di Nico Maccentelli

(Capitoli 15 e 16)

15.

— Come, non ci fate ancora aprire?! — Salvatore aveva perso la sua  flemma. Il suo volto era paonazzo e la voce gli usciva in un lamento lungo e accorato. Ciro invece guardava davanti a sé con rabbia. Tamburellava le dita sul tavolo del commissario.

— Signor Russo, si renderà conto anche lei che due omicidi nel vostro locale sono troppi — rispose Improta. — E fintantoché non sapremo chi e come li ha attuati, non possiamo farvi riprendere l’attività. Mi comprenda, se avvenissero altre morti, noi ci rimetteremmo la poltrona, ma la vostra posizione si aggraverebbe ancora di più.

Ciro sbottò: — Adesso sta a vedere che siamo diventati dei serial killer con lo scopo di rovinare i nostri affari!

Improta fece una smorfia di rabbia. — Mio caro signor Ciro Murolo o Mutolo, si ricordi che se non aveste testimonianze più che solide e concordanti a vostro favore, precise come due orologi…

— … svizzeri tarati su Greenwich. — lo interruppe Cattabriga entrando nella stanza.

Il commissario si girò per un istante verso l’ispettore, lo guardò in cagnesco per avergli rovinato la battuta preferita negli interrogatori e proseguì coi due napoletani: — … sareste in galera già da un bel pezzo!

Ciro e Salvatore restarono attoniti per un istante. Poi il piccoletto sbottò: — Non finisce qui! Sappia commissario che abbiamo già interpellato dei legali e la nostra associazione di categoria.

— Mi sa che tra breve avrete più bisogno dei primi — esclamò Cattabriga.

— È una notifica ufficiale? — chiese Ciro.

— No — rispose l’ispettore. — Ma converrete con me che nel vostro locale ci sono cose poco chiare. Una montagna di cose poco chiare.

— Insomma — piagnucolò Salvatore, — noi siamo venuti qua per riottenere l’apertura del nostro esercizio e voi minacciate di arrestarci?

— Ne avrei la tentazione — gridò Improta. — Per questo vi consiglio vivamente di uscire di qua prima che lo faccia sul serio, se non altro per oltraggio e vilipendio a pubblico ufficiale!

Ciro scosse la testa, cambiando espressione del viso. Disse con voce più accomodante: — Commissà, ci deve scusare: siamo rimasti scossi da quelle morti e preoccupati per la nostra attività. È quindi anche nel nostro interesse che tutta questa faccenda si chiarisca al più presto. Se per questo il nostro locale deve restare ancora chiuso, beh, comprendiamo e accettiamo la vostra scelta. Vieni To’, togliamo il disturbo. I miei omaggi commissario… ispettore…

Salvatore salutò alzando una mano timorosa e seguì Ciro con il passo incerto, dovuto al quintale e venti di stazza.

Appena usciti, il commissario interpellò Cattabriga: — Allora, cosa dicono gli uomini appostati?

— Niente di anormale, commissario. Adesso che il locale è chiuso, c’è poco giro lì davanti. E forse è meglio così, perché possiamo controllare meglio le mosse dei nostri due bei mangiafuochi.

Improta guardò nel vuoto, in direzione della finestra. — Speriamo che la strada che mi hai suggerito sia quella giusta, perché qui ci stiamo giocando tutt’e due le chiappe fino alla quinta generazione.

— È giusta commissario — disse Cattabriga. — Guardi qui. — Appoggiò alcuni fogli perforati dal trascinatore di una stampante ad aghi. Il commissario iniziò a leggerli con occhi stanchi. Ma subito dopo li sgranò. — Accidenti!

— Ha capito il Ciro Mutolo? — commentò Yuri. — Ci ho messo una notte a ricercare tutti questi dati, perché in assenza di incriminazioni non c’era un unico documento nel cervellone. Sono partito dall’ufficio anagrafe di Secondigliano, da quando in data 28 settembre ‘61 il nostro caro Ciro veniva alla luce.

Il commissario lesse da un foglio: — 6 gennaio 1979, il giorno dell’Epifania, giostre di Acerra: per motivi imprecisati si sgancia una catena del calcio in culo e un guaglione di vent’anni si spacca l’osso del collo. Neanche quindici giorni dopo si ripete la stessa scena, stavolta con un ragazzino di quindici anni. — E apprendista alla macchina chi era? — disse Cattabriga. — Il Mutolo! Ma legga qua, estate del 1980, dopo la naia il nostro bel piccione lavora al luna park di Fano, come stagionale. E che succede? Per ben tre volte un carriolino dell’otto volante esce dai binari in piena corsa: tre feriti gravi la prima volta, un morto e due feriti la seconda, quattro morti secchi la terza. Manomissione del circuito frenante. E l’addetto all’impianto chi è? Ciro, sempre lui! Scattò una denuncia contro ignoti. Gli inquirenti pensarono al racket delle estorsioni, molto attivo nelle sale giochi e nei luna park.

— Qui invece fu denunciato — constatò Improta indicando un altro foglio.

— Sì, ma per omicidio colposo: il suo unico scivolone. I dodici passeggeri che il 13 maggio del 1984 a Caserta rimasero centrifugati nel Soyuz, facendo poi un volo di venticinque metri e sfracellandosi al suolo come uova marce, sparpagliati in un raggio di duecentocinquanta metri. Con tutta probabilità il nostro caro Ciro aveva manomesso il motore e il circuito frenante, raddoppiando la velocità e dimezzando la corsa d’arresto. Incuria, sostenne la difesa. E in assenza di movente il caso si concluse con una condanna mite.

— Un serial killer del divertimento — esclamò Improta.

— Se troviamo le prove, ce n’è abbastanza per blindarlo in un manicomio criminale e buttare via la chiave.

— E il ciccione?

— Non risulta nulla. Praticamente Tore Russo ha conosciuto Ciro Mutolo quando sono diventati soci fifty fifty del Laser game. Data la mole, non lo vedo capace di agili incursioni da killer in quel labirinto. Ma bisognerà tenerlo d’occhio lo stesso.

Il commissario si tormentò il mento. — Calma, calma. Dobbiamo agire con prudenza. Ciro… Ciro… Non possiamo incriminarlo per il suo passato, soprattutto perché ne è uscito sempre bene.

— Senza capire come fa, non abbiamo neppure gli estremi per tentare un processo indiziario — commentò Cattabriga.

— Intanto però è sotto controllo e se la sala resta chiusa, altri danni non ne può fare. Ma come fa a sparare nel labirinto se sta alla cassa?

“Già, come fa?” si chiese Yuri due ore dopo nel suo ufficio, davanti ai referti della scientifica. Ormai erano le cinque del mattino. La macchina del caffè liofilizzato in corridoio aveva già sputato gli ultimi scaracchi scuri.

Riguardò per l’ennesima volta le fotografie delle due giovani vittime. Uno aveva un foro in fronte, l’altra all’altezza della base cranica. Le perizie balistiche cosa dicevano? Le lesse velocemente: Traiettoria d’entrata del proiettile per il Casella 45°. Traiettoria per l’Antonella Dettori… 45°. Quarantacinque gradi. Preciso l’amico. Preciso in due punti diversi del labirinto. Troppo. Oltre ad avere il dono dell’ubiquità, cos’è questo stronzo: una macchina?

Gli tornarono in mente le parole del commissario: “… abbiamo già interrogato i ragazzi che aspettavano il turno di gioco all’ingresso e sono tutti concordi nel dire che nessuno dei due napoletani sono entrati nel labirinto durante la partita…”.

All’improvviso picchiò un pugno sul tavolo. — Porca vacca, è vero, può essere andata così!

 

16.

Lo attese per due ore nel bar di fronte al suo portone. Fumandosi quasi mezzo pacchetto. Lo vide uscire, spense l’ultimo mozzicone con la punta della scarpa e uscì.

Stefano se la vide davanti così, all’improvviso. Silvia lo guardava sorridendo, ma con un fondo di tristezza che non poteva dissimulare.

— E adesso cosa vuoi? — chiese lui con rabbia.

— Voglio dirti che non avrei mai pensato che le mie dichiarazioni t’avrebbero creato tutti ’sti casini.

— Bene, ora che me l’hai detto, te ne puoi tornare da dove sei venuta.

Rimasero per un attimo muti, uno di fronte all’altra. Stefano guardava un punto indeterminato, in alto, oltre quell’angelo che l’aveva torturato. Sempre senza guardarla, chiese: — Ti vedi con qualcuno?

— No.

— Ah.

— Senti Stefano, mi rendo conto d’aver fatto una cazzata a lasciarti, ma…

— Sentimi tu, Silvia. Di casini non ne voglio più. Il gabbio mi ha aperto gli occhi su tante cose della mia vita e su di te. Ora ci sono un bel mucchio di questioni che sto risolvendo, cose che non vedo l’ora di buttarmi alle spalle, che diventino passato una volta per tutte. E tu sei una di queste.

Silvia fece una smorfia di rabbia e dolore insieme. — Ha parlato il grande uomo! tre giorni in guardina t’hanno cambiato? Manco avessi fatto vent’anni in un monastero tibetano! Sei solo uno stronzo, Stefano, un presuntuoso che adesso ha trovato qualche cretina che gongola davanti al Conte di Montecristo! — urlò lei, alludendo alla torma di ragazze che ora a scuola gli ronzavano attorno. Stefano girò le spalle alla ragazza e fece per avviarsi.

— Guardalo l’eroe del Laser game, la vittima della repressione, il signor K, Silvio Pellico, cosa scriverai: le mie prigioni? Dovresti scrivere le mie puttanate…

Stefano si girò di scatto lasciando partire un ceffone in pieno viso alla ragazza. Silvia lo guardò per un istante, mentre i suoi occhi si riempivano di lacrime. Poi corse via, lasciando Stefano in mezzo alla strada, inebetito. Una vecchia che aveva assistito alla scena gli urlò: — Mascalzone! picchiare una ragazza!

Ma Stefano non sentiva. Non sentiva nulla. Si sentiva frastornato. Gli ronzava la testa come quella volta là che lei lo aveva scaricato. Si allontanò con passo insicuro tra la gente, immergendosi nella calca brulicante del mercato.

Cattabriga si rigirò nel letto ancora una volta. Ultimamente aveva un sonno irrequieto. Spesso si era ritrovato a correre in quel maledetto labirinto, malamente illuminato dai neon che avevano nei corridoi della questura.

Spesso il labirinto diventava la discoteca che aveva frequentato un tempo, in una casa del popolo della bassa. Ma i volti erano quelli dei ragazzi che aveva interrogato o visto davanti al Righi.

E spesso apriva gli occhi e fissava la sagoma luminescente dell’orologio sul soffitto: una radiosveglia tarata su Greenwich..

La sagoma era biancastra, come fatta da un gesso tracciato su un muro nero. A volte i numeri tracciavano strane geometrie, teste, occhi, dita.

Ma perché questi viaggi? Aveva tutto il pomeriggio e la sera, poteva riposarsi davvero. Poteva dormire, se solo i caffè bevuti fino alle otto di mattina non continuassero a fare effetto. O forse non erano i caffè.

No, non erano i caffè.  Non poteva stare a pancia in giù, per via del membro eretto. Sistemarselo sotto la pancia. No, faceva l’effetto di quelle molle, tirate o piegate, costrette in una sede, ma pronte a partire secondo ineludibili leggi fisiche. “Ma che vai a pensare. Dormi perdio.”

Dopo qualche minuto, tornò ad assopirsi, verso un sonno più profondo. Ma qualcosa gli entrò dentro le orecchie, un sibilo gracchiante e acuto. Sobbalzò sul letto con il respiro affannato.

Era il fottuto campanello di casa. Avrebbe dovuto cambiarlo prima o poi.

Le scampanellate erano insistenti. Si alzò e si diresse verso la porta sbadigliando e grattandosi le natiche. Guardò dallo spioncino. Vide Silvia col volto dilatato e il corpo piccolo dentro un giubbotto nero. — Un momento! — esclamò. Corse in camera a infilarsi i pantaloni, si mise la prima maglietta a portata di mano e si riavviò velocemente i capelli davanti allo specchio.

Aprì la porta di scatto. — Come hai fatto a trovare il mio indirizzo? — domandò con tono indagatore alla ragazza.

— Esistono gli elenchi telefonici.

Cattabriga la guardò un attimo. — Entra — disse.

Silvia gli passò di fianco fissandolo, come per capire il suo umore. Si guardò intorno con curiosità. — Pensavo peggio. Un po’ ordinaria, la tua casa, ma non male.

La ragazza concentrò l’attenzione su un portafoto d’argento sopra il comò. Eva sorrideva seduta su una panchina di chissà quale parco di chissà quale città di chissà quale paese.

— Carina — commentò Silvia. — Allora ce l’hai la ragazza!

Yuri sbuffò. — Perché sei venuta qui?

Silvia gli si fece vicino, troppo vicino. — Non lo immagini?

Appoggiò le mani sulle sue spalle e gli prese delicatamente il labbro inferiore con i denti. Il cuore di Yuri batteva all’impazzata. Dopo un attimo di incertezza l’abbracciò baciandola furiosamente.

Lei si avvinghiò alla sua schiena.

Lui la sollevò passandole un braccio sotto le ginocchia e la fece cadere sul letto.

 

(Fine della ottava puntata, la prossima: domenica 28/04/2019)

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