di Valerio Evangelisti

Rocco Marzulli, Italiani nei lager. Linguaggio, potere, resistenza, Milieu edizioni, 2019, pp. 178, € 16,90.

Ecco un libro veramente straordinario. Frutto di un lavoro protrattosi per anni, tratta, come dice il titolo, dei prigionieri italiani rinchiusi nei campi di concentramento nazisti. Non solo ebrei, si badi. Dopo l’8 settembre 1943, ogni italiano sotto le armi fu considerato dai tedeschi un nemico o, peggio, un traditore. Ai militari internati si sommarono disertori, antifascisti, ex combattenti della guerra di Spagna, sacerdoti e così via, destinati ai lavori forzati e, in tantissimi casi, alla morte.

Se il tema non è nuovo, è nuova, per i non specialisti, l’angolatura da cui Rocco Marzulli lo affronta. Non è intuitivo capire che uno dei problemi maggiori con cui si dovettero confrontare i detenuti fu il linguaggio. Le SS parlavano solo tedesco, che pochissimi dei reclusi conoscevano. Non comprendere un ordine, fraintendere una frase, poteva significare percosse, frustate, morsi dei cani lupo e, a volte, l’uccisione.

Inoltre, nei lager erano rinchiusi prigionieri di varia nazionalità. La reciproca incomprensione voleva dire non poter beneficiare dell’esperienza dei più anziani, ignorare le poche regole per cercare di sopravvivere, non sapere come far fronte alle ricorrenti malattie, essere all’oscuro degli espedienti per procurarsi un po’ di cibo. Come se non bastasse, gli italiani erano particolarmente odiati, perché, se agli occhi delle SS erano dei voltagabbana, a quelli di russi, polacchi, francesi erano fascisti e basta. Da cui un supplemento di vessazioni.

Come si resisteva, il più possibile, in quegli inferni sospesi nel nulla, in cui era inevitabile perdere la nozione del tempo? Bisognava imparare le parole essenziali per non scontentare gli aguzzini, e anche un linguaggio misto, con vocaboli in varie lingue deformate e soprattutto in tedesco e in polacco, nato spontaneamente nelle camerate. Linguaggio oggi perduto, solo orale e mai scritto, a parte brevi e rare iscrizioni sulle pareti.

È stato un lavoro di Sisifo mettere assieme testimonianze, disperse in archivi e in raccolte private, in nastri da sbobinare, tanto da ricavarne un libro. Ne è uscito qualcosa di unico, di commovente e allucinante, più delle testimonianze note sui lager nazisti. Oserei definirlo uno dei testi migliori sul tema concentrazionario. Oltre a essere un esempio luminoso dell’importanza della storia orale, nelle mani di chi sappia maneggiare con perizia questo importante strumento.

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