di Armando Lancellotti

Gabriele Bassi, Sudditi di Libia, Mimesis, Milano-Udine, 2018, pp. 278, € 24.00

Che cos’è l’immaginario coloniale? Quali fattori intervengono ed interagiscono nella sua elaborazione? Come cambia nel corso del tempo o conseguentemente al mutare di altre condizioni? Quali motivazioni lo sottendono e ne richiedono la formulazione? Quali fini persegue e quali effetti, immediati e temporanei o successivi e permanenti, produce? In che modo l’immagine modifica la realtà e come da quest’ultima è condizionata?

Sono queste alcune delle domande a cui risponde il volume scritto da Gabriele Bassi – dottore di ricerca, storico e studioso del colonialismo italiano – che delimita il campo della sua indagine alla Libia, colonia italiana dall’età giolittiana alla seconda guerra mondiale, dal 1911-’12 al 1943, e al punto di vista coloniale, cioè quello del conquistatore italiano, che elabora l’immagine del “suddito di Libia” del tutto indipendentemente dalla effettiva conoscenza della realtà e della popolazione libiche. Si costruisce aprioristicamente uno stereotipo, lo si applica alla realtà, dando luogo ad un pregiudizio che a sua volta conferma e corrobora lo stereotipo: è questo il circolo vizioso che – spiega Bassi – agisce da meccanismo di produzione di un immaginario coloniale.

L’immagine del suddito coloniale di Libia si forma grazie alla convergenza di almeno tre fattori: lo stereotipo con cui l’italiano conquistatore si accosta al libico da sottomettere; il contatto con la realtà libica e i libici dopo la conquista della colonia; le esigenze della propaganda politica. Inoltre il lavoro di Bassi mette in luce come la rappresentazione del suddito coloniale non sia qualcosa di statico, ma, tutto al contrario, sia un’immagine dinamica e variabile che, sulla base di un sostanziale – e questo sì invariabile – disprezzo razzista dell’altro, si trasforma per alcuni aspetti, anche importanti, a seconda delle particolari circostanze storico-politiche, interne ed internazionali, e delle conseguenti e contingenti esigenze politico-propagandistiche.

In generale, l’immagine del suddito coloniale si regge su una tanto essenziale quanto necessaria ignoranza dell’oggetto della rappresentazione e risponde a finalità e consegue obiettivi funzionali esclusivamente all’interesse del conquistatore. L’ignoranza del soggetto da rappresentare è il prerequisito della costruzione dell’immagine stereotipata del popolo da sottomettere; le finalità perseguite sono la spiegazione e la giustificazione dell’impresa coloniale, la legittimazione della conquista, la riconferma dell’opportunità e della convenienza della sottomissione del suddito al potere del colonizzatore. Si tratta di dinamiche e di fenomeni che non riguardano solo il colonialismo italiano o, ancor più nello specifico, il caso della Libia italiana, ma interessano l’intero macro evento storico dell’imperialismo occidentale tra ‘800 e ‘900 e pertanto, semplificando e sintetizzando al massimo le dettagliate analisi e le approfondite considerazioni di Bassi, si può dire che anche nel caso italiano la costruzione dell’immaginario coloniale declini il paradigma del “fardello dell’uomo bianco” e del diritto-dovere occidentali alla “conquista civilizzatrice”.

A fare da cornice e da punti di riferimento costanti del lavoro di Gabriele Bassi sono gli studi storiografici sul colonialismo italiano, che all’incirca dagli anni Settanta del secolo scorso, grazie ai contributi di Giorgio Rochat e Angelo Del Boca prima di altri, hanno sottratto l’argomento alla semplice memorialistica o all’oblio conseguente alla perdita delle colonie; a questi si aggiungono poi i lavori riconosciuti da Bassi come fondamentali di Claudio G. Segré, Federico Cresti e Nicola Labanca. Soprattutto quest’ultimo – sostiene l’autore – «è lo studioso che più sembra avvicinarsi all’utilizzo degli studi culturali, già diffuso all’estero, per comprendere la storia coloniale italiana» (p. 24). Ed è proprio al modello dei “cultural studies” che Gabriele Bassi si ispira per affiancare allo studio dei fatti economici, politici, militari anche quello dei molteplici e complessi fenomeni ed aspetti culturali, che – da Orientalism (1978) di Edward Said in poi – non possono più essere trascurati nello sforzo di comprensione complessiva del fenomeno del colonialismo. Scrive Bassi:

Il nostro studio sull’immagine del libico nella percezione comune degli italiani parte dalle premesse dello stesso Said, verificandone la piena applicabilità anche nell’esperienza coloniale in Libia. Si è cioè sviluppata una ricerca incentrata non solo su “cannoni e soldati – come sosteneva appunto Said – ma anche idee, forme, rappresentazioni, meccanismi dell’immaginario” (p. 26)

Come è noto l’Italia liberale muove i suoi primi incerti passi di politica coloniale, in un contesto di scarso interesse dell’opinione pubblica e di limitato coinvolgimento delle forze economiche del paese, a partire dagli anni Ottanta dell’Ottocento e nel Corno d’Africa, dal momento che le mire italiane sul Nord Africa ed in particolare sulla Tunisia, prima ancora che sulle ottomane Tripolitania e Cirenaica, vengono frustrate dall’intervento francese del 1881 nel paese nordafricano. Nonostante ciò, già in quegli anni comincia a prendere forma un’immagine del libico, che Bassi evince soprattutto da resoconti o memorie di esploratori e viaggiatori, che risente di tutti gli stereotipi razzisti europei, propri della mentalità coloniale: i libici, ma più in generale i popoli africani, sono inevitabilmente rozzi, incivili, arretrati, violenti, insomma bisognosi dell’intervento civilizzatore e salvifico di un popolo europeo.

Intorno agli anni Dieci del Novecento poi, in un contesto decisamente più favorevole alla politica coloniale rispetto al precedente, la costruzione dell’immagine del libico, che è in procinto di diventare suddito coloniale, prosegue, per concludersi con una rappresentazione che insieme contiene aspetti sia negativi sia positivi: alle connaturate negligenza e pigrizia e all’arretratezza civile, dovuta anche agli effetti della dominazione ottomana, fanno da contraltare le potenzialità positive, come le capacità di apprendimento e di assimilazione che una guida adeguata – come quella italiana – potrà fare emergere e mettere a frutto. Insomma, la martellante propaganda filogovernativa, filocoloniale e nazionalista assegna alla “Grande Proletaria” una inderogabile missione di civilizzazione e di progresso. La guerra italo-turca inizia a settembre del 1911, ma la presunta “passeggiata militare”, che con la consueta nonché infondata supponenza, che già era costata cara a fine Ottocento in Abissinia, i vertici militari e politici avevano ipotizzato, si dimostra in realtà molto impegnativa e l’appoggio generale della popolazione libica alle truppe turche contribuisce ad una prima significativa variazione nella rappresentazione della propaganda coloniale: viene creata «l’icona del libico quale “bestia”, “traditore”, “barbaro”, e non curante dell’opportunità “civilizzatrice” che gli veniva offerta» (p. 33).

A guerra conclusa – prosegue l’attenta ed interessante analisi di Bassi – cambiano nuovamente le esigenze dalla propaganda, che ritorna ad alternare l’immagine negativa del libico che resiste e si oppone a quella delle grandi potenzialità di una popolazione che, quando avrà compreso le buone e positive intenzioni italiane, collaborerà alla propria emancipazione. Lo scoppio della Grande Guerra nell’estate del 1914 e la decisione italiana di intervenire nel 1915 cambiano drasticamente il quadro della situazione in Libia, perché di nuovo l’Italia è in guerra contro l’Impero ottomano ed è costretta quasi ad abbandonare il territorio, che fatica a controllare e contestualmente la resistenza libica si rianima. «Fu da tutto ciò che ebbe origine l’immagine del libico che caratterizzò il periodo dalla seconda metà del 1914 fino al termine della prima guerra mondiale. Si trattò nuovamente di una forte demonizzazione del “ribelle”» (p. 38). La riabilitazione del suddito libico subentra nel 1919, quando si pensa anche ad un possibile coinvolgimento di una parte della popolazione nell’amministrazione della colonia e alla collaborazione, seppur asimmetrica, tra italiani e libici. Ma la presa del potere del fascismo nel 1922 muta ancora una volta la situazione.

Le differenze tra la politica coloniale dell’Italia liberale e di quella fascista sono più di grado che di sostanza, in quanto aree di interesse ed obiettivi rimangono gli stessi, mentre mutano i mezzi per conseguirli e conservarli; di certo aumentano sia la violenza della politica italiana in Africa sia il coinvolgimento della propaganda che la deve sostenere e giustificare. Pertanto, l’immagine del suddito libico si configura secondo differenti e mutati aspetti e sfaccettature, che risentono di una nuova fase della politica italiana in Libia, quella della “riconquista” della colonia, più semplice e veloce in Tripolitania, decisamente più complicata e difficile in Cirenaica.

Si fece […] una cesura, netta, tra due principali figure. Il libico “lungimirante” e “sottomesso”, che aveva compreso i buoni propositi dell’Italia, e che quindi più o meno attivamente aveva deciso di collaborare […] ed il libico “cieco”, ostinato a combattere una guerra dal risultato ormai scritto in suo sfavore» (pp. 44-45). Una seconda distinzione «avvenne in ambito geografico, ma fra tripolitani e cirenaici. Mentre i primi, per tutti gli anni Venti, si ritennero avviati in un percorso di “redenzione”, i secondi rimasero per l’intero decennio sotto il controllo della Senussia, considerati pertanto quasi indistintamente tutti “ribelli” (p. 45).

La cosiddetta “pacificazione” della Cirenaica, in realtà una guerra cruenta combattuta contro la resistenza locale guidata da Omar al-Muctar, prosegue dal 1929 al 1932 e per avere la meglio dei nemici Badoglio e Graziani adottano i metodi e gli strumenti più spietati: la deportazione della popolazione civile, l’apertura di campi di concentramento, la costruzione di una reticolato invalicabile di filo spinato lungo 270 km, che trasforma una parte della Cirenaica in uno sterminato campo di prigionia. Lo sforzo della propaganda del regime diventa quello di presentare questi provvedimenti, innanzi tutto agli italiani e secondariamente ai libici stessi, non solo come necessari, ma anche come salutari strumenti di realizzazione di un progresso benefico anche per coloro che si ostinano ad opporvisi. L’obiettivo viene raggiunto, rappresentando i sudditi cirenaici come “banditi”, ingrati “traditori”, “barbari” e “violenti”.

L’immagine della realizzazione dei campi di concentramento della Cirenaica offerta dalla stampa coloniale e nazionale fornì un’ultima conferma della definitiva e radicale demonizzazione del ribelle […]. I campi, da mezzo di repressione estremo e disastroso per l’economia e la società libiche, giunsero persino a rappresentare una sorta di vetrina dell’operato del fascismo in colonia. […] Il Regime ebbe piuttosto la necessità di magnificare l’opera del colonialismo fascista e quindi la propaganda non tardò molto ad aggiustare il tiro iniziando a fare leva sulla funzione educativa dei campi. Non si parlò più di semplici strutture detentive, bensì di luoghi in cui l’Italia di Mussolini realizzava la sua missione civilizzatrice (p. 50).

A “pacificazione” avvenuta, ancora una volta la rappresentazione del libico si trasforma, per diventare quella di un suddito, almeno potenzialmente, disposto alla collaborazione e che finalmente e progressivamente va acquisendo coscienza delle opportunità di civilizzazione e progresso a lui generosamente offerte dalla conquista e dal governo italiani. Di nuovo riprendono a circolare ipotesi circa un possibile coinvolgimento dei sudditi nell’amministrazione della colonia, o almeno di una ristretta élite e in mansioni secondarie, ma di certo non viene meno l’atteggiamento paternalistico che percepisce i libici come un popolo inferiore ed arretrato che abbisogna, come un bambino, della guida sicura di un popolo adulto e civile. Si tratta di un paternalismo che ben presto assume i tratti dell’esplicito razzismo, quando, nella seconda metà degli anni Trenta, il regime decide la svolta in tal senso e in concomitanza non casuale con un’altra impresa coloniale, quella “imperiale”, cioè quella abissina. Non si può infatti trascurare il fatto che il fascismo consideri il colonialismo anche alla stregua di un’officina nella quale forgiare il prototipo dell’”uomo nuovo”, dell’italiano fascista consapevole ed orgoglioso della propria superiorità di razza e civiltà e conscio del proprio destino imperiale.

Lo scoppio della seconda guerra mondiale produce l’ennesima trasformazione della rappresentazione dei libici: da un lato, a seguito delle sollevazioni popolari che tentano di sfruttare le difficoltà belliche italiane, ritorna in auge l’immagine del “suddito ingrato e traditore”, dall’altro si tenta di presentare l’immagine del “libico fedele” che si duole dell’arrivo degli inglesi, al fine di «presentare l’invasione inglese e l’eventuale perdita della Cirenaica come un sopruso che non avrebbe goduto dell’appoggio libico. […] L’intenzione era quella di mettere in rilievo la soddisfazione dei libici rispetto all’amministrazione di Roma nascondendo il loro malcontento e le loro aspirazioni all’autonomia legate alla prospettiva di un cambiamento di governo. Era un ultimo tentativo ci creare un’immagine artefatta, adatta alle esigenze coloniali del momento» (p. 65).

Altre approfondite analisi, analoghe a quelle sopra riassunte per sommi capi e sulla base di un ricchissimo apparato di fonti e di riferimenti bibliografici, Gabriele Bassi le produce anche su ulteriori aspetti del processo di costruzione dell’immaginario coloniale libico. Prendendo le mosse dalla definizione di Bruno Mazzara, secondo la quale «lo stereotipo è il nucleo cognitivo del pregiudizio: una serie di informazioni su una categoria di oggetti o di persone che consente la riproduzione e la trasmissione sociale inalterata del pregiudizio» (p. 104), Bassi individua e passa in rassegna i diversi elementi stereotipici che concorrono alla elaborazione del pregiudizio coloniale italiano del “suddito libico” e questi sono: la violenza, il fanatismo, la sporcizia, la pigrizia, la disonestà. È fin troppo evidente come questi stereotipi permangano tutt’oggi nei pregiudizi in circolazione ed in crescente aumento nella società italiana nei confronti di immigrati, stranieri, islamici e rom.

Interessanti sono anche le considerazioni sull’immagine costruita dalla propaganda italiana, tanto liberale quanto fascista, del “libico collaboratore”, cioè, in altri termini, del “buon suddito” sottomesso e disponibile a partecipare al lavoro di civilizzazione italiana della colonia. Si tratta di una rappresentazione del tutto artificiale, in quanto – come dimostra Bassi – una politica di vera integrazione tra metropolitani e libici, salvo qualche sterile tentativo, non viene intrapresa dai governi italiani e a maggior ragione nel periodo fascista, quando si procede, secondo una direzione diametralmente opposta, alla realizzazione della netta separazione tra italiani e libici, anche attraverso lo strumento dell’istruzione e della scuola.

Bassi si sofferma anche su quest’ultimo aspetto di grande interesse, perché le autorità di occupazione italiane, sin dal periodo liberale, vedono nell’insegnamento della lingua italiana, nell’organizzazione della scuola e dell’istruzione gli strumenti più efficaci per avvicinare la popolazione locale ai conquistatori, per coinvolgere i libici nell’amministrazione italiana del territorio, per imporre e consolidare il potere italiano nella colonia. Ancora maggiore si dimostra successivamente l’attenzione riservata a questi aspetti della politica di amministrazione della Libia dal regime fascista e per numerose ragioni: i bambini e i giovani si prestano più facilmente ad essere educati, cioè plasmati, secondo le esigenze italiane rispetto agli adulti e ai vecchi, legati alle loro tradizioni, sospettosi nei confronti degli occupanti e sostanzialmente non disposti alla collaborazione con i conquistatori. Inoltre, esattamente come in patria, il regime assegna alla scuola il compito a lungo termine di modellare in modo fascista le generazioni a venire e nella fattispecie i sudditi sottomessi, ubbidienti e collaborativi del futuro. In terzo luogo, predisponendo un sistema scolastico ed impartendo un’istruzione “italiana” ai libici, si può conseguire il duplice fine di formare le figure professionali che si ritengono necessarie per lo sfruttamento economico del territorio e dimostrare, tanto agli italiani quanto ai libici stessi, che l’Italia realizza pienamente il proprio dovere, la propria missione di civilizzazione.

L’immagine del “libico sul banco di scuola” risente – osserva Bassi – di tutti gli stereotipi negativi sopra ricordati. Il bambino libico viene descritto come indisciplinato, incostante, lento nell’apprendimento, sporco, dotato di inferiore intelligenza e per quantità e per qualità. Ne consegue che le autorità italiane concepiscano come adatta a questo (stereo)tipo di studente un’istruzione esclusivamente basilare, finalizzata al lavoro e all’impiego in una tipologia ben precisa di professioni, semplici ed umili. Di fatto, l’istruzione offerta dagli italiani ai giovani libici si limita a quella della scuola elementare, seppure in alcuni momenti dei quarant’anni di occupazione coloniale della Libia si pensi anche all’eventualità di concedere almeno alle élite locali l’accesso alla scuola secondaria. Ma se da un lato questo consentirebbe un più agevole coinvolgimento collaborativo di una parte della popolazione nell’amministrazione della colonia, dall’altro lato prevale nelle autorità italiane il timore che attraverso l’istruzione superiore possano diffondersi aspirazioni indipendentistiche e spinte in direzione dell’emancipazione nazionale, insomma idee ed ideologie anti-italiane. Pertanto, la scuola italiana in Libia, per tutta la durata del dominio coloniale, conserva una netta separazione di istituti, percorsi didattici, programmi e testi scolastici per i metropolitani – sostanzialmente identici a quelli in uso in patria – e per i sudditi libici, relegati quindi alla condizione di studenti di second’ordine e destinati ad una formazione scolastica strettamente funzionale agli interessi italiani.

Il denso, ricco ed approfondito libro di Gabriele Bassi è un lavoro di ricerca accurato e di grande interesse che attraverso le metodologie e l’approccio dei “cultural studies” contribuisce a fare avanzare gli studi su un argomento e su un periodo della storia italiana – il colonialismo – che ancora oggi è tra i meno conosciuti e divulgati e tra i più trascurati anche dall’editoria e dalla manualistica scolastiche, a conferma, anche in questo caso, di uno stereotipo solidissimo, quello che vuole l’Italia quasi sempre oggetto o vittima e quasi mai soggetto di violenze e soprusi.

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