi aspettavo un’alta capacità deduttiva da uno sbirro. Comunque la risposta è sì. Ci ho messo molto tempo per mettere a punto questo progetto. Anni. Doveva essere qualcosa di ineccepibile.

— E i due ragazzi uccisi come rientrano nel suo piano?

Ciro sorrise beffardo. — Dovevo pur fare delle prove generali. E il sistema ha dimostrato di funzionare alla perfezione. Non potevano bastarmi i fantocci che ho usato per mesi. Dovevo sperimentare il sistema su oggetti in movimento. Tanto valeva iniziare con questi luridi vermi.

— Ma si rende conto delle cose insensate che sta dicendo?

— Non mi contraddicaaaa!!! — urlò Ciro con il volto deformato da un ghigno di rabbia e puntando la Uzi con mano tremante contro l’ispettore.

Yuri si riparò istintivamente la testa con un braccio. Poi tornò a guardare il pazzo, che ora stava ansimando in preda a una crisi. Doveva assecondarlo fino in fondo: era l’unico modo non solo per prendere tempo, ma per rendersi conto dei suoi folli scopi.

— Stia calmo, Mutolo. Va bene, sono ragazzi inutili, come dice lei e il suo sistema può eliminarli. Ma mi sfugge ancora il come.

— Venga ispettò, guardi!

Ciro lo fece passare attraverso una porta controllandolo con la Uzi, poi passò a sua volta. Cattabriga vide un lungo corridoio e, ogni tanto, in alcuni punti, c’erano dei revolver 38 special infilati dentro delle feritoie rotonde. Erano le armi che avevano sparato nel labirinto, comprese subito. I calci delle pistole erano fissati su dei supporti metallici, probabilmente con funzione antirinculo, agganciati a loro volta alle feritoie.

Sui grilletti erano appoggiate delle aste metalliche a forma di martelletto, da cui partivano dei fili elettrici che si snodavano lungo il muro, riunendosi tutti in un unico fascio. Sembravano un avviluppo contorto di radici umide e tetre, che convergeva verso un punto ben preciso del corridoio. Lì c’era una console piuttosto lunga e piena di monitor disposti su tre file.

— Guardi, ispettò. Guardi pure! Questa non è la televisione: è meglio!

Cattabriga si avvicinò all’enorme marchingegno e comprese come il pazzo potesse controllare ogni scorcio del labirinto. Infatti i monitor, almeno una trentina, dovevano essere apparecchi a raggi infrarossi, perché le immagini erano incredibilmente nitide, nonostante l’oscurità. Ognuno aveva un mirino al centro. In questo modo era possibile individuare con precisione ogni sagoma di passaggio e sparare al momento giusto.

— Bello, vero?

— Ingegnoso, Ciro, ingegnoso.

— Grazie ispettò.  Ma lei è troppo furbo e ha scoperto tutto!

Cattabriga guardò una trentotto che aveva a portata di mano. Ma tentare il tutto per tutto sarebbe stato troppo rischioso. Disinserire il grilletto dal martelletto e dal groviglio di cavi elettrici era già una bella impresa. Senza considerare che Ciro aveva certamente il colpo in canna nella mitraglietta. Doveva continuare a dargli corda e poi agire una volta scoperto cosa fosse accaduto a Silvia.

— E la mattanza per quando è in programma?

— Chissà? Quando mi va! Adesso che l’ordine di chiusura del locale è stato sospeso, ogni momento è buono. Peccato però che lei non ci sarà Ispettò. Avrebbe assistito a un bello spettacolo.

— Se il biglietto non costasse troppo, sarei allettato a venire anche dall’inferno — commentò Cattabriga cercando di buttarla sullo scherzo. E la tattica dava i suoi frutti, perché Ciro ora aveva i muscoli del volto più rilassati. Solo il suo sorriso enigmatico emanava qualcosa di inquietante.

— Lei ha voglia di scherzare, ispettò! Ma venga, venga… per di qua! — lo esortò il napoletano aprendo una piccola porta scura, che Yuri non aveva ancora notato.

— Entri, entri pure. Dopo di lei!

Il poliziotto dovette inginocchiarsi perché quello che doveva affrontare era un budello lungo e stretto. — Dove mi sta facendo andare, Mutolo.

— Vada vada, non abbia paura!

Il corridoio non doveva essere alto più di ottanta centimetri e largo sessanta.

— Vedrà la sorpresa che le ho preparato.

Dopo venti metri circa, Cattabriga arrivò all’altezza di una lastra di metallo. — E adesso?

— Non si preocupi, ispettò!

— Qui non si va più avanti.

— Lo dice lei. Spinga, sposti pure la lastra verso la sua destra!

Yuri fece leva con le mani e spostò la lastra senza fatica. Si accorse che il budello ne intersecava un altro. Appena entrato nel nuovo cunicolo, scorse davanti a sé una grata..

— Non inizia a capire, ispettò?

— Le condotte dell’areazione!

— Bravo. Arriverebbe primo a Uestepoint! — commentò Ciro. E aggiunse: — Spinga ispettò, spinga!

Cattabriga tirò una spallata alla grata, che si aprì agevolmente, ma cigolando come lo sportello d’un pensile da cucina.

— Esca, non abbia paura.

Yuri mise fuori prima un piede, poi l’altro. Spiccò un piccolo salto e si trovò in un ambiente pieno di pannelli neri. L’arena! Ciro sembrò leggergli nella mente. — Certo ispettò — confermò mentre spiccava il piccolo salto anche lui, senza smettere di tenere la Uzi puntata sul poliziotto, — è proprio il campo di gioco che conosce già molto bene. Il Laser game! Il giro è finito, si torna al punto di partenza.

— Va bene, ma la ragazza.

— Una cosa alla volta ispettò. Una cosa alla volta.

Yuri strinse i pugni. Ciro stava giocando con lui come il gatto col topo. Si inoltrarono per gli oscuri corridoi. Il dedalo era proprio grande: sembrava non finire mai.

— Mutolo, mi spiega perché mi ha portato nel suo nascondiglio? Non poteva risolvere tutto qui nel suo bel labirinto?

— È una domanda che offende la mia e la sua intelligenza, ispettò. Un ospite di riguardo come lei non poteva non conoscere…

— … la sua genialità prima di essere fatto fuori.

— Sì, ci tengo a rivelarle tutto. Ma sulla sua prossima dipartita da questa valle di lacrime si può anche sbagliare; perché le darò un’opportunità.

— E come?

— Con una una bella partita.

— Ma cosa dice!

— Si giocherebbe la sua vita, ispettò?

— Lei è pazzo!

— Tanto cos’ha da perdere a questo punto? Le propongo una bella partita, un gioco ideale per appassionati di armi come noi. Per estimatori. È da tanto che sogno di farne una, ispettò!

— E come si svolgerà questa… partita?

— Adesso vedrà! Ma prima le avevo detto che c’era una sorpresa per lei.

Arrivarono in un punto più largo. Silvia era sopra la pedana della base, legata, a coprire il bersaglio. Indosso aveva solo la sottanella.

— Yuri! — gridò.

I suoi seni erano schiacciati dalle corde, e i capezzoli spuntavano a malapena tra un canape a l’altro.

— Silvia, stai bene?

— Sì, la sua puttanella sta bene, contento?

— Ti ha fatto qualcosa?

— Mi pare di no…

— Lei è un porco, ispettò. Un vero porco! Se l’è sbattuta per bene la fichetta, vero? Lei non è un gentiluomo come me!

— Preferirei essere fottuta da un cane rognoso, piuttosto che essere toccata da un lurido assassino come te!!

Ciro si avvicinò alla ragazza, la guardò, fissò per un breve istante l’ispettore con con un ghigno sarcastico. Poi, all’imporvviso, le tirò un manrovescio. Il collo di Silvia fece una torsione scomposta, la guancia destra aveva il segno rosso del colpo, e dai suoi occhi scesero piccole lacrime, che contrastavano con la sua aria strafottente

— Tutto pepe, la piccola, vero ispettò? — commentò Ciro. Poi con una mano afferrò il viso della ragazza per le guance e, guardandola con una smorfia delirante, strinse con forza. — E chi te lo dice che ti vorrei fottere, stronzetta? Magari voglio solo ammazzarti, no? Che ne sai? Che ne sai tu di un campo di grano?

Il napoletano mollò la presa con violenza e aggiunse: — Come le ho detto voglio lasciarvi una chance.

— Ne dubito — disse Cattabriga. — Voleva aggiungere “Lo sai benissimo che se noi usciamo vivi da qui, per te è finita”, ma si trattenne. Alludere a questa eventualità, scombinando il folle ragionamento del pazzo, avrebbe potuto far precipitare la situazione. 

— Sì ispettò: io sono di parola. Una chance: la partita! Ecco le regole. Numero uno ci giochiamo la ragazza e ovviamente la vita. Niente prigionieri ispettò. Numero due, lei ha esattamente trenta secondi per andare al punto di caricamento: troverà un’arma identica alla mia. Numero tre, deve agire al più presto.

— E perché?

Ciro girò l’arma di centottanta gradi e sparò un colpo di Uzi alla ragazza, senza neanche guardarla.

Silvia ebbe un sussulto.

— Nooo!! — urlò Yuri.

Il sangue iniziava a uscirle da un fianco. Le sue labbra tremavano facendo uscire un debole lamento.

— Numero quattro, perché in caso di vittoria suppongo che dovrà trovare al più presto l’uscita! — E aggiunse istericamente: — Non vorrà mica che la puttanella muoia dissanguata.

— Se non è morta prima, figlio di puttana!!

Ciro guardò l’orologio. — Uno…

— Bastardo!!

— … due…

— Silvia!!

— Sta perdendo tempo ispettò, tre…

Yuri si mise a correre a casaccio. Davanti agli occhi aveva ancora Silvia con la testa a ciondoloni e i suoi fremiti d’uccello ferito. Nella testa, la sua piccola voce roca.

— … cinque…

Doveva trovare la zona di caricamento. Ma quale delle due?

— … otto…

E poi era vero che avrebbe trovato un’arma? Non era meglio appostarsi e giocare il tutto per tutto puntando sul fattore sorpresa?

— … tredici…

I corridoi sembravano uguali tra loro.

— Diciannove…

Vicoli ciechi, svolte verso altri vicoli ciechi.

— … venticinque…

La luce giallo-elettrico ossessiva,

— … ventotto…

il dolore alla spalla, all’anca, il cuore in gola,

— … ventinove…

La morte col volto metallico di una mitraglietta di fabbricazione israeliana.

— Trenta! — urlò Ciro.

Yuri girò la testa verso un lungo corridoio. Dove si trovava ora, dove perdio! Dove portava questo budello nero! Lo percorse con la forza della disperazione. Avrebbe potuto trovarsi davanti il pazzo. No, era il punto di caricamento. E c’era l’arma! La estrasse dalla fondina di plastica nera. Un suono psichedelico si propagò tra i corridoi del labirinto. Una risata fece eco.

“Merda!” gridò col pensiero “è uno di quei fottuti aggeggi di plastica che sparano laserate innocue!”

— Piaciuto lo scherzo? — gridò da lontano Ciro.

Doveva allontanarsi dalla zona di caricamento, che il napoletano sapeva benissimo dov’era. Doveva anche far parlare l’avversario per sapere dove si trovava. Il fattore sorpresa era decisivo. Solo che le sue parole avrebbero rivelato anche la sua posizione. Doveva richiamare l’attenzione di Ciro non più di una volta, due al massimo, e capire dalla sua risposta il punto preciso dove appostarsi.

— Sei un bastardo, Mutolo! — urlò.

— E sennò che criminale sarei, ispettò!

Da destra, la sua voce viene da destra.

Nella sua folle corsa, imbracciando la mitraglietta, anche Ciro si orientò verso il grido di Yuri. Correva lanciando urla insensate. Poi iniziò a sparare raffiche. I proiettili produssero botti sordi forando i pannelli di plexiglass, e scheggiando i muri, rimbalzando di corridoio in corridoio. Seguì una risata sgangherata.

È da questa parte, commentò tra sé Cattabriga, svoltando veloce a destra. Ma doveva stare attento, la nuova risata era ancora più vicina. Iniziò a sentire anche lo scalpiccio della corsa. È troppo sicuro di sé perché è armato… devo fare leva su questo fattore, pensò. Si bloccò rasente un muro e attese.

— Non dice più nulla, ispettò?

Ecco, doveva aver capito che il suo silenzio era quello di un animale in attesa della preda.

— E va bene — urlò Ciro, — giochiamo pure a nascondino!

Il napoletano smise di urlare, rallentò il passò e avanzò guardingo, puntando rapidamente l’arma contro eventuali e improvvisi bersagli a ogni svolta, come nelle azioni antiterrorismo che si rispettino, quelle delle teste di cuoio.

Yuri sentiva che i passi dell’avversario si avvicinavano sempre di più. Ora capiva anche che provenivano da un corridoio alla sua sinistra. In quel momento avrebbe voluto smettere di respirare, fermare le pulsazioni del cuore che sembravano grandi tamburi che squarciavano il vuoto con tonfi cupi.

Pensò a Silvia. Non sentiva più i suoi deboli lamenti. Forse perché era lontano dal luogo in cui era legata e sanguinante. Forse invece…

Non voleva, non doveva pensarci. Oltre ai passi di Ciro, ora distingueva anche il fruscio dei suoi pantaloni. Doveva essere a non più di cinque o sei metri. Era dietro l’angolo… era lì!

Non stette neppure a pensare, balzò fuori con le mani protese verso il collo dell’uomo. Ciro si girò di scatto e lasciò partire una raffica simultanea al volo dell’ispettore.

L’impatto fu forte. Il napoletano cadde all’indietro, sbilanciato dall’urto col poliziotto. Yuri lo seguì nella rovinosa caduta. La Uzi nel cadere per terra fece alcuni giri su se stessa lasciando partire ancora qualche colpo a ripetizione. Poi tacque.

I due uomini si agitarono in una lotta cieca. Ciro emise un grido rauco per lo sforzo e sibilò: — Anche se muoio, ispettò… non finisce qua!!

Cattabriga sentì un forte bruciore all’anca sinistra. Guardò in basso. Il pugno di Ciro stringeva un pugnale da guerra, con scanalature nella lama. Era conficcato per un buon terzo nelle sue carni. Il sangue iniziò a uscire dal giubbotto a piccoli zampilli intermittenti. Il dolore gli velò gli occhi.

Contrasse le dita con la forza della disperazione, stringendo quanto più poteva la sagoma che aveva davanti. Sentì che la presa dell’avversario si era allentata.

Alzò lo sguardo. Ciro lo fissava con il suo ghigno insensato. Solo in quel momento si accorse che le sue mani tenevano stretto il collo del napoletano, quasi fossero due naufraghi aggrappati a un relitto come ultima speranza di salvezza.

Si accorse che il volto dell’avversario era paonazzo, quasi viola. Brevi contrazioni partivano dalla schiena di Ciro, scuotendo tutto il corpo. A poco a poco si ridussero a fremiti sempre più deboli, fino a divenire quasi impercettibili. Il napoletano sembrava sempre di più un pupazzo sgonfio. Poi l’immobilità e il silenzio avvolsero i due uomini.

Yuri mollò la presa con precauzione. Ciro giaceva inerte. Merda, come aveva fatto a strozzarlo così, in pochi secondi!

Tornò con la mano sul collo dell’avversario, stavolta per tastargli la giugulare. Andato. Afferrò il pugno che stringeva ancora il coltello e, con un colpo deciso, sfilò la lama dalla sua anca. I rivoli di sangue divennero un fiotto violento. Solo allora si scostò dal corpo esanime con un sospiro e gli si sedette a fianco. Guardò l’anca: sì, perdeva molto sangue. Le scanalature della lama dovevano aver fatto un bel danno anche nell’uscire. Stava tirando le cuoia, lo sapeva. A pochi metri da Silvia, forse già morta.

Tra poco le forze gli sarebbero venute a mancare del tutto. Già aveva voglia di sdraiarsi, di affondare in quel mare di sangue che si stava propagando per tutto il pavimento. Ma non era sangue solo suo. Solo in quel momento notò che sotto l’ascella sinistra di Ciro c’era una curiosa rientranza. Raccolse le forze e scostò il braccio sinistro del cadavere. Un foro di proiettile aveva aperto una fontana di sangue rosso vivido, che scendendo per terra si mischiava al suo. Tre secondi di guerra. Tre secondi di sfortuna per il pazzo.

Cattabriga capì che la mitraglietta ballerina, forse folle e perversa proprio come il suo padrone, aveva fatto giustizia, come spesso fanno i giochi e gli strumenti dell’uomo, carnefici inconsapevoli, al di là del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto.

Notò che gli echi della colluttazione, del tonfo tremendo per terra, delle raffiche, si erano spenti anche nella sua testa. E sentì per un attimo il freddo silenzio della morte. Ma ora che in quel corridoio cosparso di sangue, in quel maledetto dedalo indecifrabile e scuro aveva chiara la coscienza dell’assenza di ogni rumore, udì qualcosa. Piccole grida di donna, versi remoti e inarticolati che non avevano altro senso se non quello di dire: “Sto crepando”.

“Silvia, non può finire così!” urlò dentro di sé. Un urlo che uscì anche fuori, nello spazio, spezzando quel silenzio. — Silviaa!!

La ragazza rispose con un grido più alto. Yuri lottò per qualche secondo col pugno rigido del cadavere, ma alla fine riuscì a strappargli il coltello. Poi fece leva sulle braccia, raccolse le forze residue e si alzò. Fece qualche debole passo barcollando e appoggiandosi al muro. Doveva procedere così, a tentoni, trovando sempre qualcosa a cui attaccarsi. — Parlami! parlami Silvia!! — gridò. “Se continui a parlare posso trovare la strada fino a te, amore…”, aggiunse tra sé, facendo morire la frase nella bocca.

Furono minuti lunghissimi, passati a trascinarsi da un muro all’altro, con passo sempre più pesante, guidato dalle grida di Silvia, che si trasformavano sempre più in rantoli impastati e gorgoglianti. Tante volte si trovò in vicoli ciechi e altrettante volte percorse a ritroso strade già fatte. La testa gli ronzava sempre più forte.

Finalmente la vide. Respirava appena. E il sangue le scendeva lungo le gambe, formando già una pozza per terra. Doveva avere una forte emorragia. Non avrebbe vissuto ancora per molto.

— Sono qui, piccola! — mormorò con voce roca.

Silvia alzò debolmente la testa, sorrise e sussurrò: — Ce ne hai messo di tempo, cazzone!

E la sua testa crollò come quella di un fantoccio. Yuri ebbe un moto di disperazione. Si avventò rabbiosamente su quel piccolo straordinario corpo. Tagliò le corde che lo legavano, strinse i denti e, non seppe mai neppure lui come, lo prese in braccio.

Nel camminare verso l’uscita perse la cognizione del tempo. La testa ormai gli girava vorticosamente. Finalmente vide la porta. Barcollò ancora qualche metro prima di stramazzare al suolo. Nel perdere coscienza riuscì solo a constatare che con quella fottuta porta, quella notte, era stato sfigato due volte.

 

(Fine della undicesima puntata, la prossima: domenica 19/05/2019)

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