Michele Castaldo, La crisi di una teoria rivoluzionaria, Edizioni Colibrì, Paderno Dugnano (MI) 2018, pp. 110, euro 14,00

[Di Michele Castaldo era già stato recensito su Carmilla Marx e il torto delle cose (qui), opera in cui l’autore si interrogava sulle speranze rivoluzionarie riposte da Marx e dal cosiddetto marxismo nella classe operaia e si chiedeva se non fossero state il frutto di un’errata valutazione sociale e politica. Nel nuovo testo Castaldo continua sulla stessa linea di riflessione giungendo a delle conclusioni, condensate nelle 29 tesi che pubblichiamo qui di seguito, che, pur non essendo sempre condivisibili, possono risultare stimolanti e sicuramente attente a ri/pensare il futuro. Soprattutto in un tempo in cui la cosiddetta “sinistra di classe” sembra soltanto annaspare e affogare nella nostalgia del passato e nella sua coartata ripetizione. S. M.]

1) Il moto-modo di produzione capitalistico è un insieme di rapporti degli uomini con i mezzi di produzione e di leggi oggettive che hanno come epicentro il mercato e la concorrenza a cui gli uomini sono incapaci di sottrarsi.

2) Il soggetto è il movimento storico divenuto modo di produzione capitalistico, con classi e interessi fra le classi che sono complementari e contrastanti al contempo.

3) Questo movimento generale cui gli uomini sono arrivati dopo secoli di sviluppo è la conseguenza di rapporti di produzione precedenti superati da nuove forze produttive.

4) Detto movimento sta entrando in una crisi generale non per l’opposizione di una classe al suo interno, ma perché ha saturato il processo di produzione e riproduzione semplice e allargato, con una sovrapproduzione sia di merci che di mezzi di produzione privi di sbocchi.

5) In virtù di tale meccanismo il moto-modo di produzione capitalistico è destinato ad avviarsi verso il caos generale senza alcuna possibilità di correggere le leggi che lo regolano.

6) Non c’è e non ci può essere – in virtù di dette leggi – nessuna classe in grado di capovolgere a suo favore il rapporto di proprietà dei mezzi di produzione e organizzare diversamente la produzione e determinare quindi nuovi rapporti sociali.

7) Tutte le classi si intersecano in un movimento fluido dato dall’accumulazione del capitale, esse sono complementari e subiscono modificazioni secondo l’accelerazione o il rallentamento dell’accumulazione che rincorre a sua volta l’aumento continuo della produttività, sempre attra verso lo sviluppo di nuove tecnologie.

8) In virtù di tali considerazioni sono da ritenersi illusori e privi di ogni valenza storica gli strascichi teorici e politici del movimento operaio del ‘900 che fondava le sue prospettive sull’autonomia della classe operaia e sul presupposto di una sua metamorfosi da classe in sé – per il capitale -, a classe per sé, cioè per la rivoluzione.

9) Il proletariato è costretto a seguire pedissequamente il proprio capitalismo nazionale per tenersi a galla come classe subordinata, nonostante venga continuamente svalorizzata, cioé impoverita.

10) A sostegno della precedente tesi citiamo l’esempio di determinati settori produttivi trainanti come la siderurgia, la metallurgia e la chimica, in modo particolare quelli più inquinanti, che vedono una convergenza tra capitalisti e operai senza che i secondi riescano in qualche modo a separare i loro destini dai primi, proprio come i girasoli guardano il sole per mantenersi in vita.

11) I capitalisti, in modo particolare in Occidente, stretti nella morse della crisi, fanno pressioni sugli Stati per un ritorno allo sciovinismo più becero. Perciò ogni Stato manda in frantumi anche il benché minimo obiettivo su ambiente, sanità e immigrazione per rincorrere fantomatiche e impossibili nuove misure protezionistiche per mantenere in vita l’economia nazionale sorretta dal profitto. E gli operai sono costretti a subire passivamente le impostazioni dei capitalisti.

12) L’esistenza dei fattori oggettivi dello sfruttamento e dell’oppressione non sono sufficientemente a determinare l’azione rivoluzionaria degli sfruttati e degli oppressi, ma è necessario che maturino i fattori determinati da una crisi generale del modo di produzione capitalistico.

13) La natura materiale dei bisogni umani è alla base dell’azione e quindi della formazione di una coscienza storicamente determinata dei lavoratori. Essa si esprime in idee che danno luogo a movimenti e partiti politici ideali che mutano con il mutare delle necessità oggettive degli oppressi e degli sfruttati.

14) La lunga marcia della liberazione degli oppressi e degli sfruttati può trovare uno sbocco definitivo solo con l’esaurirsi del moto-modo di produzione capitalistico.

15) La lotta sindacale degli operai è una necessità contingente, un riflesso agente di cui farebbero volentieri a meno, ma sono costretti ad agire sempre come estrema ratio, di volta in volta secondo l’andamento dell’accumulazione capitalistica nell’infernale meccanismo della concorrenza tendente progressivamente a un livellamento tra le varie aree geografiche.

16) La natura sindacale della lotta proletaria si è distinta in quattro fasi:
una prima fase di associazione di mutuo soccorso;
una seconda fase di associazione di operai specializzati, di mutuo soccorso e di difesa corporativa contro il capitale e insieme contro la crescente concorrenza dovuta allo sviluppo di sempre nuove tecnologie;
una terza fase di associazione di proletari, operai comuni de-professionalizzati dall’accresciuta tecnologia, che chiedevano quota parte nel processo crescente dell’accumulazione capitalistica;
una quarta fase, quella attuale, in modo particolare in Occidente, per contenere l’arretramento dell’accumulazione.

17) I comunisti, cioè l’espressione politica delle necessità oggettive dei lavoratori, sono una costante storicamente determinata, scissa in due linee parallele: una ideale e una reale, una rivoluzionaria e l’altra riformista. Il programma del partito rivoluzionario-ideale si colloca alla fine del moto-modo di produzione capitalistico. Mentre il percorso riformista è il movimento reale del proletariato che in quanto complementare si comporta con il capitale proprio come i girasoli con il sole.

18) Dagli anni ’70 del secolo scorso il proletariato delle metropoli occidentali ha iniziato a regredire a causa della caduta tendenziale del saggio di profitto e dell’accresciuta concorrenza del proletariato nordafricano e asiatico.

19) L’attuale fase della lotta sindacale si caratterizza soprattutto per il lento, graduale e progressivo impoverimento del proletariato delle metropoli, senza possibilità che tale tendenza si inverta.

20) Questa fase preannuncia una rottura totale con quelle precedenti, nel senso che non si potranno più dare nuove associazioni operaie con le stesse caratteristiche, cioè complementari all’accumulazione e allo sviluppo capitalistico e tendenti a migliorare la propria condizione di classe. Il nuovo movimento operaio nasce dall’implosione del modo di produzione capitalistico.

21) Con l’approssimarsi di una conflagrazione generale dell’intero sistema capitalistico la questione sindacale si connota perciò in maniera diversa rispetto al precedente ciclo: arretramento disordinato del vecchio movimento operaio e avanzamento altrettanto disordinato del costituente nuovo movimento operaio su basi necessariamente diverse, i cui connotato sfuggono al momento ad ogni previsione.

22) Il nuovo movimento operaio comincerà a darsi con fiammate improvvise, fluttuando e rifluendo, perché sarà oggettivamente incompatibile con la crisi generale del modo di produzione capitalistico.

23) All’impoverimento del proletariato delle metropoli imperialiste sta corrispondendo una sostanziale modificazione della struttura economica dei paesi di giovane capitalismo con una nuva proletarizzazione di centinaia di milioni di nuovi operai. Essi non possono più essere parte di nuovi nazionalismi e unità popolari anti-colonialiste e antimperialiste basate su una economia prevalente mente agricola.

24) I comunisti della nuova epoca storica vengono a configurarsi come molecole sparse disordinatamente, proprio come disordinatamente comincerà a mobilitarsi il proletariato. L’aggravarsi della crisi porrà alle masse proletarizzate la necessità di un’aggregazione molecolare e così diverranno rivoluzionarie di fatto.

25) E’ del tutto anacronistico rappresentare gli interessi delle future generazioni degli oppressi e degli sfruttati con il simbolo della falce e del martello, perché esso ha avuto un significato nel movimento ascendente del capitalismo le cui rivendicazioni erano la sottrazione della terra ai feudatari in favore dei contadini, da una parte, e la vendita organizzata della forza lavoro per gli operai dall’altra.

26) Per queste ragioni un nuovo manifesto comunista non può che essere espressione di una ribellione generalizzata delle nuove generazioni proletarie tanto nelle periferie quanto nelle metropoli, che vedono avanzare il caos senza alcuna prospettiva di una vita migliore. Si tratterà di un movimento composito, a macchie di leopardo, disordinato e no ideologico che, strada facendo, troverà le sue linee guida e i suoi programmi che saranno per forza di cose lontani e distinti da quelli delle classi oppresse e sfruttate del capitalismo antecedente.

27) In assenza di mobilitazioni generalizzate nelle diverse aree e nei diversi continenti, parlare di programmi politici è privo di senso, un esercizio al quale non ci sentiamo di partecipare.

28) La forza dei comunisti più che nelle capacità della classe operaia sta nell’essere il riflesso delle difficoltà del modo di produzione capitalistico o, che a ondate aumenteranno progressivamente fino alla sua implosione. Questo vuole dire che è la crisi a far scattare quel famoso riflesso agente in settori, categorie e classi sociali, che si compongono in massa d’urto e quindi in possibile soggetto rivoluzionario.

29) Resta aperta la questione dello Stato, cioè di uno strumento capace di gestire in senso comunistico risorse, produzione e distribuzione. Un tema rispetto al quale è perfettamente inutile arrovellarsi il cervello perché sarà possibile affrontarlo solo in presenza di condizioni oggettive, storicamente determinate, e comunque si tratterebbe di centralizzare il tutto a livello mondiale. Si tratta di un’opera improba certamente, ma con gli attuali livelli di sviluppo dei mezzi di produzione sarebbe meno difficoltoso dei secoli precedenti. La vera questione d affrontare è se l’umanità, dopo aver sperimentato fino in fondo i benefici e danni del modo di produzione capitalistico, sia in grado di iniziare a ipotizzare ruoli e rapporti che superino i vecchi rapporti di produzione per mettere all’ordine del giorno una centralizzata produzione e distribuzione tanto delle risorse naturali quanto di quelle umane.

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