di Alexik

Quanta distanza – abissale – fra le strade che oggi si riempiranno dei cortei contro le Grandi Opere Inutili e Imposte e per il diritto al clima, e le sale dei colloqui istituzionali della COP24 di Katowice.
Quanta distanza fra la generosità di chi è capace di mettersi in gioco a proprio rischio, e l’ipocrisia dei cd “decisori politici” riuniti in Polonia, la cui ultima delle preoccupazioni pare siano proprio i cambiamenti climatici.

Probabilmente nessun luogo è più idoneo di Katowice – nel cuore del bacino carbonifero della Slesia – per rendere l’idea di un brutto clima, in termini sia atmosferici che politici.
Katowice è infatti al 19° posto nella classifica 2016 dell’OMS delle 50 città più inquinate d’Europa, in compagnia di altre 32 città polacche, come risultato di una politica energetica basata per l’80% sul carbone1.
Per mantenere tale invidiabile primato la Polonia, unica in Europa, continua a progettare nuovi impianti e nuove miniere (in particolare di lignite, la tipologia di carbone più inquinante) col beneplacito della Commissione Europea che ha concesso al governo polacco la possibilità di sovvenzionare le sue centrali a carbone con aiuti di Stato2.
E lo rivendica – fin dal primo giorno della Conferenza – per bocca del suo presidente Andrzei Duda, che ha messo subito in chiaro  l’indisponibilità a rinunciare al carbone che “garantisce la sovranità energetica dei polacchi”.3

Se questo è il messaggio di “benvenuto” da parte dei padroni di casa, anche le premesse all’incontro non sono fra le migliori, a giudicare dal negazionismo di Trump (smentito poi dalla sua stessa amministrazione), dall’annullamento da parte del governo australiano del piano per la riduzione delle emissioni di carbonio, e dalle dichiarazioni del neo ministro degli esteri brasiliano, Ernesto Araújo, convinto che i cambiamenti climatici siano un dogma messo in atto da un gruppo di marxisti per promuovere la crescita della Cina.

L’apertura dei lavori di COP24 del 3 dicembre scorso ha dato il via allo scontro sui principali temi in discussione, e in particolare sui trasferimenti di fondi, tecnologie e informazioni a favore dei “paesi in via di sviluppo” per sostenere i loro sforzi verso il raggiungimento degli obiettivi definiti dall’accordo di Parigi.
Lo scontro riguarda anche i concetti di equità e “responsabilità comune ma differenziata“, che attiene al riconoscimento  di maggiori responsabilità storiche dei “paesi sviluppati” per le loro emissioni passate, che non possono essere trascurate concentrandosi unicamente sulle emissioni attuali e future.

Inutile dire che i “paesi sviluppati” stanno opponendo ostacoli continui al trasferimento di fondi, tecnologie e informazioni, ed al riconoscimento delle loro responsabilità storiche, e che si sottraggono alla discussione quando si  tratta di fare un bilancio degli impegni non rispettati.
Per esempio quando qualcuno gli chiede conto dei 100 miliardi di $ annui promessi alla Conferenza sul clima di Cancun a favore dei paesi in via di sviluppo.

I due fronti che si contrappongono in questa disputa, combattuta su ogni singola parola dei documenti in discussione, vengono schematicamente rappresentati dal gruppo di Umbrella (formato da USA,  Federazione Russa, Bielorussia, Kazakistan, Ucraina, Australia, Canada, Islanda, Giappone, Nuova Zelanda, Norvegia, Israele) e dal G77, un gruppo formato nel 1964 da 77 paesi in via di sviluppo.

Potrebbe sembrare un classico scontro di ordine neocoloniale, e sicuramente in parte lo è.
Il fatto è che nessuno dei due blocchi contrapposti è credibile sul fronte della lotta ai cambiamenti climatici.
Il gruppo di Umbrella annovera i negazionisti degli USA, l’Australia che si è appena disimpegnata rispetto agli obiettivi di contenimento dei gas serra, la Federazione Russa e la Norvegia che hanno tutto l’interesse a continuare a vendere petrolio, Israele che progetta la costruzione dell’EastMed, un gasdotto lungo fino ad Otranto che serve a trasportare il gas rubato ai palestinesi.

Dall’altra parte il G77 comprende fra i suoi membri tutti i singoli Stati dell’OPEC. Comprende la Cina e l’India, le nazioni da cui ci si aspetta la maggiore domanda addizionale di energia da qui al 20404, e quantità colossali ne serviranno a servizio della “nuova via della seta” .
Il G77 viene rappresentato alla COP24 dall’Egitto, che dopo la scoperta del giacimento Noor accarezza l’ambizione di diventare esportatore di gas.

Insomma: siamo sicuri che tutta sta gente abbia la benché minima intenzione di muoversi verso un superamento dei combustibili fossili ?
Possiamo aspettarcelo dalle illuminate democrazie dell’Occidente, che per il controllo delle risorse petrolifere non hanno esitato a distruggere interi Stati lasciando sul terreno migliaia e migliaia di morti ?

Ancora una volta, l’onere di invertire la tendenza grava sui movimenti. (Continua)

 


  1. Daniele Olivetti, Smog, studio Oms: le 50 città più inquinate d’Europa, 3 sono italiane, 3bmeteo.com, 19 febbraio 2017 

  2. Marina Forti, Come si vive circondati dal carbone in Polonia, in “Internazionale” , 16 aprile 2018.
    Commissione europea, Aiuti di Stato: la Commissione approva sei meccanismi di regolazione della capacità di energia elettrica per garantire la sicurezza dell’approvvigionamento in Belgio, Francia, Germania, Grecia, Italia e Polonia, Bruxelles, 7 febbraio 2018. 

  3. Cop24, il presidente Duda spiazza tutti: “Polonia non può rinunciare al carbone”, Il Fatto Quotidiano, 3 dicembre 2018. 

  4. OPEC, 2017 Annual Report, 2018, pp. 110. 

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